Antirazzismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Report internazionale: nessuna tratta nell’industria del sesso in Nuova Zelanda, ma gli abusi su migranti sono diffusi

Coordinatrice del Collettivo in difesa dei diritti delle sex worker in nuova Zelanda Catherine Healy

 

di THOMAS MANCH (QUI articolo in lingua originale. Traduzione di Pia)

Un report internazionale rileva che non ci sono chiare evidenze di tratta nella nostra industria sessuale [NdT: quella neozelandese], ma è riportato ampiamente l’abuso contro sex workers migranti illegali.
Lavoratrici e lavoratori migranti raccontano di essere violentate, abusate in termini razzisti, sfruttate e ricattate da loro stessi clienti. Hanno anche paura di rivolgersi alle autorità perché temono l’espulsione.

Catherine Healy, coordinatrice nazionale del Collettivo delle Prostitute Nuova Zelanda [New Zealand Prostitutes’ Collective (NZPC)], sostiene che la legge attuale permetta la tratta nell’industria sessuale neozelandese, e dice che le persone migranti possano essere protette da una legge sulla prostituzione per prevenire la tratta e lo sfruttamento.

La riforma della prostituzione del 2003 proibisce a qualsiasi possessore di un visto temporaneo in questo paese [NdT: Nuova Zelanda] di erogare servizi sessuali.
Nel report, pubblicato dall’Alleanza Globale Contro il Traffico di Donne [Global Alliance Against Traffic in Women (GAATW)] con sede in Thailandia, si scrive che le attuali politiche qui [NdT: NZ] creano le condizioni che favoriscono la tratta invece di proteggere contro di essa.

Il ministro dell’immigrazione Iain Lees-Galloway appoggia la legislazione che vieta l’ingresso di migranti sex work.

Amy, sex worker migrante dalla Cina che è stata intervistata per il report, racconta di come la Nuova Zelanda sia una meta economicamente allettante per sex workers migranti.
Racconta Amy che i clienti sentono le sex worker asiatiche più remissive rispetto alle lavoratrici locali, frequentamente oltrepassando i limiti e diventando violenti: «Ti prenderanno e diranno “Ora farò questo” e tu puoi pure dire di “no”, ma non ti ascolteranno».

Risulta che le workers abbiano ricevuto molte minacce di essere denunciate all’Ufficio Immigrazione in modo da estorcere servizi gratuiti o negati.
Il capitolo neozelandese del report, scritto da Lynzi Armstrong, criminologa della Victoria University, insieme al NZPC, sarà presentato in Wellington questo giovedì [NdT: 19/4/18]
Dice Armstrong: “Tutte le persone partecipanti escludono categoricamente di aver assistito o sentito casi di persone che sono state costrette a venire in Nuova Zelanda per essere coinvolte in lavoro sessuale”.

“Questo rilevazione è coerente coi dati esistenti che, nonostante indagini approfondite dell’Ufficio Immigrazione, fin d’ora nessun caso di tratta nell’industria sessuale è stato individuato”.

Catherine Healy, cofondatrice di NZPC, ha detto che, in senso stretto, non c’è nessuna spiegazione chiara alla mancanza di tratta nell’industria sessuale neozelandese.

“La tratta è stata approfonditamente cercata. Troverete molte persone che vi diranno che la tratta esiste, ma quando gli chiedete di riportare almeno un caso con cui hanno avuto a che fare, non ti sanno rispondere.”
Ma – sostiene Healy – i casi di sfruttamento rendono necessaria l’abrogazione del divieto contro persone migranti che entrano per lavoro sessuale.

Lo scorso venerdì [NdT: 13/4/18], Healy è stata contattata da due lavoratrici del sesso migranti che avevano bisogno di aiuto per uscire da una situazione con aspetti simili alla tratta. NZPC ha dovuto tranquillizzare le donne dicendo che è inverosimile che i funzionari dell’Ufficio Immigrazione le denuncino alla Polizia. Gli ufficiali quindi hanno aiutato ad affrontare la questione.

Dice Healy che un “firewall” [NdT: parafiamma?] fra Ufficio Immigrazione e Polizia era necessario per formalizzare tale protezione.
Abbiamo chiesto un commento sulle misure coercitive sia l’Ufficio che la Polizia della Nuova Zelanda. [NdT: senza ottenere risposta?]

La Commissaria per le Pari Opportunità di Impiego Dr. Jackie Blue ha detto che la legge neozelandese ai tempi della sua approvazione poteva sembrare “all’avanguardia in tutto il mondo”, ma ora richiede un emendamento per includere le persone migranti.
Il ministro dell’Immigrazione Iain Lees-Galloway dice, in un comunicato, che la legge attuale osserva gli obblighi della Nuova Zelanda riguardanti la Convenzione ONU contro il Crimine Organizzato Transnazionale.

“Sostengo questa posizione perché sono preoccupato che ogni movimento per l’abolizione [del divieto di sex worker migranti] potrebbe incoraggiare la tratta del sesso, ma sono aperto a nuove evidenze mi si possano presentare sul tema.”

Lees-Galloway ha chiesto il parere dei funzionali per condurre un’indagine sul fenomeno dello sfruttamento migrante.
“Sappiamo che questi reati sono commessi, anche se spesso è molto difficile individuarli.”

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