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Mathilde Larrère: “Le femministe di oggi dovrebbero rivendicare i tempi della Comune”

Articolo di Gabriel Pornet

in lingua originale QUI. Traduzione di Valeria del gruppo Abbatto i Muri.

Mathilde Larrère: “Le femministe di oggi dovrebbero rivendicare i tempi della Comune”

La ricercatrice all’università Paris-Est-Marne-la-Vallée denuncia la mancanza di interesse, da parte delle militanti di oggi, per le rivoluzioni del XIX secolo. Un’intervista per ricordare come l’insurrezione del 1871 sia stata un momento importante della storia delle donne. 

Per la storica Mathilde Larrère, limitare il femminismo e la cittadinanza alla questione del diritto di voto è un errore, che conduce a cancellare la memoria di una parte essenziale del nostro passato politico. Larrère sottolinea l’importanza delle comunarde e ricorda l’implicazione costante delle donne nelle rivolte popolari.

  • Qual è la differenza tra il ruolo giocato dalle donne durante la Comune e le altre rivoluzioni?

La novità più importante è che le donne siano finalmente accettate come combattenti. Nel 1830, c’era qualche donna sulle barricate, non tante, e alcune ci andavano travestite da uomo. Era lo stesso nel 1848: le donne preparavano le cartucce, giocavano un ruolo di spalla. Nel 1871, finalmente ci sono i primi battaglioni di donne, le troviamo dietro le barricate. La più celebre è quella della place Blanche, anche se la sua esistenza è stata messa in discussione.

  • Alcune donne indossano un’uniforme durante la Comune?

Sì. Durante i processi, si rimprovera loro per esempio di essere state arrestate con indosso un pantalone. Non fanno parte della guardia nazionale, ma reclamano una divisa, e alcune indossano una parvenza d’uniforme, un pantalone, come una rivendicazione, senza contare che i pantaloni sono molto più pratici per combattere.

  • Secondo Jacques Rougerie, durante la Comune, le battaglie delle donne non si possono definire propriamente “femministe”….

Jacques Rougerie ha fatto un errore classico, ovvero ridurre il femminismo alla questione del diritto al voto. Nel XIX secolo, la negazione del diritto di voto non è la prima preoccupazione delle donne. La rivendicazione non è assente, ma non è prioritaria. Le donne si battono soprattutto per il diritto al lavoro, per la soppressione delle diseguaglianze tra uomo e donna nel codice civile e soprattutto per la fine dell’incapacità civile delle donne sposate, ma anche per il diritto all’istruzione, il diritto al porto d’armi… Se prendiamo questo in conto, allora possiamo considerare che ci sono state richieste femministe, formulate chiaramente nel corso della Comune. Semplicemente, tali richieste non riducono il cittadino e il potere politico alla sola scheda elettorale e pretendono molto di più, non solo l’accesso alle urne.

  • Cosa ottengono le donne concretamente?

Ottengono una forma d’impegno, da parte della Comune, a stabilire l’uguaglianza dei salari (è difficile sapere se questo impegno sia stato effettivamente rispettato; forse è successo in alcuni atelier associativi). Acquisiscono anche, punto molto importante, il riconoscimento delle concubine e dei figli illegittimi: le pensioni alimentari per le compagne delle guardie nazionali uccise devono essere imperativamente versate anche alle donne non sposate. È fondamentale, soprattutto se si ricorda che tra gli operai il matrimonio non era molto diffuso. Ottengono anche il divieto di prostituzione, una lotta importante contro la dominazione maschile: ci sono delle belle pagine di Louise Michel in proposito. Le donne si sono anche mobilizzate nell’ambito dell’istruzione. Creano soprattutto scuole per ragazze e cercano di dare vita a un’educazione più mista.

  • Conosciamo bene Louise Michel, ma chi sono le altre militanti della Comune?

Nathalie Le Mel, Elisabeth Dmitrieff, André Léo, Blanche Lefebvre, Victorine Brocher, Marguerite Tinayre, Aglaé Jarry…. E tutte le militanti dell’Unione per la difesa di Parigi e le cure ai feriti, delle quali spesso purtroppo conosciamo solo un nome, scritto in basso sui manifesti e nulla più. Da un punto di vista sociologico, Dmitrieff, aristocratica russa immigrata, è una eccezione. C’è qualche istitutrice, come Louise Michel, ma la maggior parte sono donne del popolo, esercitano piccoli mestieri, soprattutto nel settore tessile o alimentare: stiratrici, sarte, impiegate in negozietti di caramelle e dolciumi.

  • Le comunarde avevano coscienza del fatto di essere dominate, all’interno del movimento, dagli uomini?

Sì, per alcune era ben chiaro. André Léo, per esempio, ne era perfettamente consapevole. Gli uomini comunardi sono il prodotto di un’epoca in cui non era scontato dare diritto di parola a una donna.

  • Il socialismo, durante la Comune, non si occupa molto delle donne. Per lo meno, non come Saint-Simon o Fourier.

Nel mezzo c’è stato Pierre-Joseph Proudhon… È una questione complicata: se ne citano frasi atroci, posizioni misogine, ma Proudhon era a favore dell’uguaglianza tra i sessi. In ogni caso, il movimento operaio, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, è obiettivamente maschilista. Invece di pretendere l’uguaglianza, gli uomini considerano le donne responsabili del calo dei salari. Per loro rappresentano la concorrenza.

  • Come sono state trattate le donne dalle truppe di Versailles durante la repressione?

Durante le lotte, sono state uccise, proprio come gli uomini. Ma durante i processi, gli interrogatori sono molto diversi. Una domanda ricorrente, per esempio, è quella se hanno combattuto perché innamorate di un uomo. Era impossibile immaginare che abbiano lottato perché ne avevano semplicemente voglia. “Quale era la sua relazione”, sessuale, era sottinteso, “con quel comunardo?”, e così via. Trattandosi di punizioni decise dal consiglio di guerra, la pena di morte resta un’eccezione per le donne, e le rare pene capitali si mutavano in lavori forzati. D’altra parte, quello che non compare nei documenti archiviati, ma che tuttavia era stato molto presente nell’opinione pubblica, è la leggenda della “pétroleuse”: le donne che avrebbero provocato incendi a Parigi, mentre nessuna in verità è stata implicata in questi fatti.

  • Da dove viene questa immagine?

Soprattutto dalla stampa. Penso che ci sia stato un rifiuto talmente radicale della donna in politica, o peggio, della donna rivoluzionaria, da identificarla come responsabile di ogni cosa. Ancora una volta, il nocciolo del problema è rifiutare lo statuto di combattente. Nello spirito dei processi, sono le vigliacche che hanno innescato i processi. Eppure, perfino Maxime du Camp, un radicale anticomunardo, non avvalora il mito della “pétroleuse”. Tuttavia, si tratta di un’immagine molto presente nell’iconografia. Fa pensare al vecchio simbolo della strega, in una certa maniera. Da tempo immemore, esiste questa associazione di pensiero tra la “donna cattiva” e il “fuoco”. Soprattutto in quei tempi: le comunarde erano considerate come prostitute, donne dai facili costumi.

  • Le femministe di oggi rivendicano la Comune?

No, ma dovrebbero. Negli ambienti femministi, e anche tra le ricercatrici di storia delle donne, ci si interessa di più a quello che è successo dopo, a partire da Hubertine Auclert: un femminismo più borghese, incentrato sul diritto di voto. Tra le militanti di oggi, per schematizzare, ci si tiene cara Olympe de Gouges, e ci si dimentica di tutto quello che c’è stato nel mezzo, tutte le donne popolari e socialiste del 1830, del 1848 e della Comune. D’accordo, c’è Louise Michel, ma è la sola, e neanche ben troppo conosciuta. Tuttavia, ogni rivoluzione apre delle possibilità per le donne e le donne ne hanno sempre approfittato, organizzandosi in maniera non mista, scrivendo, prendendo la parola… Le grandi rivendicazioni sociali del XIX secolo sono state condotte dalle donne come dagli uomini, ma non lo si dice abbastanza. Quando le rivoluzioni muoiono, le donne sono le prime vittime: c’è un doppio ritorno all’ordine, politico e sessista.

 

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