Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Critica femminista, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Il corpo delle donne nella retorica securitaria

Questa è una tesina che Bianca ha scritto per il corso di politiche di genere dell’università di Padova. Questo lavoro ha per oggetto il corpo delle donne e l’uso strumentale che di esso viene fatto nella retorica securitaria e nella conseguente messa in atto di politiche di stampo emergenzialista e repressivo in Italia. Partendo da un caso specifico, l’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007, intende evidenziare il rapporto tra costruzione degli allarmi socialmente indotti e la strumentalizzazione del corpo femminile come elemento di legittimazione delle politiche securitarie. Lo scopo del presente lavoro è offrire degli spunti di riflessione per provare a smontare la retorica securitaria che vorrebbe vederci costrette a vivere nella costante paura, a non camminare per strada da sole, a non vestire in un certo modo; quella retorica che nel nome di una presunta maggior sicurezza vorrebbe legittimare la “caccia allo straniero”.

Obiettivo è smontare un certo ordine discorsivo paternalista intorno alle donne come corpi fragili, deboli e indifesi, come vittime che necessitano di qualcuno che provveda alla loro tutela, meritevoli di protezione ma mai di autonomia. Buona lettura!

>>>^^^<<<

Il corpo delle donne nella retorica securitaria.

Bianca Fusco, 1147261, SRD

Introduzione

Il presente lavoro, realizzato durante il corso di Politiche di genere A.A.2018/2019, ha per oggetto il corpo delle donne e l’uso strumentale che di esso viene fatto nella retorica securitaria e nella conseguente messa in atto di politiche di stampo emergenzialista e repressivo in Italia. Partendo da un caso specifico, l’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007, intendo evidenziare il rapporto tra costruzione degli allarmi socialmente indotti e la strumentalizzazione del corpo femminile come elemento di legittimazione delle politiche securitarie. Successivamente analizzerò l’ambivalenza di tale strumentalizzazione in riferimento al binomio vittima-imputata: da una parte, infatti, la donna viene considerata una vittima meritevole di tutela se la sua condotta si attiene agli standard sociali; dall’altra la donna passa al banco degli imputati se “colpevole” di non condurre una vita moralmente impeccabile, esercitando la propria libertà sessuale. Esaminerò dunque il concetto di sicurezza alla luce dell’attuale “società del rischio” (Luhmann, 1991) e la nozione di decoro inteso come standard a cui una donna dovrebbe attenersi per essere una “buona” vittima, infine passerò in rassegna alcuni Decreti Legge che, proprio a partire dal 2007, hanno costantemente utilizzato il corpo delle donne come catalizzatore mediatico dell’insicurezza sociale, come giustificazione per interventi razzisti, securitari, oppressivi e repressivi, i quali hanno anche ampliato l’area di discrezionalità nell’esercizio del potere da parte delle forze dell’ordine e perseguono obiettivi indipendenti dalla volontà delle donne.
Lo scopo del presente lavoro è offrire degli spunti di riflessione per provare a smontare la retorica securitaria che vorrebbe vederci costrette a vivere nella costante paura, a non camminare per strada da sole, a non vestire in un certo modo; quella retorica che nel nome di una presunta maggior sicurezza vorrebbe legittimare la “caccia allo straniero”.
Obiettivo è smontare un certo ordine discorsivo paternalista intorno alle donne come corpi fragili, deboli e indifesi, come vittime che necessitano di qualcuno che provveda alla loro tutela, meritevoli di protezione ma mai di autonomia.

  1. L’omicidio di Giovanna Reggiani e la caccia allo straniero: “non nel mio nome!”

È il 30 novembre 2007 quando viene ritrovato il corpo di Giovanna Reggiani, donna di 47 anni, sposata, classe medio-alta. Responsabile dell’omicidio è Nicolae Mailat, uomo rumeno di 23 anni. Questa triste vicenda segnò un passaggio paradigmatico per quanto riguarda la violenza di genere e la sua rappresentazione mediatica e normativa in Italia[1], una profonda cesura su come la politica avrebbe trattato da quel momento in poi i casi di cronaca connessi alla violenza contro le donne, soprattutto se i colpevoli sono di cittadinanza straniera. [2]Giovanna Reggiani è la classica vittima “perbene”: moglie di un ufficiale della marina in pensione (come gli articoli del tempo hanno ossessivamente sottolineato, quasi a voler misurare il “valore” di una donna in rapporto al proprio marito), rispettabile, borghese, moralmente impeccabile. Il suo omicidio dà il via a un forsennato giustizialismo xenofobo che individua solo e unicamente nello stereotipo dello straniero stupratore la radice del male, il nemico da eliminare con ogni mezzo necessario. Il clima di allarme sociale si traduce subito in reazione repressiva da parte delle forze politiche: in due giorni viene approvato il Decreto Legge 181/2007(di cui parlerò meglio più avanti) con la cosiddetta “norma anti-rom”, la quale attribuisce ai prefetti il potere di espellere cittadini comunitari dal territorio nazionale per ragioni di pubblica sicurezza. E’ bene ricordare che all’inizio del 2007 la Romania entra nell’Unione Europea, dunque i migranti romeni cessano di essere extracomunitari diventando a tutti gli effetti cittadini comunitari.
L’omicidio Reggiani fece emergere chiaramente la centralità del genere nei processi di etnicizzazione del nemico, straniero e stupratore, e il clima di allarme sociale alimentato da mass media e discorso pubblico istituzionale sedimentarono il processo di criminalizzazione indistinta degli uomini  immigrati in relazione allo stupro (delle donne italiane), andando ad alimentare il nesso migrante=stupratore, tant’è che si registrò un sensibile aumento della percezione dell’insicurezza in relazione ai reati sulla persona commessi da stranieri.[3]Contro questa logica paternalista e mistificatrice che opera tuttora e che tende a oscurare la vera radice della violenza contro le donne (“politiche di welfare inadeguate, totale mancanza di una cultura che metta in discussione una visione della donna come preda e vittima, mai portatrice di desideri e libera di scegliere, città abbandonate dove negli angoli bui proliferano ghetti e violenza”[4]), già subito dopo l’omicidio Reggiani, a Roma e in molte altre città d’Italia le donne scesero nelle strade contro la strumentalizzazione mediatica e politica in chiave securitaria e razzista della violenza maschile. “Non nel mio nome!” era lo slogan di questa potente manifestazione, insieme una dichiarazione e un monito alle istituzioni, ai mass media, alle agenzie di controllo sociale a non utilizzare più il portato simbolico del corpo delle donne per riprodurre la retorica dello straniero stupratore, rafforzando il nesso costitutivo tra sessismo e razzismo. La violenza di genere non poteva e non può essere relegata alla rappresentazione di un fenomeno estraneo alla nostra società per alimentare processi di criminalizzazione e vittimizzazione, la violenza è elemento costante e pervasivo che si alimenta soprattutto nelle mura domestiche.[5]E’ interessante notare come già al tempo il discorso pubblico non istituzionale, in primis quello portato avanti da collettivi e movimenti che parteciparono alle manifestazioni di piazza, affrontava dei temi e delle problematiche relative al controllo sul corpo delle donne e alla criminalizzazione dei migranti che in questi anni, lungi dall’essere affrontati o risolti, si sono concretizzati in un’escalation di politiche securitarie di stampo razzista. Di seguito un estratto di un comunicato del 2007 di un gruppo di donne del C.S.O.A ex Snia Viscosa di Roma:

“Contro le violenze, né sgomberi né espulsioni a nostro nome! Il gruppo donne del C.S.O.A Snia Viscosa si oppone con forza all’introduzione delle misure di sicurezza e di emergenza e alla campagna mediatica feroce e razzista che si è prodotta in seguito allo stupro e all’uccisione di Giovanna Reggiani. Riteniamo che tali risposte non fanno altro che distogliere lo sguardo dall’avvenimento reale, la violenza su una donna. Avvenimento che viene strumentalizzato ai fini di una giustificazione e alimentazione della diffusa intolleranza nei confronti delle comunità immigrate. Rifiutiamo la soluzione che al problema è stata data al livello governativo con sgomberi repentini e decreti che intensificano le misure di espulsione. Esprimiamo il nostro sdegno per i raid razzisti e sanguinari che vengono perpetrati contro gli immigrati da parte di squadracce fasciste. (…)
Respingiamo dunque il pacchetto di sicurezza Amato che strumentalizza i corpi delle donne per ridurre le contraddizioni sociali a un problema di ordine pubblico. (…) Riteniamo insufficiente il decreto di legge Pollastrini che affronta il problema attraverso un semplice inasprimento delle pene. (…) La violenza contro le donne non è un problema di ordine pubblico e non si affronta con misure repressive e coercitive. E’ un problema culturale che attiene al modo in cui le relazioni tra uomini e donne si strutturano e si autorappresentano nella società. Respingiamo infine con sdegno l’ignobile appello delle forze politiche e dei gruppi di destra, che fanno appello alla salvaguardia dei corpi delle donne italiane con espressioni del tipo “giù le mani dalle NOSTRE donne”. Ancora una volta, in consonanza con una piena concezione fascista della società, i corpi delle donne divengono il luogo attraverso cui si costruisce l’identità nazionale; le donne non sono considerate soggetti, individui, ma elementi biologici e strumenti di procreazione di una comunità più ampia. La violazione dei loro corpi diventa semplicemente una violazione dell’onore della nazione.
Noi donne diciamo che i nostri corpi non devono essere utilizzati per alcuna strumentalizzazione politica né per criminalizzazioni di stampo razzista. Non vogliamo tutori e difensori. Non siamo soggetti deboli da proteggere. Noi donne siamo solo nostre.”[6]

 

  1. Donne perbene o donne permale? “Né vittime né imputate ma indecorose e libere!”

Come dimostrano i dati ISTAT,[7]sono 6 milioni e 788 mila le donne che hanno subito una qualche forma di violenza. La realtà, tuttavia, è ben diversa da quella che vorrebbero farci credere: nel 62,7% dei casi la violenza avviene per mano di partner attuali o ex, familiari e intimi. La violenza avviene prevalentemente tra le mura di casa, raramente a opera di sconosciuti. Lo stupratore non è l’uomo nero che si nasconde all’angolo buio della strada, ma si aggira tra le mura domestiche, svelando tutta la fragilità del modello di famiglia “tradizionale” occidentale. Questi casi, tuttavia, non fanno notizia: manca il “mostro” da sbattere in prima pagina, manca lo “straniero” da colpevolizzare quando chi compie violenza è l’uomo bianco, italiano, magari un rispettabile uomo delle istituzioni, marito e padre di famiglia.  Da qui deriva la grande contraddizione quando si parla di violenza contro le donne, soprattutto nell’ambito della rappresentazione mediatica: se lo stupratore è straniero, migrante, povero, ecco che la donna diviene una vittima degna di tutela e il suo corpo viene strumentalizzato come simbolo oltraggiato di una supposta comunità nazionale da proteggere; quando lo stupratore è italiano, magari di status sociale privilegiato, oppure quando la donna che subisce violenza non conduce una vita moralmente impeccabile secondo gli standard sociali, ecco che da vittima si trasforma in imputata, e che l’opinione pubblica si unisce in un solo coro: “se l’è andata a cercare”. D’altronde, come non ricordare il caso delle due studentesse americane stuprate a Firenze da due carabinieri, alle quali durante il processo è stato chiesto persino se quella notte indossassero le mutande?[8]Come non ricordare le indagini, durante i processi per stupro, sulla moralità e sull’attendibilità della donna accusante, per tentare di provare la sua imputabilità?[9]La distinzione tra vittima e imputata, tra donna perbene e donna permale, è dunque finalizzata a definire anche cos’è la “nostra” donna, a evidenziare quali caratteristiche deve avere una vittima per essere legittimamente difesa, a delineare la condotta alla quale dovrebbe attenersi[10]: da un lato la donna per bene, decorosa e moralmente irreprensibile, dedita a riprodurre se stessa, il proprio ruolo e la propria nazione; dall’altra tutte quelle soggettività devianti, eccedenti, marginalizzate e ritenute “socialmente pericolose”.[11]La strumentalizzazione del corpo femminile avviene dunque sotto un duplice aspetto: da una parte in base alla logica della vittimizzazione coatta secondo cui le “nostre donne” vanno difese dagli immigrati stupratori, dall’altra tramite la colpevolizzazione della loro condotta e della loro libertà sessuale.

  1. Nel nome del decoro: ripulire lo spazio pubblico.

Particolare rilievo assume a mio parere la questione del decoro, inteso come principio a cui una donna dovrebbe conformarsi per essere una “perbene” e per questo lesivo della libertà e dell’autodeterminazione delle donne stesse. Intendendo per decoro“una sorta di principio estetico fondato su una nozione di ordine pubblico che decide a priori cosa/chi possa essere lecito e cosa/chi no”[12], è evidente che la definizione di tale principio passa anche attraverso ciò che comunemente viene inteso come “mal costume” o “pubblica decenza”.
Altrettanto evidente è che “nel nome del decoro” sono stati emanati dei provvedimenti fortemente lesivi della libertà delle donne, in particolare delle sex workers. A titolo esemplificativo ne citerò soltanto due:

– Nel 2007 il sindaco di Padova Flavio Zanonato emana un’ordinanza la cui motivazione fa riferimento ad esigenze di “tutela del decoro e della decenza nei luoghi pubblici” (ordinanza n.13 del 4 maggio 2007). Tale ordinanza vieta alle sex workers di mostrarsi con “abiti succinti o senza veli”, “che offendono il comune senso del pudore”, abbigliamenti che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di adescare o di esercitare l’attività del meretricio.
– Nel 2018, in pieno delirio securitario, la giunta di Novara approva un nuovo regolamento di polizia municipale che vieta di girare in “abiti succinti, che offendano il comune senso del pudore”.[13]
Possiamo ormai constatare come le varie forme di disciplinamento e controllo non si esercitino più unicamente entro spazi chiusi ma siano diventate pervasive dell’intera società.
In particolare, il dispositivo dell’ordinanza amministrativa, un tempo giustificabile solo sulla base dei criteri di “necessità e urgenza”, è ormai divenuto la norma, in un’ottica di trasformazione securitaria della governance territoriale. Le ordinanze messe a punto dagli enti locali mirano infatti a regolamentare e punire alcune condotte non riconducibili ad alcuna fattispecie di reato, trasformando le soggettività che esercitano tali condotte in “corpi del reato” da gestire e governare attraverso dispostivi di controllo sociale stigmatizzanti.[14]
Tale processo di normalizzazione dell’eccezione (le ordinanze ormai non sono emanate solo in casi di necessità e urgenza ma in relazione a qualsiasi condotta colpevole di turbare l’ordine pubblico) implica un problema di sospensione dei principi e dei diritti fondamentali: in questo clima di panico morale fomentato dal discorso massmediatico, la cosiddetta “società civile” non può fare a meno di invocare una maggior protezione e controllo per ottenere in cambio maggiore sicurezza, anche se il prezzo da pagare è quello di sacrificare diritti e libertà una volta ritenuti inalienabili.

 

  1. Più polizia, più telecamere, più paura: che genere di sicurezza?

“Questo pervasivo sentimento di insicurezza, frutto della precarietà economica ed esistenziale conseguente al nuovo assetto finanziario globale […] deve essere dirottato verso minacce e pericoli ben diversi dalle reali motivazioni socioeconomiche” (C. Pisanello, In nome del decoro)

Ma di cosa parliamo quando parliamo di sicurezza?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una radicale distorsione del concetto di sicurezza, dovuta principalmente alla crisi del welfare state e alla conseguente messa in atto di nuove strategie di controllo. Lo Stato, spodestato dalla sua funzione regolatrice dell’economia a causa della globalizzazione, che gestisce l’economia in modo sempre più transnazionale e indipendente dai confini e dalla dimensione territoriale, mantiene l’esclusiva funzione di gestire l’ordine pubblico. Quest’ultimo deve essere gestito in modo tale da riprodurre i capitali e da legittimare gli attuali meccanismi di distribuzione della ricchezza.[15]Tuttavia, la crisi del modello del welfare state, il contenimento dei programmi assistenziali e la riduzione della spesa pubblica per il sociale generano disagio, povertà, conflitto sociale e un’enorme massa di diseredati costretti a vivere di espedienti. Secondo la celebre formulazione di Wacquant si è realizzato un passaggio progressivo “da uno stato sociale minimo a uno stato penale massimo”[16], che vede nei meccanismi di controllo (specialmente nel carcere) l’unico modo per gestire la povertà e la miseria.
La sicurezza non viene più intesa in un’ottica assistenziale (diritto alla casa, al lavoro, al reddito), non più in un’ottica di erogazione di misure da parte dello Stato per prevenire la marginalità e l’esclusione sociale; bensì comincia ad essere intesa come fatto prettamente fisico, da gestire in termini di ordine pubblico. Ma sicurezza da chi, da cosa? Ecco che diventa immediatamente necessario individuare un nemico pubblico intorno al quale catalizzare tutta l’insicurezza sociale, operazione funzionale anche a spostare l’attenzione dai veri problemi (povertà dilagante, disoccupazione di massa, messa in sicurezza dei territori, etc). Ecco che il clima d’odio s’infittisce e la gente per sentirsi più al sicuro invoca più polizia, più telecamere, in una spirale di paura di matrice razziale che trova nella figura del migrante la necessaria valvola di sfogo e negli interventi repressivi delle forze dell’ordine l’unico modo per sentirsi più al sicuro. Il fatto che questo allarmismo sia fittizio poiché socialmente indotto, è dimostrato dal fatto che la percezione dell’insicurezza sia in costante aumento nonostante l’andamento dei reati sia in calo.[17]
Questo nuovo modo di intendere la società è stato definito da Luhmann (1991) come “società del rischio”, la quale utilizza strumenti autoritari per garantire l’ordine pubblico, tramite la riconfigurazione di nuove forme di controllo sociale. [18]La gestione dei rischi implica una selettività degli stessi: tramite la costruzione mediatica del panico morale e di allarmi sociali (pensiamo alla sovrarappresentazione mediatica della violenza sessuale commessa da stranieri e la quasi totale assenza dal dibattito pubblico della violenza sessuale commessa da italiani), la quale sfocia in dinamiche escludenti e in politiche securitarie, autoritarie e stigmatizzanti verso alcune categorie sociali, basate sulla logica della difesa sociale.
La stessa sicurezza è divenuta un’ideologia politica definibile come securitarismo: tale ideologia sostituisce i principi fondamentali del garantismo giuridico e penale trasformandosi in strumento da utilizzare a scapito di alcune soggettività indesiderabili, come i migranti.[19]
Proprio alcune politiche di pubblica sicurezza altamente repressive sono state messe a punto nel nome di un presunto rafforzamento della libertà femminile: in realtà esse stesse hanno contribuito a generare un clima di paura e di odio che tende ad addossare unicamente agli uomini migranti le colpe di un intero sistema sociale, ancora intrinsecamente patriarcale e misogino.

 

  1. Le politiche securitarie: alcuni esempi.

In Italia si comincia a parlare di sicurezza a partire dal ’94, con il famoso progetto pilota “Città sicure della Regione Emilia Romagna”, primo volano tramite cui diffondere una paura di massa che si tradurrà esplicitamente in un’idea di sicurezza basata sulla nozione di “ordine pubblico”, da garantire con ogni mezzo. Comincia così a prendere piede l’idea che la libertà dei cittadini dalla paura debba passare necessariamente dall’idea di sicurezza partecipata e integrata sui territori. Di seguito prenderò in esame alcune delle politiche securitarie promulgate in Italia a partire dal 2007, anno dell’omicidio di Giovanna Reggiani, le quali hanno più o meno esplicitamente strumentalizzato il corpo femminile come elemento di legittimazione nel perseguimento di obiettivi ben lontani dalla volontà delle donne.  Tali politiche, spesso altamente etnicizzate, hanno inteso risignificare lo status delle donne entro la società attraverso un processo di vittimizzazione coatta delle stesse, intendendo le donne come soggetti deboli e a rischio da tutelare attraverso dispostivi legislativi securitari per proteggerle dal maschio stupratore, specie se immigrato.[20]
Considerando dunque la sicurezza come un fatto da gestire meramente in termini di ordine pubblico (aumentando, per esempio, la presenza di polizia e militari nei quartieri), queste iniziative legislative “di tolleranza zero”, lungi dal risolvere il problema in termini di prevenzione, non hanno fatto altro che agire in termini repressivi alimentando un circolo vizioso di paura e xenofobia: la “prevenzione” del rischio rassicura i cittadini, ma produce essa stessa il rischio indicando nuove figure di marginalità sociale e nuove soggettività “devianti” e “socialmente pericolose”.

  • Decreto legge 181/2007: “Disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza”. Dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, la reazione delle forze politiche fu fortemente repressiva e allarmistica: il governo è di centro-sinistra (Prodi è Capo del Consiglio), e in due giorni viene approvato il Decreto legge 181/2007 il quale dà il via a una crociata razziale contro i campi nomadi (l’assassino di Giovanna Reggiani è rumeno). Tale decreto, infatti, contiene una norma che attribuisce ai prefetti il potere di espellere dal territorio nazionale i cittadini comunitari per ragioni di pubblica sicurezza. Da qui ha inizio la criminalizzazione indistinta degli stranieri in relazione allo stupro delle donne italiane (anche tramite una rappresentazione stereotipata della popolazione rumena), e il genere comincia ad assumere un ruolo di primo piano nei processi di etnicizzazione del nemico.
  • Decreto legge 92/2008contenente “misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”e facente parte del pacchetto sicurezza varato dal governo Berlusconi al fine di “contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata”.Questo pacchetto sicurezza introduce l’esercito nel controllo del territorio, attribuendo di fatto ai militari impiegati nei quartieri poteri di polizia; inoltre attribuisce maggiori poteri ai sindaci.
  • Decreto legge 11/2009: “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori.”
    Tale decreto mette per la prima volta in relazione l’immigrazione e la violenza sessuale, a voler intendere la prima come causa della seconda, utilizzando come collante il discorso securitario. Avente per oggetto il contrasto alla violenza sessuale, prevede insieme norme sull’espulsione e il respingimento di stranieri irregolari, associando esplicitamente per la prima volta la decretazione d’urgenza agli stupri, le politiche securitarie alla tutela del corpo femminile. Tale decreto istituisce inoltre le ronde (“volontari per la pubblica sicurezza”), nell’ottica di una sicurezza integrata e partecipata che vede il coinvolgimento dei cittadini e che ritornerà anche con il Decreto Minniti nel 2017.

Già dal fine esplicitato dal testo del decreto possiamo notare come il corpo femminile venga strumentalizzato per finalità razziste e punitive, senza le prove concrete di un reale collegamento tra immigrazione e violenza: “assicurare una maggior tutela della sicurezza della collettività a fronte dell’allarmante crescita degli episodi collegati alla violenza sessuale attraverso un sistema di norme finalizzato al contrato dei delitti di violenza sessuale(…) ad una più efficace disciplina dell’espulsione e del respingimento degli immigrati irregolari, a un più articolato controllo del territorio.”

  • Decreto legge 93/2013: “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province.”

Tale decreto viene pretestuosamente chiamato “contro i femminicidi” quando in realtà si occupa di disciplinare materia ben più ampia, come la violenza negli stadi e il furto di rame. Le misure contro i femminicidi vengono dunque inserite in un pacchetto sicurezza che ben poco sembra avere a che fare con la prevenzione: “Ritenuto che il susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne e il conseguente allarme sociale che ne è derivato rendono necessari interventi urgenti volti a inasprire, per finalità dissuasive, il trattamento punitivo degli autori di tali fatti”. Ancora una volta il corpo delle donne viene strumentalizzato nel nome della sicurezza, ancora una volta la violenza di genere viene intesa come fatto penale, emergenziale, da trattare con le molle dell’ordine pubblico e non come fatto sociale e culturale.

Questi sono solo alcuni esempi delle politiche emergenziali che, insistendo ossessivamente sul concetto di “pubblica sicurezza”, sono arrivate fino ai giorni nostri sotto forma di nuovi decreti prima e leggi poi, indistintamente nel panorama politico di destra e sinistra: nel 2017 il Decreto Minniti colpisce ulteriormente le soggettività migranti, povere e marginali introducendo il “Daspo Urbano” e implementando ulteriormente i poteri dei sindaci e della polizia, nel 2018 il Decreto Salvini, cavalcando l’onda dell’isteria securitaria e razzista, arriva addirittura a ritirare il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, creando migliaia di migranti irregolari. Chiaro esempio, quest’ultimo, di come la “società del rischio” fabbrica e produce il concetto stesso di pericolosità sociale, di come troppo spesso la politica utilizzi la paura per generare nuovo caos e giustificare l’imposizione di misure autoritarie ed emergenziali.
Le iniziative legislative precedentemente citate, affrontando il problema della violenza di genere tramite un semplice inasprimento delle pene, ben poco hanno potuto incidere sul problema strutturale, sulla radice del male che uccide le donne: una società dalla mentalità profondamente maschilista, in cui le donne sono ancora intese come oggetti da possedere e non come soggetti capaci di autodeterminarsi.

 

Conclusioni

“Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”: questo è uno degli slogan scandito da anni nei cortei femministi, nelle mobilitazioni, nelle piazze e nelle strade. Ritengo che lungi dall’essere un semplice slogan, queste poche ma incisive parole possano essere un buon punto di partenza per la costruzione di un concetto di sicurezza diverso da quello analizzato finora, proprio del discorso istituzionale. Un esempio lampante ci giunge, per esempio, dalle numerose “passeggiate femministe” notturne organizzate da Non Una di Meno negli ultimi anni in varie città d’Italia: la “nostra” sicurezza non sono le ronde contro i migranti, la nostra sicurezza riparte da noi stesse, dalla riappropriazione fisica degli spazi e delle strade delle nostre città. Uno spunto interessante proviene anche dai “piani femministi per una città sicura” stilati da varie sezioni di Non una di meno a livello cittadino: locali aperti, strade illuminate, più mezzi pubblici anche nelle ore notturne.
Credo che il ruolo del movimento femminista, centrale in questo momento storico, debba essere innanzitutto quello di costruire una resistenza quotidiana per sovvertire le narrazioni tossiche che ritengono costitutivo il nesso donna=vittima, che accettano come normalità il fatto che la donna, in quanto corpo fragile e soggetto debole, vada in qualche modo “salvata” – grazie a mariti, istituzioni e polizia – perché non è in grado di farlo da sola.
Un primo passo potrebbe essere cominciare a narrare in maniera differente e autodeterminata i casi di violenza di genere (un esempio proviene dalla pagina facebook NarrAzioni Differenti) per arginare il ruolo dei media nella costruzione dell’emergenza, o ancora l’attivazione di percorsi di prevenzione nei luoghi della formazione e nei luoghi di lavoro. Le violenze, purtroppo, continuano ad accadere, ed è assolutamente necessario andare alla radice del problema.
La repressione punitiva non è la soluzione: gettare un uomo in cella a vita nel nome di un forsennato giustizialismo è un rimedio meramente contenitivo, non risolve il problema di fondo che risiede nell’asimmetria delle relazioni tra i generi. Bisogna insegnare agli uomini a non esercitare violenza, non bisogna limitarsi a insegnare alle donne a difendersi con lo spray al peperoncino, ormai venduto persino nei tabacchini. Ritengo che per il contrasto alla violenza di genere sia assolutamente necessario cercare una risposta che non sia la repressione poliziesca o la carcerazione a vita, costruire un’alternativa non delegando ma lottando in prima persona, senza riporre eccessiva speranza in istituzioni che troppo spesso si sono mostrate indifferenti, limitandosi a mere operazioni di pink-washing.
Ritengo che la nostra sicurezza debba necessariamente ripartire dalla nostra autodeterminazione, dalla nostra presa di parola e dalla costruzione di “buone pratiche” femministe come reti di solidarietà attiva, di comunità e collettività, dalla riappropriazione fisica degli spazi della città per renderli realmente sicuri, dalla prevenzione ed educazione al rispetto e alle differenze, dalla lotta femminista come liberazione permanente dall’oppressione.

Bibliografia

AA.VV. (1979), “Processo per stupro”,Italia. https://www.youtube.com/watch?v=-pVr956wU5k

CSOA eXSnia (2007, 11 novembre), “Contro le violenze: né sgomberi né espulsioni in nostro nome”, https://www.exsnia.org/contro-le-violenze-ne-sgomberi-ne-espulsioni-in-nostro-nome/.

FuxiaBlock (2016, 2 novembre), “Non sui nostri corpi. Violenza di genere e sovversione della norma eterosessuale.”, NonUnaDiMeno, https://nonunadimeno.wordpress.com/2016/11/02/non-sui-nostri-corpi-violenza-di-genere-e-sovversione-della-norma-eterosessuale/.

Il Post, (2018, 16 agosto), “I reati calano, ma la paura resta.”, https://www.ilpost.it/2017/08/16/numero-percezione-reati/.

ISTAT, “Violenza sulle donne”, https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne

Marino A., (2018, 14 febbraio), “Stupro di Firenze, interrogatorio choc: “Indossavi la biancheria?”,Fanpage (Roma), https://www.fanpage.it/stupro-di-firenze-interrogatorio-choc-indossavi-la-biancheria/

Osservatorio Repressione, (2018, 3 novembre), “Delirio sicuritario a Novara: Taser ai vigili e “abiti succinti” vietati”,http://www.osservatoriorepressione.info/delerio-sicuricario-novara-taser-ai-vigili-abiti-succinti-vietati/.

Peroni, C. (2012), “Norme, Controllo, Sessualità”. In A. Simone, “Sessismo Democratico”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

Pisanello, C. (2017), “In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie.”,Verona, Ombre Corte.

Renzi, V. (2018, 26 ottobre), “Da Giovanna Reggiani a Desirée: la politica non ha smesso di speculare sui corpi delle donne”, Fanpage (Roma), https://roma.fanpage.it/da-giovanna-reggiani-a-desiree-la-politica-non-ha-smesso-di-speculare-sui-corpi-delle-donne/.

Simone, A. (2010), “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio.”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

Vianello F., (2012), “Il carcere. Sociologia del penitenziario”, Roma, Carocci editore

Wacquant, L. (2000), “Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello Stato penale nella società neoliberale”, Milano, Feltrinelli

[1]Peroni, C. (2012), “Norme, Controllo, Sessualità”. In A. Simone, “Sessismo Democratico”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

[2]Renzi, V. (2018, 26 ottobre), “Da Giovanna Reggiani a Desirée: la politica non ha smesso di speculare sui corpi delle donne”, Fanpage (Roma), https://roma.fanpage.it/da-giovanna-reggiani-a-desiree-la-politica-non-ha-smesso-di-speculare-sui-corpi-delle-donne/.

[3]Peroni, C., op. cit.

[4]Renzi, V.

[5]FuxiaBlock (2016, 2 novembre), “Non sui nostri corpi. Violenza di genere e sovversione della norma eterosessuale.”, NonUnaDiMeno, https://nonunadimeno.wordpress.com/2016/11/02/non-sui-nostri-corpi-violenza-di-genere-e-sovversione-della-norma-eterosessuale/.

[6]CSOA eXSnia (2007, 11 novembre), “Contro le violenze: né sgomberi né espulsioni in nostro nome”, https://www.exsnia.org/contro-le-violenze-ne-sgomberi-ne-espulsioni-in-nostro-nome/.

[7]ISTAT, “Violenza sulle donne”, https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne

[8]Marino A., (2018, 14 febbraio), “Stupro di Firenze, interrogatorio choc: “Indossavi la biancheria?”, Fanpage (Roma), https://www.fanpage.it/stupro-di-firenze-interrogatorio-choc-indossavi-la-biancheria/

[9]AA.VV. (1979), “Processo per stupro”, Italia. https://www.youtube.com/watch?v=-pVr956wU5k

[10]Peroni, C. (2012), “Norme, Controllo, Sessualità”. In A. Simone, “Sessismo Democratico”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

[11]FuxiaBlock (2016, 2 novembre), “Non sui nostri corpi. Violenza di genere e sovversione della norma eterosessuale.”, NonUnaDiMeno, https://nonunadimeno.wordpress.com/2016/11/02/non-sui-nostri-corpi-violenza-di-genere-e-sovversione-della-norma-eterosessuale/.

[12]Simone, A. (2010), “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio.”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

[13]Osservatorio Repressione, (2018, 3 novembre), “Delirio sicuritario a Novara: Taser ai vigili e “abiti succinti” vietati”, http://www.osservatoriorepressione.info/delerio-sicuricario-novara-taser-ai-vigili-abiti-succinti-vietati/.

[14]Simone, A. (2010), “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio.”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

[15]Vianello F., (2012), “Il carcere. Sociologia del penitenziario”, Roma, Carocci editore

[16]Wacquant, L. (2000), “Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello Stato penale nella società neoliberale”, Milano, Feltrinelli

[17]Il Post, (2018, 16 agosto), “I reati calano, ma la paura resta.”,https://www.ilpost.it/2017/08/16/numero-percezione-reati/.

[18]Simone, A. (2010), “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio.”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

[19]idem

[20]Peroni, C. (2012), “Norme, Controllo, Sessualità”. In A. Simone, “Sessismo Democratico”, Milano-Udine, Mimesis Edizioni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.