Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

Il terrorismo estetico

Non so che dire o che fare. A parte lamentarmi per via dei miei malesseri che in parte sono autoprocurati. La sensazione di poter trasportare me stessa in un’altra epoca e un’altra nazione, dove potrei parlare un’altra lingua o forse più d’una. Il disagio è talmente forte e ci sono tante scarse fessure in quelle finestre chiuse. Evito di respirare ma prima ancora evito di uscire per non far colpire il mio volto da quel che resta di un timido raggio solare. Evito di scodinzolare di fronte alla gente ma non riesco altresì a raccontare lo spavento, l’enorme terrore che ho di vivere e raccogliere pareri positivi o negativi sulle mie vicende, sulle mie esperienze.

Mi sono vestita male, una sera, nascondendo tutto quel che ho da nascondere, indossando la tunica della fibra più spessa che possiedo, non per abitudine al monacato ma per non dar adito al fastidio. Quanta importanza ha il fastidio altrui per me? Dico niente ma in realtà è davvero molto. Mi maschero, mi nascondo, quando il buio può far morire le uniche parti di pelle che lascio scoperte. Qualcuno potrebbe insospettirsi, penso, ma in realtà mi preoccupa di più il fatto di dover assolutamente passare inosservata.

Agli altri dono la gioia di non vedere il mio grasso corporeo. Ho piena considerazione per ogni persona e non lo dico per falsa modestia ma perché il mio è un animo gentile. Come potrei scioccare il mondo con i miei lineamenti malcurati, con le mie ali di pollo sotto le braccia, con la pelle che cade, cede, langue, mentre io sogno di danzare su una pista in cui ogni movimento dovrebbe suonare agile e lineare. Ma queste mie illusioni suonano sconsiderate, bugiarde. Non posso ballare perché il mondo dell’apparenza, il mondo della luce, è fatto soltanto per chi non disturba gli occhi dei vivi.

Non si può mentire di fronte alle oneste considerazioni del mondo. Obesa, balena, culona, inchiavabile, cozza. Non posso neppure rivendicare la cozzaggine all’interno del mondo in cui mi piacerebbe poter girare a luce accesa. Sai quante ne ho sentite da certe o da certi che fingevano solidarietà politica e poi con gli occhi – in ogni caso – ti chiamavano cozza. La bruttezza come dato politico? No no, non si può fare. Più mi sforzo e più penso sia solo ipocrisia. Sarà la depressione, sarà il fatto di aver ceduto per stanchezza al cedere della carne.

Francamente mi sono rotta il cazzo di fare finta. Siamo tante e fragili, anche tra quelle che ogni tanto mi dicono “dai, vieni, esci”. La bellezza interiore, la luminosità dell’anima, la lucidità mentale. Tutte cazzate. Quello che conta alla fine è solo quanto sei scopabile. Inutile dire che stai manifestando contro i fascisti se poi alla fine adotti lo stesso metro di considerazione estetica. Ma la bellezza è di destra o di sinistra? E non posso di certo imporre a qualcuno di piacergli per forza. Hai mai sentito una cosa tipo “scopami, perché sono una compagna…”? E poi che brutto lo stereotipo della compagna brutta e pelosa. Hai il dovere di combattere pure quello. Non c’è un attimo di quiete quaggiù, ve lo posso giurare.

Troppo complicato per me che sono troppo timida e non riesco neanche a capire gran parte dei discorsi sulla sessualità politicizzata. Il mio è un destino più semplice: sono brutta, non piaccio a quelli a cui mi piacerebbe piacere, devo farmene una ragione. A volte guardo le signore di destra distintamente truccate e rifatte e la sola cosa sincera che riesco a dire a me stessa è: “però quella ha i soldi per farsi una minchia di liposuzione…”. E dato che sono una compagna cosa dovrei chiedere? Liposuzioni gratis? Liposuzione garantita? Immagino lo striscione di apertura di una grande manifestazione anticapitalista. La bellezza si paga e io non ho i soldi. Dunque?

In tre minuti arriverebbe tutto il quartier generale armato delle femministe di ogni angolo del mondo a dirmi che quella è mercificazione o eventualmente schiavitù nei confronti dello sguardo maschio maschile maschilista maschilizzato. Ma io sono etero e mi piacciono i maschi. A chi dovrei piacere dunque? Lo so, domani rileggerò questa lettera e penserò di aver scritto tante idiozie, di aver tradito la mia profonda fede antisessista e di aver proclamato guerra ad ogni principio di lotta femminista. Ma questa sono io. Una persona debole, che non vuole disturbare lo sguardo altrui. Mi vesto troppo quando vado a comprare il pane. Mi nascondo quando sorge il sole e mi concedo alla vista della città solo alla sera, imbacuccata, mentre sotto la mia armatura sudo come un maiale.

Vorrei avere altre importanti rivendicazioni da fare e vorrei sinceramente essere interessata alle sorti del mondo ma ci sono fasi, come questa, in cui non me ne frega niente di nessuno e non me ne frega neppure di me stessa. La gioia della masturbazione l’ho abbandonata non so quando. La capacità di mettere in discussione la mentalità dominante? Non so se l’ho mai realmente avuta o se ho frequentato gruppi di persone che ce l’hanno solo per socializzare giusto il minimo sindacale.

Mi sono detta, un giorno, che avrei organizzato una rapina, ben orchestrata, ai danni di qualcuno reo di vari crimini che forse si è arricchito sulle spalle altrui, ma non per restituire soldi ai poveri ma per godermeli, e forse solo così potrei diventare un soggetto interessante per un intellettuale pasoliniano. Per il momento leggo le testimonianze delle donne che si sentono infastidite perché qualcuno in strada dice “ah bona!” e non riesco a empatizzare. Piuttosto penso al momento in cui rischio di ferire il gusto estetico del macho di quartiere con il mio portamento da balena. Quanto deve sentirsi ferito quell’uomo tanto amabile al mio solo passaggio. Il mondo intero poi è impegnato nella divulgazione di articoli in cui gli dei della cultura invitano le donne a nascondere le cosce o i piedi o le braccia o il viso, a seconda di quel che li disturba. La settimana dopo scrivono un impegnatissimo editoriale contro le leggi che impongono il burqa ad alcune donne.

Ma dico io: imponetelo a me, vi prego, potrei uscire di casa senza pettinarmi o cambiarmi al mattino. Potrei evitare di disturbare chiunque e io stessa potrei sentirmi meno a disagio attraversando le strade del mondo. Potrei così non dover pagare sanzioni ai maschi allenati al pattugliamento estetico del mondo. Invece dicono che se ti copri troppo sei una terrorista, tutto perché comunque sia devi lasciare che vedano di modo che possano dirti che sei cozza. Se invece ti spogli ti invitano a rivestirti. Ma questo non è un piagnisteo vittimista, ve lo giuro. E’ solo il disvelamento di fragilità e contraddizioni che persistono in me nonostante tutto. Avrò milioni di motivi per ritenermi brava e buona, ma sarà poi così vero? Figuriamoci. Io sono cozza ma anche non-brava e per niente buona.

Non è neppure vero il fatto che quando qualcuno ti si prende (che brutta espressione, lo so, ma la uso apposta!) allora magicamente incominci a sentirti una dea. E d’altro canto ti ritrovi con qualcuno che non capisce come mai tu non riesca a godere del suo sguardo adorante riflesso. Come mi viene in mente di pretendere di essere io, per me sola, a voler amarmi, piacermi, leccarmi e mordicchiarmi senza farmi schifo. Dunque mi sento così perché in tanti mi hanno detto che sono inchiavabile o perché io stessa, nel profondo, sento l’inchiavabilità come nota di una partitura stonata a prescindere. Devo concorrere a responsabilizzare il maschio maschilista che rompe le ovaie alle donne che non gli piacciono o devo piuttosto dirgli che mi sento una merda a prescindere da lui?

Non so cosa sia peggio, in questo caso. Forse di questo passo se gli dico che mi sento una cozza senza che lui me lo dica potrebbe sentirsi oltremodo ignorato. Lui, dico il maschio maschilista che probabilmente vivrà di milioni di incertezze che per attitudine e mentalità attribuirà a tutte le altre o perfino a quelle come me. Il massimo per una che si guarda allo specchio e si sputa ogni mattina? Leggere la nota di qualcuno che scrive cose tipo “le donne se la tirano… non te la danno tranne se sei ricco…”. E torna il problema. Ciascuno di noi attribuisce ai soldi un significato preciso. Io voglio una liposuzione e lui vuole una Ferrari. O potrebbe essere il contrario? Non lo so.

Insomma, una sera esco, incontro un titolare di una sorta di opera usuraia che sta stritolando di debiti tutto il quartiere. Tutti lo conoscono ma nessuno dice chi è. Lo guardo mentre inciampa, poi in quel lento incedere con la sigaretta che passa dalla bocca alla mano e viceversa, il fumo che vola via da una parte, secondo il movimento del vento, il mento alto, anche se è un ciccione e di menti ne ha almeno un paio più dei miei, i lobi ciondolanti, tipici di quelli che hanno tentato di allargarseli con il nuovo tipo di orecchino che alla fine potresti usarlo come attaccapanni, una striscia di capelli pettinata in avanti e le due strisce laterali religiosamente all’indietro, un pantalone sobrio, marrone, con la fibia della cintura che ricade a destra, la felpa col cappuccio che fa tanto mafioso rap hip hop quella roba lì, avete capito, senza la collana d’oro, altrimenti sarebbe davvero troppo. Lo seguo, tentando di accordarmi alla sua andatura, e cerco di capire perché lui sia così pieno di se’ e io invece vorrei tanto nascondermi. Vorrei derubarlo di qualcosa, ma cosa? Non sono armata e non ho neppure le caratteristiche da teenager karategirl. Posso fare una sola cosa per rompergli il cazzo. Alla fine lo so. Decido. In un lampo. Voglio derubarlo di quella quiete da furbetto. Voglio diventare una terrorista estetica. Alla faccia di quelli che pensano che le donne debbano temere per la propria incolumità quando camminano da sole.

Tolgo il pastrano che ricopriva la mia ciccia. Lascio ciondolare quel che deve ciondolare. Lo sorpasso, non senza fatica, dato che ogni passo mi costa una riserva di fiato che non ho. E lui si ferma, sposta il culo e mi lascia spazio. Lo sguardo disgustato. E per un attimo, un solo attimo, mi sento bene: perché la strada, quell’ammasso di mattoni sconnessi, difficili da calpestare senza rompersi i piedi, sensibili nonché appesantiti dal peso in eccesso, quella strada lì, per un attimo, è mia.

V.

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