Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Avevo nove anni e lui già abusava di me. La violenza nella “famiglia tradizionale”

Lei scrive:

Cara Eretica,

la prima volta che mi toccò avevo appena compiuto nove anni. Non sapevo niente e mi insegnò tutto. E’ complicato da spiegare ma io pensavo davvero che quello fosse amore. Non potevo rendermi conto di quanto fosse sbagliato. Lui mi invitava a toccarlo e non c’era aggressività nei gesti. Mi convinceva con le parole e io credevo fosse normale. Quando a 13 anni mostrai interesse verso un compagno di scuola cominciai a vivere le prime difficoltà. Sapevo che quello che stavo facendo non era giusto e mi sentivo in colpa per questo. Volevo vivere e quello che provavo nei confronti del mio coetaneo era un sentimento nuovo. Non dovevo toccarlo per dimostrare il mio amore e mi fermavo solo a sognare cose semplici, andare in giro mano nella mano, baciarsi dolcemente, fermarsi a guardare il mondo e ridere di tutto.

Poi tornavo a casa e c’era sempre la stessa routine. Io non volevo più farlo e cominciarono i primi problemi. Sto parlando di mio padre, per essere più chiara. Cominciò a seguirmi fuori, mi veniva a prendere a scuola per impedirmi di fare il tragitto con i miei compagni. Mi vietava di andare a fare i compiti fuori e cominciò a essere geloso di tutto. Le telefonate, le visite delle amiche. Volevo partecipare alla gita scolastica e lui disse di no e solo quando urlando mi chiamò puttana e disse che mi avrebbe ritirato dalla scuola finì per litigare con mia madre. Di lei fino ad ora non vi ho parlato perché nella mia vita contava davvero poco. Cucinava, stirava, lavava ma non era molto presente. Io amavo mio padre e mio padre amava me e questo mi bastava, fino a quando non fu tutto così strano.

Non potevo dire a nessuno quello che stava succedendo perché mio padre diceva che sarebbe finito in galera e “tu non vuoi che io finisca in galera, vero?” mi diceva. No, non volevo. Io lo amavo e non avrei permesso che nessuno gli facesse del male. Poi la sua presenza cominciò ad essere soffocante, mi opprimeva con sospetti e insulti. Diventò più aggressivo anche quando veniva nel mio letto e io che ero abituata a pensare che quello che facevamo fosse naturale cominciai a vedere le cose in altro modo.

Un bel giorno ruppi quel patto di segretezza e mi confidai con una compagna di scuola che pensavo fosse mia amica. Alla fine disse che io ero una sporcacciona, che le veniva da vomitare e che non voleva più parlare con me. Non capivo il perché di quella reazione ma oggi so che lei reagì così perché quando le raccontai di me e mio padre non parlai di violenza ma del fatto che dormivamo insieme e che ci toccavamo per dimostrarci affetto. Come poteva lei pretendere che io potessi giudicare tutto in modo lucido o che potessi parlare di mio padre come se fosse un mostro? Quel giudizio non spettava a me e comunque le cose per me non erano così chiare. Vista l’esperienza con lei decisi di non dirlo più a nessuno e per fortuna in quel periodo mia nonna si ammalò e io mi offrii di andare a stare da lei per aiutarla. Nessuno poteva dire di no a questo. Fu così per un anno e durante quel periodo, nonostante le visite a sorpresa di mio padre, i suoi appostamenti fuori dalla scuola e i suoi inviti a tornare a casa con qualunque scusa, io mi resi conto che per mio padre provavo amore ma che non volevo più toccarlo ed essere toccata da lui. Non che prima lo volessi ma sì, insomma, avete capito.

La nonna malata era la mamma di mio padre eppure lei più di mia madre capì che c’era qualcosa che non andava e allora cominciò, senza dirmi cosa aveva intuito, a sgridare suo figlio e a dirgli che io avrei dovuto rimanere con lei più del dovuto. Passato un anno ne iniziò un altro e poi ancora uno e così rimasi da lei fino a quando compii i 18 anni. Feci appena in tempo ad iscrivermi all’università e mia nonna morì proprio quell’anno lasciandomi la casa e tutto quello che aveva (un po’ di risparmi in banca). Era stata chiara con tutti: poco prima di morire aveva spostato i suoi soldi sul mio conto e aveva registrato la casa a mio nome, perciò solo io potevo restare in quella casa e solo io potevo avere quei soldi. Mio padre e mia zia, che dicevano di essere gli eredi, non si opposero nonostante pensassero di avere il diritto a prendersi tutto. Rispettarono la volontà di mia nonna e io riuscii ad essere più indipendente.

Mio padre non mi importunò più fin dal momento in cui mia nonna gli disse che avrei dovuto restare con lei più a lungo. Credo gli abbia detto qualcosa che lo ha spaventato a morte perché le cose cambiarono di colpo. Lei era una donna risoluta e penso però sapesse già da prima cos’era mio padre. Seppi infatti che lui aveva molestato anche mia zia che aveva circa cinque anni meno di lui. Molestato ma senza andare oltre perché mia nonna gliele aveva suonate. Credo lei pensasse che con una figlia lui sarebbe stato diverso. Invece con me era stato molto più semplice. Proprio perché io ero sua figlia, piccola e manipolabile. Lo amavo e volevo solo che lui mi amasse. Se non ci fosse stata mia nonna non avrei potuto risolvere la cosa in un modo che non mi ha costretto a scelte che mi avrebbero spezzato dentro.

Denunciarlo, mandarlo in galera, tutte cose che non volevo fare e non perché alla fine non avessi capito quel che mio padre era ma perché mi vergognavo di dire che io e lui avevamo dormito insieme per molti anni e poi non volevo vederlo in carcere, triste e solo. Lo amavo, in ogni caso. Chi pensa che una vittima di abusi da parte di un familiare abbia la capacità di distinguere amore da abusi pretende troppo. Ci sono tante cose che non si possono spiegare e c’è comunque un problema che nessuno può risolvere: il senso di colpa e la vergogna in parte restano. E resta anche il senso di abbandono, l’allontanamento di mio padre dopo che le cose sono cambiate tra noi per me è stato duro da superare. Ma non c’erano vie di mezzo. Lui non sapeva amarmi come io avrei voluto e come avrebbe dovuto. Lui non sapeva amarmi e basta, immagino.

Oggi ho 36 anni, sto bene, mio padre e mia madre invecchiano insieme. Io ho un compagno con il quale convivo e non ho un buon rapporto con la mia famiglia soprattutto perché penso che mia madre sapesse e a parte quella sfuriata per non farmi interrompere gli studi non disse mai niente. Non vuole accettarlo neppure oggi. Gliel’ho detto, sapete? E lei si è voltata sorridendo e ha continuato a preparare la cena natalizia. E’ stata l’ultima festa che ho trascorso con i miei. Ho avuto ancora bisogno di mio padre perché per finire gli studi mi servivano soldi e lui me li ha dati. Me lo doveva. Poi ho trovato un lavoro e l’indipendenza economica mi ha permesso di allontanarmi così come ho fatto.

Non lo odio, non credo di averlo mai odiato. Provo rabbia soprattutto nei confronti di mia madre ma non odio neppure lei. Non so come ne sono uscita senza pensieri sbagliati ma ce l’ho fatta. Non tutto è ancora passato ma vivo il presente e non permetterò a nessuno di rubarmelo. Una cosa chiara in testa ce l’ho: se avrò una figlia non la lascerò mai nelle mani di mio padre. Questo è sicuro.

Ps: ho voluto raccontare questa cosa anche perché è questo che succede a volte nelle famiglie “tradizionali” di cui si parlerà a Verona. Ma di questa verità nessuno vuole parlare.

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