Autodeterminazione, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Uomo contro uomo: la violenza domestica tra gay e bisessuali esiste e va affrontata

di Gennaro Veneziano*,
maschio, femminista

Ogni giorno purtroppo leggiamo sui giornali fatti di cronaca riguardanti la violenza maschile contro le donne e il femminicidio, nell’accezione ampia e dettagliata di Marcela Lagarde. Involontariamente connotiamo i due sessi, come l’uomo violento e la donna vittima, e invisibilizziamo (e dunque neghiamo) tutte le altre dinamiche violente e le varie intersezioni tra identità sessuale, identità di genere e orientamento sessuale che possono prodursi.

La violenza domestica nelle coppie di uomini gay o bisessuali esiste e raggiunge livelli simili a quelli delle coppie eterosessuali. Secondo il documento stilato dalla Intimate Partner Abuse and Relationship Violence Working Group dell’American Psychological Association (APA) gli uomini impegnati in una relazione omosessuale denunciano di essere stati vittime di violenze il doppio rispetto a maschi impegnati in una relazione eterosessuale. Più tardi, nel 2007, il Journal of Urban Health, pubblicato dalla New York Academy of Medicine evidenziò che circa il 32% degli omosessuali aveva dichiarato di aver subito abusi da uno o più partner che avevano avuto nella vita, fino a ricerche più recenti che invece sottolineano come le percentuali di uomini che fanno sesso con altri uomini vittime di violenza domestica (Intimate Partner Violence –IPV) sono paragonabili a quelle di donne eterosessuali.

Queste fonti intanto indicano che, soprattutto per uomini gay e bisessuali, gli studi provengono tutti da oltreoceano. Timide ricerche in Europa sono disponibili limitatamente al caso britannico grazie all’associazione “Broken Rainbow”, ora inattiva causa assenza di fondi, che offriva aiuto alle coppie dello stesso sesso nei casi di violenza domestica, ricevendo nei periodi di attività una media di 10 mila chiamate all’anno. La necessità di servizi specifici di un’associazione come Broken Rainbow evidenzia un forte gap istituzionale, ideologico e sociale, che spiega anche la scarsità di dati: tutto il movimento contro gli abusi domestici è iniziato (e non si è mai più scollato) come movimento di donne maltrattate da uomini maltrattanti. I servizi sanitari, sociali, legali e più in generale di assistenza e supporto sono sempre stati studiati e forniti secondo questo schema generando, pertanto, un vuoto con preoccupanti ripercussioni individuali e sociali. A questo proposito, è utile riportare la testimonianza di un uomo di 35 anni di Bologna (uno dei pochi casi italiani diventati pubblici) che ha deciso di denunciare la violenza domestica subita dal compagno:

«Se tornassi indietro non denuncerei più, chiuderei la relazione e basta. È stato troppo umiliante. Alcuni agenti mi hanno detto che avrei dovuto rispondere alle botte del mio ex visto che sono un uomo. Mi sono sentito io quello sbagliato, incapace di difendersi. E il centro antiviolenza a cui mi sono rivolto ha deciso solo dopo una riunione straordinaria di accettare il mio caso: ho dovuto chiamare decine di volte. Poi abbiamo iniziato il percorso, ma con un grande imbarazzo. Ero il primo uomo che vedevano. E che dire delle dichiarazioni che ho rilasciato nell’ufficio del pm, mentre un flusso di persone andava avanti e indietro, sghignazzando per i miei racconti? Credo che le persone e le strutture non siano pronte per storie come la mia. Quando la vittima di violenza domestica è un uomo tutto diventa più difficile. Avrei voluto trovare le istituzioni all’altezza della situazione, invece mi sono solo sentito a disagio».

Tra le varie forme di violenza, le più frequenti sono quella emotiva/psicologica e quella sessuale in forme specifiche. Tra i fattori di rischio peculiari assumono particolare rilevanza lo status HIV/AIDS, conflitti sul posizionamento di genere, sulla manifestazione della propria mascolinità, sul processo di accettazione e di apertura riguardo la propria identità sessuale con le varie cerchie sociali (paura dell’outing), il ruolo di costruzione dell’identità della prima relazione omosessuale (l’investimento emotivo del sopravvissuto nel volere una relazione con un uomo per confermare la propria identità e costruzione del sé, unita alla associata mancanza di esempi e modelli relazionali positivi, può rendere molto difficile il riconoscimento di una relazione insana e violenta a causa di un’elevata dipendenza affettivo-identitaria. Gli studi rivelano proprio che le prime relazioni sono quelle più pericolose, soprattutto quando vi è una considerevole differenza di età ed esperienza tra i partner, che induce il partner giovane a non sentirsi sufficientemente in grado di gestire una relazione e, per converso, ad accettarla così com’è senza metterla in discussione) e il diverso grado di omonegatività interiorizzata nel quadro interpretativo dello stress da appartenenza a una minoranza (in questo caso sessuale).

All’omofobia interiorizzata che può causare una normalizzazione della violenza e può inibire la denuncia, sia a causa della percezione di un doppio stigma (gay e vittima di violenza), sia a causa della pressione della comunità LGBT che spesso cerca di nascondere tali realtà per paura di un aumento del pregiudizio; va ad aggiungersi l’omofobia istituzionale e societaria che, negli operatori (sociali, sanitari, giudiziari) si manifesta nel non saper distinguere tra miti, stereotipi e realtà riguardo le persone gay e bisessuali e le loro relazioni, con evidenti ripercussioni sulla relazione d’aiuto; mentre nell’impianto strutturale si dimostra non in grado di fornire supporto, assistenza e percorsi di reinserimento per i sopravvissuti. Tale omofobia istituzionale unita a una società etero normativa, cioè che naturalizza la relazione eterosessuale (strutturandosi in base a quella) e considera deviante in tutti i suoi aspetti e le sue manifestazioni tutto ciò che non vi aderisce, alimentano l’insicurezza e l’isolamento delle vittime gay e bisessuali impedendo loro di cercare supporto e assistenza per uscire dalla relazione violenta. Il framework può esser così sintetizzato: “se gli uomini nonpossono essere vittime di violenza domestica e le relazioni gay sono sbagliate in principio nella loro natura,perché una qualche forma di supporto dovrebbe essere fornita?” (traduzione mia).

A causa di questa serie di fattori la violenza domestica tra gay e bisessuali viene fortemente taciuta, sottostimata e non indagata, portando le vittime a sentirsi tanto alienate, isolate e senza via d’uscita da assumere comportamenti autodistruttivi tra cui, su tutti, rimanere nella relazione violenta. L’intento di questa ricerca è quello di slegare la realtà della violenza domestica da una visione eterosessista che individua monoliticamente nei ruoli di genere la vittima e l’abusante e ignora la variabile dell’orientamento sessuale. Si vuole quindi sottolineare l’impatto distintivo che omofobia ed eteronormatività hanno nella violenza domestica tra uomini gay e bisessuali che può addirittura portare il sopravvissuto a non uscire dalla relazione per una sorta di legame con il proprio abusante contro un mondo omofobo ostile. Infine un tipo di mascolinità tossica talvolta può condurre alla violenza tra uomini come tentativo di affermazione o manifestazione della propria, percepita come minacciata, identità di genere.

* (Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani)

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