Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze, Raccontare il femminismo

Il femminismo a cosce aperte

Una delle prime cose dette da mia nonna e poi anche da mia madre non riguardava il mio benessere psicofisico, la mia salute, la possibilità di realizzazione dei miei sogni. Tutto si riassumeva in tre parole: “chiudi le cosce”. Non era un consiglio ma un’intimidazione. Dentro le mie cosce c’era qualcosa di sporco, di pericoloso, e io avevo il compito di tenerlo ben chiuso affinché il mondo fosse protetto da esso.

L’immagine di me bambina la ricordo con certa tenerezza. C’ero io che dovevo proteggere il mondo da tutto ciò che poteva venir fuori dalle mie cosce aperte. Quel che sapevo era che tra le mie cosce scivolavano gocce di pipì. Forse era tutta una questione di igiene, pensavo. Ma anche mio fratello faceva la pipì. Quindi perché io avrei dovuto tenere strette le cosce e mio fratello invece no?

La faccenda si complicò quando ebbi le prime mestruazioni. In quel caso ero l’unica ad essere macchiata di rosso. Mio fratello non aveva lo stesso problema..Quindi ripensando alle parole di mia nonna e a quelle di mia madre trovai ci fosse almeno un senso al fatto di sentirmi sbagliata, sporca. Del timore sociale nei confronti del sangue mestruale hanno parlato poi in molte tra donne, femministe, studiose, antropologhe.

Ma come liberarmi di quel fardello, di quel peso che restava sempre e solo mio? Come riuscire a immaginarmi giusta e pulita rivendicando la libertà di aprire le cosce? Davvero non pensavo ci fosse così tanto da dire, da scrivere, da dimostrare al mondo nella ricerca di una mia ragione di esistenza.

Negli anni questo timore nei confronti delle cosce aperte divenne un modo per depotenziarmi, per togliermi forza. Ed erano altre donne a ricordarmi che non avevo il diritto di pretendere di essere potente e forte.

Persino nei dialoghi tra femministe intravedevo lo stesso timore mascherato da una serie di bugie, una dietro l’altra. Non c’entrava la questione della pipì o del sangue mestruale. C’era chi mi faceva intendere che eravamo talmente superiori da poter andare oltre quell’ostacolo senza rimuoverlo mai del tutto.

Ma che cos’era in fondo questo bisogno di tenere le cosce aperte nella dialettica tra donne. Perché rivendicarlo, mi schernivano. In quel caso sentivo parole etero/dirette come esibizionismo, voglia di trasgredire a tutti costi, una infantile e irritante ricerca di un tratto morboso che avrebbe solleticato i pruriti maschili.

Quel far cenno alle cosce aperte diventava comunque una colpa. La colpa di non essere una brava compagna, quella di non essere una brava femminista, quella ancora legata ad un rapporto ancestrale con il proprio corpo. Come se crescendo io dovessi smaterializzarmi, abbandonare il legame carnale e tendere ad una mistica ricerca dell’anima. Avete mai sentito dire da qualcuno che la sede dell’anima è in mezzo alle cosce di una donna? Io mai.

Quell’antico disagio, quell’autocensura che le donne si imponevano, non mutava corso, non veniva fuori. Diventava una sorta di intellettualizzazione di qualcosa che avremmo invece dovuto trattare in termini di tangibilità.

Le cosce sono un fatto, quel che c’è dentro è un fatto. Si tratta perciò della perenne rimozione di qualcosa con la quale abbiamo comunque a che fare per tutta la nostra vita. Ed ecco che allora il fatto di aprire le cosce assume una valenza simbolica che ci porta oltre l’impotenza.

Aprire le cosce significa riprendersi uno spazio che c’è stato tolto. Significa riprenderci forza e potenza. Significa svelare la forza dirompente di quel flusso sanguigno che dalla vita nasce e che la vita crea. Dentro le cosce abbiamo nascosto per secoli un mistero che non è più tale perché tante donne non vogliono più essere misteriose, non vogliono vergognarsi di se stesse, non vogliono avere un cattivo rapporto con i propri odori, sapori, liquidi.

C’è un altro aspetto che riguarda la censura che c’è stata imposta per tanto tempo. Gli unici esseri dinanzi ai quali avremmo potuto aprire le cosce, quindi svelare quel mistero, erano uomini. Ed erano gli uomini che ponevano un lucchetto al fine di infonderci timore per la nostra potenza.

C’è un movimento di donne di ultima generazione che ha deciso non solo di aprire le cosce ma di lasciar vedere il sangue che ne viene fuori. Molte non capiscono, spesso esprimono giudizi negativi su quella che ora è diventata una pratica politica. Io stessa non so se avrei il coraggio di andare in giro con un pantalone insanguinato. Ma sento che quelle donne stanno conducendo una rivolta che mi coinvolge fortemente. Sono rivoltose, belligeranti, sfidano la morale comune, disobbediscono al patriarcato.

Perciò mi piacerebbe che quelle donne fossero riconosciute come combattenti di un femminismo a cosce aperte. Dalle nostre cosce non viene fuori veleno, sporcizia, maledizioni, pozioni per manipolare e condizionare la vita degli uomini. Dalle nostre cosce fuoriesce una rivolta, una ribellione, un corteo di rosso vestito. Ed è un rosso che macchia, stabilendo però che quella macchia non è un’onta. Non è nulla di cui vergognarsi. E’ piuttosto un’impronta indelebile che ci rappresenta.

Se ci pensate bene è strano come non si siano mai dedicate pagine alla vischiosità degli spermatozoi. Al loro guizzo compromettente. Lo sperma è bianco, teoricamente, quindi pulito ed è depositario di tutta la forza, la potenza riproduttiva che appartiene in eguale misura al nostro sangue mestruale.

Lo sperma deve essere fecondo, è segno di virilità, su di esso si basa l’identità maschile quella che non vuole lasciarsi più modestamente rinominare, svelando che il bianco mischiato al rosso non perde potenza, semplicemente la condivide.

Aprire le cosce significa sfidare il destino, strappare via una ragnatela, spezzare le catene. Parlo di catene non a caso perché su quel “chiudi le cosce” si realizza una prigione fatta di ruoli, imposizioni, addomesticamenti, sottomissioni. Perciò abbiamo il dovere di aprire le cosce. Abbiamo il dovere di liberarci, di distruggere quella prigione, non senza pagarne un prezzo, figuriamoci.

Nella morale comune la donna a cosce aperte viene considerato una zoccola, una puttana, una che la dà via facilmente. Tenere le cosce serrate per una certa mentalità è segno di buona educazione, di virtù. Quindi capite come sia stato facile tener segregate la nostra forza e la nostra potenza. Capite anche come sia stato semplice intrappolarci attraverso un codice morale di appartenenza.

Dentro le nostre cosce c’è qualcosa di cui alcuni vantano la proprietà. Quando parliamo di cosce strette, non è solo un problema di buone abitudini ma si tratta di assumere la consapevolezza del fatto che siamo state espropriate di qualcosa che è nostro, che appartiene solo a noi.

Un femminismo a cosce aperte non può e non deve usare mezze frasi o produrre rari riferimenti residuali. Non c’è una via di mezzo. Quelle cosce o sono chiuse o sono aperte. Aprire le cosce vuol dire riaffermare che tutto quel che accade, in quei luoghi descritti con terrore, è nostro, ci appartiene.

Ci appartiene l’esplorazione della nostra sessualità. Ci appartiene l’ambizione di esibire il desiderio. Ci appartiene ill diritto di gestire la nostra capacità riproduttiva. Così vedete come in quelle tre parole – “chiudi le cosce” – è racchiuso il senso di una grande lotta di liberazione. C’è stato il momento in cui liberatorio è stato bruciare i reggiseni. Oggi, forse, sarebbe il caso di bruciare le mutande. O di usarle come bandiere a rappresentare un nuovo contesto storico, politico, sociale.

Serve un fuoco che destabilizzi e detronizzi chi ha trasformato le mutande femminili in uno strumento coercitivo. C’è chi nega il fatto che sono altri a dirti di indossarle o quando toglierle. Parafrasando potremmo dire che esiste un’estetica della mutanda. Devi assolutamente indossarla per coprire imperfezioni. Per contenere l’incontenibile. Poi ti dicono di toglierle quando l’estetica del tuo corpo secondo il loro giudizio te lo permette.

La nostra nudità non ci appartiene ancora. I nostri corpi sono sempre un campo di battaglia. Le nostre cosce continua a restare serrate, nonostante il caldo, il sudore, la voglia di far respirare quella pelle. Le cosce aperte – invece – respirano, vivono, sentono, senza filtri e anche questo, se ci pensate bene, è femminismo.

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