Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Le storie non raccontate delle lavoratrici del sesso

Articolo originale pubblicato l’11 Marzo 2019 su Open Fundation (lo trovate qui)

L’autrice è Erin Greenberg, addetta alla Comunicazione del Programma di Sanità Pubblica di Open Fundation.

Traduzione di Francesca del Gruppo Abbatto i Muri

In ogni parte del mondo il lavoro sessuale è stigmatizzato come un taboo, immorale e pericoloso.

Allo stesso tempo, si suppone che le lavoratrici del sesso, siano vittime – della tratta di esseri umani, di droghe, abusi e così via.

In entrambi i casi, queste supposizioni, nei fatti, sono incorrette; peggio ancora, alimentano politiche e norme che non solo non riescono a “proteggere” le lavoratrici del sesso ma, forzandole a restare in clandestinità, mettono in pericolo la loro sicurezza e salute.

Per fortuna, Objects of Desire (NdT: “Oggetti del desiderio”) una nuova mostra, con sede a Berlino e organizzata da un collettivo di lavoratrici del sesso, sta lavorando per sfidare e smantellare tali malintesi. Evidenziando i modi in cui le lavoratrici del sesso gestiscono le relazioni con i loro clienti, amanti, famiglie e vicini di casa, Objects of Desire mostra la complessità che troppo spesso si perde nei dibattiti pubblici sul lavoro sessuale.

***

“Oggetti del desiderio”

 

Traduzione del sito ufficiale della mostra- Sezione ‘About’: http://www.projectofdesire.co.uk/about/

Esplorando il lavoro sessuale attraverso le biografie degli oggetti, Objects of Desire fornisce una narrativa alternativa del lavoro sessuale al discorso binario “sfruttamento contro emancipazione” che domina il comune dibattito sul lavoro sessuale.

Objects of Desire (OoD) è un progetto collaborativo condotto da lavoratrici del sesso artist*. Miriamo a preservare le storie delle lavoratrici del sesso attraverso l’archiviazione e l’esposizione dei manufatti delle lavoratrici del sesso. Invitiamo ex ed attuali lavoratrici a presentare fotografie, oggetti (se possibile) e narrazioni. Gli oggetti potrebbero includere regali ricevuti dai clienti, ciondoli portafortuna o memorabilia dell’attivismo del lavoro sessuale.

Concentrandosi sulle connessioni tra narrativa personale e oggetti materiali, OoD sposta intenzionalmente la conversazione sul lavoro sessuale da quella che si concentra sull’oggettivazione delle persone ad un’analisi delle relazioni sociali viste attraverso la lente delle cose materiali. Esamina come gli oggetti riflettono e modellano le relazioni quotidiane che le lavoratrici del sesso hanno con i loro clienti, amanti, famiglie e altre persone.

Il progetto mira a sfidare gli stereotipi unidimensionali che dominano il comune dibattito sul lavoro sessuale.Mentre le organizzazioni di sex worker in tutto il mondo continuano a lottare per la depenalizzazione quale metodo migliore per garantire i diritti delle lavoratrici del sesso e delle migliori condizioni lavorative, i dibattiti attorno alla legislazione continuano a escludere ripetutamente le voci delle prostitute.

Objects of Desire porta la pratica e l’esperienza quotidiana del lavoro sessuale come un modo per distruggere i binari che categorizzano le lavoratrici del sesso come troppo privilegiate o troppo vittimizzate per esercitare il proprio business. Ponendo in primo piano le le voci e le storie delle prostitute e creando una raccolta vivente dei loro oggetti, OoD mette in discussione lo stigma sociale pervasivo che tenta di mettere a tacere le lavoratrici del sesso. Non è semplicemente un tentativo di “umanizzare” le lavoratrici del sesso fornendo agli estranei uno sguardo sulle loro vite. Piuttosto, le storie di sex workers riguardanti aspetti materiali e scambi sfidano il più ampio pubblico a riflettere sulle dinamiche del lavoro di genere, sulle complesse gerarchie di potere e cura all’interno del capitalismo, così come sull’interazione dell’aspetto e e di quello materiale in tutte le relazioni.

 

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