Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, R-Esistenze

Decriminalizzare il sex work è una questione di sopravvivenza (per i/le sex workers)

Illustrazione di Lauren Walker

Articolo scritto da Jordan N. DeLoach

In lingua originale QUI. Traduzione di Egle del Gruppo di Abbatto i Muri.

I diritti dei/le Sex worker sono legati alla giustizia razziale e di genere, ed è il motivo per il quale la legge sulla “decriminalizzazione” di D.C è cruciale.

Nell’estate del 2018, dopo più di una decade di instabilità per quanto riguarda il trovare una sistemazione, Nona Conner stava affrontando la vita da senzatetto nuovamente. Ansiosa di trovare un altro posto dove vivere, ha rimesso in funzione il suo vecchio GoFoundMe, intitolato “La crisi degli alloggi delle donne trans nere” per poter racimolare dei soldi. Si è sentita rassicurata quando vi furono abbastanza donazioni per un deposito per una casa ed un mese d’affitto.

Ci sono voluti tre mesi per metterli insieme. Nel frattempo lei ha dormito su vari divani dagli amici, in affitto in camere d’albergo e spendendo più tempo possibile al suo lavoro all”Azione collettiva per gli spazi sicuri” (CASS), una organizzazione militante di persone comuni dove lei lavora con queer, trans e persone gender non-conformi di colore trascorrendo la giornata per aiutarli ad ottenere lavori ed acquisire skill utili per lavorare.

Prima di lavorare al CASS, la stabilità del posto di lavoro metteva Nona in difficoltà quasi quanto trovare una sistemazione stabile. Nata e cresciuta nel sud-est di Washington D.C., Nona aveva 15 anni quando scappò da una casa dov’era vittima di abusi, fisicamente, emotivamente e verbalmente.
Lei si spostò quindi verso Il centro, dove iniziò a vendere servizi sessuali per riuscire ad arrivare a fine mese.

“Ho provato ad ottenere vari lavori. Chiamavo, mi vestivo/truccavo per apparire più donna e mi presentavo con il nome di Bri – divenni Bri prima di cambiare il mio nome legalmente in Nona – ma poi mi presentavo sul posto di persona e loro notavano che il nome sul mio curriculum non rispecchiava il nome sul mio documento” dice Nona.
“Andavano quindi avanti con il colloquio per uno o due minuti, dicendo che mi avrebbero richiamato. Ma sapevo cosa intendessero realmente”
“Erano i loro pregiudizi” continua Nona. “Li chiamerò così per quello che sono.”

Vari* Sex workers in D.C sono sopravvissuti del sex work come Nona – persone che entrano in quel contesto per poter sopravvivere o arrotondare entrate finanziarie basse, specialmente dopo aver avuto opzioni davvero limitate. Perché il razzismo, il sessismo, la transfobia, l’omofobia ed altre forme di oppressione emarginano le persone e gli rendono più difficile avere accesso ad alloggi ed impieghi, vari tra questi sopravvissuti al sex work sono donne nere e di colore, queer, trans e persone di generi non conformi. Svariat* sex workers sono inoltre disabili e vengono discriminate sia nell’ambito lavorativo sia per gli alloggi. Per persone con disabilità, il sex work può a volte offrire più flessibilità rispetto ad altre alternative. Alcuni sono immigrati che non hanno i documenti necessari per ottenere altro lavoro.

Queste barriere sociali ed economiche influenzano varie persone che entrano nel mondo del sex work (così come altre occupazioni che la società mainstream stigmatizza come “indesiderate”, come quelli a basso reddito, il lavoro domestico, lavori di assistenza e lavori manuali).
“Ci sono un sacco di ostacoli che si interpongono nella via per trovare un lavoro” dice Nona. “Il solo fatto di essere trans, il solo fatto di essere afro-americana, lo rende difficile.”

L’esperienza di Nona la spinge a lottare per la decriminalizzazione del sex work e a supportare le persone che finiscono nella rete clandestina e/o securitario/repressiva del mercato del sesso. Come coordinatrice della Campagna DECRIMNOW a D.C., lavora per rimuovere le sanzioni penali per quanto riguardata la vendita e l’acquisto di sesso, e per aumentare l’accesso a risorse come alloggi, servizi sanitari ed istruzione, che aiuterebbe le persone a entrare in maniera sicura nel mondo della prostituzione.

La campagna DECRIMNOW è iniziata come un impegno della coalizione degli avvocati delle sex workers (SWAC), un network di organizzazioni a D.C. che lavorano anche con il consigliere comunale di D.C. David Grosso per introdurre, presso il consiglio cittadino di D.C nell’autunno del 2017, l’atto che promuove la sicurezza e salute pubblica riducendo la portata del Criminalization Amendament Act come spinta a decriminalizzare il sex work nel distretto. Nona ed altri organizzatori hanno sondato il terreno e diffuso petizioni durante tutto il 2018 per entrare quando si svolgeva il consiglio cittadino di D.C e per essere ascoltate. Nonostante il consiglio non fornì le stesse cifre di ascolto dello scorso anno, i/le sex worker ed i loro alleati continuano ad avere fiducia in loro. SWAC (organizzazione di avvocati in difesa di sex workers) pianifica di riscrivere e rintrodurre una nuova legge nel 2019. Il nuovo progetto includerà inoltre ancor più misure per affrontare la vulnerabilità ed assicurare che chiunque sia supportato ed al sicuro nel prendere decisioni che l@ possano aiutare a sopravvivere e prosperare – indifferentemente dall’identitá di genere, razza, abilità, religione o nazionalità.

Nona crede che le persone non dovrebbero essere criminalizzate e punite perché fanno quello che devono per vivere, specialmente perché un significativo numero di persone entra nel giro della prostituzione per sfuggire a situazioni di abusi.

“Quando avevo 15 anni, andai verso il portafoglio della mia mammina, ho preso 20$, e mi sono diretta a K street per iniziare a lavorare. Ero finalmente libera dagli abusi.” – Dice Nona – “avevo attorno persone che erano come me. Avevano vissuto storie di abusi ed ecco perché anche loro erano lì”. Nona è finita a lavorare nelle strade quando aveva circa 15 anni, ed è cresciuta al fianco di altre donne dell’ambiente. Lei la definiva quasi una sorellanza. L’aver a che fare con il sex work ha aiutato Nona a pagarsi da mangiare ogni notte. L’ha aiutata a trovare posti dove stare. L’ha aiutata a trovare persone con cui lei ha potuto connettersi e da cui poter dipendere. Lei crede che tutti abbiano diritto di diventare sex workers, se lo vogliono, anche se a lei personalmente non piace farlo. “Personalmente, spero di non farlo nuovamente” dice Nona “ma, farò comunque qualsiasi cosa io debba fare (per vivere).”

Alcuni/e sex workers amano il loro lavoro mentre altr* – in particolare quelli che ci arrivano dopo che gli è stato negato l’accesso ad altre risorse – non si divertono affatto. Come molti lavori, il sex work è solo uno di tanti modi per tirare avanti. Poiché la nostra società stigmatizza le persone trans nere e di colore e i sex worker come fossero meno umani, come fossero “criminali”, come “deviati”, come persone che si pensa meritino cose cattive, ecco perché molti affrontano grandi difficoltà nell’industria del sesso. In accordo con l’azione collettiva per gli spazi sicuri del 2015 la relazione sulla valutazione sulle necessità dei trans, con dati raccolti da più di 500 persone trans a D.C circa il 54 percento di neri che rispondevano e il 60 percento dei latini avevano vissuto casi di aggressione nella loro vita, e a circa il 30 percento di donne trans latine e nere è stato negato alloggio.
Il venti percento dei rispondenti ha vissuto come senzatetto, e di questi, circa la metà ha raccontato che alla fine è entrat@ a far parte del mondo del sex work proprio per poter arrivare a fine mese.

“Quando me ne andai di casa, sentii come una porta aprirsi sul mondo intero che diceva ‘stai per vedere quello di cui avrai un assaggio, sii pronta!’ E non lo ero. Non ero neanche lontanamente pronta.” Nona descrive quello che per lei è stato vivere come una teenager trans nera negli anni 90’, scappata da una casa dove era vittima di abusi, per poi vendere sesso per le strade più affollate del centro di D.C. “Non ero pronta a venire derubata. Imbrogliata durante gli incontri, abbandonata in superstrada, avere armi puntate addosso. Ma questo è quello con cui ho dovuto avere a che fare” dice Nona “all’epoca non avevo nessun’altra opzione.”

Quello che alimenta e contribuisce a questo danno è la criminalizzazione e la sorveglianza imposta ai sex worker e alle persone collegate ad essi. Alle persone che entrano in contatto con il mondo del sex work non vengono offerte le stesse protezioni come agli altri, e quando succede qualcosa di male, loro non si sentono sicuri nel cercare aiuto visto quanto è alto per loro il rischio di venire discriminati, arrestati ed essere vittime di casi di abuso di potere.

La polizia può essere particolarmente brutale nei confronti delle persone nel giro della prostituzione, specie se parliamo di sex workers nere o di colore, trans e queer. Una meta-analisi pubblicata nel dicembre del 2018, con una revisione di quasi 140 studi di tutto il mondo sul sex work realizzata dal gennaio del 1990 al maggio del 2018, concludeva col dire che c’era una sostanziale interconnessione tra l’aumento della “vigilanza” del sex work e l’incremento del rischio di violenza, HIV ed altre infezioni trasmesse sessualmente per le persone interessate al sex work.
Il report del 2015 sulle persone transgender, ha raccontato che quasi il 90 percento degli intervistati che lavoravano nell’industria della prostituzione hanno detto di essere stati infastiditi o abusati dalla polizia, ed il 27 percento degli intervistati sempre nel sex work dichiarava di essere stato abusato sessualmente da un ufficiale.

Nella città di New York tra il 2012 ed il 2015, uno studio ha scoperto che mentre le persone nere e latine, componevano solo il 54 percento della popolazione della città, esse componevano ben l’85 percento delle persone arrestate per vagabondaggio e per prostituzione. Nel 2014 uno studio ha scoperto che donne di colore in diverse città del Nord Carolina sono state arrestate per prostituzione – con accuse simili in percentuali di due o tre volte superiori alla percentuale che loro componevano nella popolazione. Un questionario condotto nel 2008 sui sex worker a D.C. ha riportato che tra quelli che avevano avuto incontri con la polizia, il 38 percento è stato vittima di abusi verbali ed è stato umiliato da un ufficiale, ed al 17 percento di questi è stato proposto del sesso.

La polizia di D.C spesso procede nell’identificazione di trans neri e di colore, le donne cis e di genere non conforme come sex worker, e la legge gli permette di prendere di mira ingiustamente ed arrestate le persone di queste comunità. Questo prendere di mira è sorto dopo che è passata la legge per rendere D.C una zona libera dalla prostituzione nel 2006, che ha consentito al dipartimento della polizia metropolitana di etichettare certe zone come zone “prostitution-free” per aumentare la sorveglianza e gli arresti. Varie sex workers trans nere e di colore, donne cis e persone di genere non conforme, hanno riferito che i sergenti le avrebbero schedate per poi confiscare i loro preservativi, contribuendo così ad intaccare la loro salute e sicurezza nel giro della prostituzione e delle esperienze in comunità più vaste. Alcuni poliziotti utilizzavano la mera giustificazione che trovare qualcuno con molti preservativi addosso era abbastanza per chiedergli di andarsene da un luogo pubblico e renderle passibili di arresto.

La legge sulla zona prostitution-free è stata cancellata nel 2014 dopo un intenso sforzo da parte di svariati gruppi di sex workers e trans, ma lo stigma e la criminalizzazione che hanno dapprincipio dato vita alla legge continua. Nell’estate del 2014 nel vicinato di Prince George’s Cowntry, in Maryland, gli ufficiali di polizia hanno annunciato con entusiasmo che avrebbero condiviso in diretta su Twitter dati sulla schedatura di sex workers che includeva nomi e foto dei “sospettati”. La polizia di D.C. ha arrestato più di 50 clienti in un mese solo durante l’estate del 2015. Nell’inverno del 2018, due sex workers trans che lavoravano in strada hanno riferito che i sergenti sia a D.C che nella contea di Prince George stavano minacciando di arrestarle se non avessero in cambio offerto prestazioni sessuali.

Nona ha avuto un numero imprecisato di esperienze con la polizia, lavorando vicino K street per anni, ha appreso in prima persona i meccanismi della polizia e delle dinamiche della criminalizzazione.
“Alcuni dei sergenti erano molto carini e cortesi e venivano ad avvisarci delle future retate in programma. Ci dicevano quando nasconderci, perché nelle ore successive avrebbero fatto retate su tutte le persone in circolazione.” Dice Nona “ma un altra buona parte di agenti erano solo stronzi. Non ti leggevano i tuoi diritti, non ti dicevano cosa stesse succedendo. Semplicemente ti sbattevano dentro. Ti infastidivano un po’ chiamandoti con un “lui” (riferito alle trans mtf – ndb) e nomignoli disgustosi, era orribile.”

Le retate e gli arresti non aiutano le persone nel giro della prostituzione; al contrario, rendono la loro vita indefinitamente più difficile. Quando le sex workers hanno dei precedenti penali, devono affrontare una moltitudine di barriere per ottenere alloggi e lavoro. Molti padroni di casa si rifiuteranno a lasciare la casa ad inquilini con precedenti penali, nonostante la consapevolezza che questo riguardi in maniera sproporzionata le persone di colore, trattate in maniera ingiusta nel sistema criminale e legale. Persino negli arresti dove le accuse sono cadute, possono avere effetti devastanti sulla vita di una persona.

Come sopravvissuta del sex work, essere stata arrestata significa che tu non hai la possibilità di guadagnarti da vivere. Vivrai di guadagni precari, in camere d’albergo o altrimenti necessiterai di quei soldi immediatamente dopo aver speso un paio di giorni in galera se non vuoi tornare a vivere per strada. Questo senza tenere in conto le persone che devono stare in galera perché non possono permettersi di pagare la cauzione, persone che usano tutti i loro risparmi per pagare quella cauzione e finiscono senza niente quando vengono rilasciati. Questo sistema di criminalizzazione, sorveglianza ed incarcerazione, rende molto arduo per trans di colore, queer e le persone dii genere non conforme l’essere al sicuro e soddisfare le proprie necessità.

Nona questo lo sa molto bene: Lei è stata arrestata svariate volte. Per lei sopravvivere alle circostanze della vita a volte era paragonabile al cercare di scappare alle sabbie mobili. Non aveva una casa sicura per via degli abusi familiari, quindi dovette fuggire via. Non riusciva a trovare un lavoro o una casa perché era nera e trans quindi entrò nel mondo del sex work con la priorità di sopravvivere. Iniziò ad essere arrestata per sopravvivere, e questo le procurò precedenti penali, che hanno contribuito a rendere ulteriormente difficile per lei trovare un lavoro ed una casa. Lei ha quindi dovuto fare ancor più affidamento sul sex work per poter arrivare a fine mese. E le sabbie mobili diventavano più profonde.

“Ci sono cose che ho necessità di procurarmi. Mi serve cibo, mi servono scarpe, mi serve una stufa per casa mia. Queste cose costano soldi” dice Nona “ed io devo vendere servizi sessuali per ottenerli, rischiando la mia libertà solo per potermi permettere di poter mangiare per quella notte”.
Dato che svariati sopravvissuti al sex work entrano nell’industria proprio perché si ritrovano con poche se non nessun’altra opzione per guadagnarsi da vivere, trattare queste persone in maniera punitiva significa far mancare loro di che vivere per le proprie necessità materiali. E queste necessità per queste persone sono la spinta a partecipare allo scambio retribuito di performance sessuali. Così, mentre alcune persone stanno iniziando a capire il danno che procura alle sex workers il fatto di criminalizzare il sex work, alcuni si preoccupano invece del fatto che decriminalizzare il sex work potrebbe avere incredibili conseguenze e ripercussioni per quanto riguarda le vittime del traffico di esseri umani nel mercato del sesso. Ed anche se il sex work e la tratta sono problemi distinti, criminalizzare e stigmatizzare il sex work danneggia entrambi i gruppi creando situazioni più rischiose e scoraggiando le sex workers e le vittime di tratta a parlare ad alta voce dei vari abusi e maltrattamenti subiti.

Una differenza chiave tra il sex work e la tratta sta nel fatto che il sex work è sempre consensuale, mentre la tratta non è consensuale o è addirittura forzato. I/le sex workers dovrebbero avere autonomia di gestione sui propri corpi e sul lavoro che essi fanno per guadagnarsi da vivere. Visto che i/le sex worker sono coinvolti nell’industria del sesso, loro sono tra tutti i più probabili a venire costretti, abusati o sfruttati. Comunque, per via della minaccia di arresto e degli abusi da parte della polizia, le sex workers non riescono a lavorare con le appropriate garanzie e dunque non ci si può assicurare del fatto che le vittime di tratta possano ricevere aiuto. E quando i/le sex workers danno informazioni su qualcuna che è vittima di tratta per chiedere aiuto, chiedere soldi o un posto dove stare, loro possono accusarti di aver facilitato il traffico. I/le sex workers sono inoltre impossibilitati a riferire dei danni che loro stessi subiscono, come stupro, saccheggi, stalking ed attacchi – per via della minaccia molto reale degli abusi e aggressioni da parte della polizia.

L’accostamento del sex work con la tratta non solo è rischioso per entrambi i gruppi – varie prove mostrano che la criminalizzazione del sex work a D.C. non porta alcun risultato per quanto riguarda il problema del traffico di umani. Secondo i registri della polizia di D.C. dei 2,582 arresti correlati alla prostituzione che la polizia fece tra il 2013 ed il 2017, solo sette includevano casi di persone vittime di tratta.

Nonostante il sex work e la tratta siano differenti, sia la lotta per decriminalizzare il sex work e quella per far cessare la tratta dovrebbero far fronte al problema della povertà, dei senzatetto e dovrebbero aiutare le comunità di sex workers, se lo scopo è quello di consentire a tutti di stare al sicuro, di ricevere supporto e di essere tenuti a distanza dallo sfruttamento. Qualunque persona ha la necessità di uno spazio sicuro che possa chiamare casa. Le storie come quelle di Nona ci dicono questo. Le statistiche dicono questo. Le sex workers (o quelle identificate come tali) sono da decenni che ce lo dicono. Finché non riconosciamo il fatto che dovremmo ascoltare i/le sex workers, decriminalizzare il sex work e provvedere a fornire soldi e risorse a quelli che più ne hanno bisogno, persone come Nona continueranno a pagarne le conseguenze.

Anche se Nona si sente sollevata anche solo all’idea di avere un tetto qualsiasi sopra la testa -sta attualmente vivendo in un salotto in affitto a casa di alcune altre donne trans – e continua ad arrancare finanziariamente. Le camere d’albergo erano costose. I trasporti sono costosi. Le cure sono costose. E quest’ultime sono state particolarmente costose per Nona ultimamente: si sta ancora riprendendo fisicamente e mentalmente dall’essere stata accoltellata quasi 50 volte nel 2017. E nonostante tutto, Nona è speranzosa.

“Ho recentemente iniziato un lavoro a tempo pieno al CASS” dice Nona,e inizia a parlarne con emozione “potrei ottenere una posizione anche migliore una volta che avrò un alloggio fisso.” Nonostante lei ami la community, il luogo in cui sta con i suoi coinquilini, continua a sognare di avere uno spazio tutto suo un giorno. “Mi piacerebbe avere una casa stabile. In cui mi possas svegliare con energia e senza pensieri.”

Nona crede che quel giorno arriverà. E ci sono tutti i segnali che indicano che ciò avvenga. A partire dal suo lavoro, che le consente di mostrare anche uno dei suoi tanti altri talenti -il bartending. Cosa che le permette di esprimere le sue passioni. Le donne trans con cui lei vive, che suonano musica, cantano e ballano attorno a lei, contribuiscono con lei alla vita della comunità. I messaggi di supporto che riceve tramite GoFoundMe contribuiscono a farle provare un senso di conforto e farle capire che qualcuno tiene a lei. E avere la possibilità di lavorare con gli avvocati che aiutano le donne trans di colore, persone che stanno in strada per vendere prestazioni sessuali come lavoro, sopravvissuti ad abusi, tutto questo le dà speranza. Così come tanta speranza le danno le donne trans che le hanno dato supporto la notte a K Street quando lei era scappata di casa, ormai tanti anni fa, quando lei era ancora solo una ragazza trans nera di 15 anni con solo 20$ in tasca, cercando un posto dove lei potesse essere amata ed accettata per quella che è. Un posto dove potersi sentire al sicuro.

“Mi piacerebbe” dice Nona. “Io ho semplicemente davvero bisogno di aiuto.”

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