Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Vi racconto com’è abortire in un Paese in cui l’aborto è illegale

Lei scrive:

Carissima,

condivido la mia esperienza dopo aver letto, qualche giorno fa, la storia della ragazza di Roma che ha abortito, testimonianza che ho letto cercando di sospendere il giudizio e con gratitudine verso la persona che ha deciso di condividere un vissuto così intima. Spero che in qualche modo la mia esperienza possa apportare un contributo alla discussione e ringrazio chi avrà voglia di leggermi.

La mia esperienza ha avuto un impatto molto forte in tutte le sfere della mia vita, iniziando dal fatto che ho abortito in un Paese in cui l’aborto è illegale, proibito in ogni situazione, anche se è a rischio la vita della madre, anche se la gravidanza é la conseguenza di una violenza. Ho 29 anni e da tre vivo, per motivi di lavoro, in un Paese dove i diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono una questione di classe, dove il corpo delle donne è sottoposto ad una violenza istituzionale inaudita.

La mia gravidanza era indesiderata sotto tutti i punti di vista. Un preservativo rotto, la pillola del giorno dopo (almeno quella, trovata con una certa facilità) non funziona, nel contesto di una relazione iniziata da poco con una persona di 10 anni piú di me. Avevo iniziato ad identificare segnali di allerta, indicatori di una personalità problematica e manipolatrice e potenzialmente pericolosa ed avevo deciso di interrompere la relazione, in modo non conflittuale, in un contesto di rispetto e “cura” per il vissuto dell’altro e di sentimenti comunque contrastanti.

Poco tempo dopo, con mio grande stupore ed incredulità, scopro di essere rimasta incinta. La maternità non rientrava nei miei piani, in quel momento, nel modo più assoluto: un lavoro in un mondo precario per definizione, nel quale la logica del “progetto” viene troppo spesso utilizzata per violare i diritti fondamentali dei lavoratori, reti relazionali forti ma purtroppo instabili etc. Credo di non esagerare nel dire che il mio aborto sia stato una scelta quasi obbligata, a tutti i costi, un* figli* in queste condizioni avrebbe significato né più né meno che mettere fine a tutti i miei progetti professionali, soprattutto per la consapevolezza di non poter contare su nessun altro, oltre che sulle mie risorse personali ed economiche.

Prendo dunque la decisione di interrompere la gravidanza. Per motivi personali e dopo una lunga riflessione, decido di non tornare in Italia e di procedere nel paese in cui vivo, affidandomi a delle reti attiviste e resistenti che mi hanno aiutata e accompagnata e che non potrò mai ringraziare abbastanza. Nella disperazione più totale, avevo deciso di condividere la situazione e cercare aiuto nella persona con cui avevo avuto la relazione, la scelta dell’aborto era per me dolorosa ma non negoziabile e avevo bisogno di ogni tipo di supporto per risolvere la situazione, considerata anche la situazione legale del Paese in cui mi trovavo.

Sebbene lui decida di aiutarmi e di essere presente in un primo momento, sparisce dopo poco, lasciandomi ad affrontare tutto da sola. Non è giusto dire che sia stata sola, sono stata accompagnata da amiche, sorelle e compagne, ma il fatto che lui non si sia assunto nessuna responsabilità, ne dal punto di vista emotivo né dal punto di vista economico, ha aggravato molto la mia situazione di stress ed ansia. Il mio aborto é avvenuto, terapeuticamente, all’ottava settimana. La procedura é avvenuta in un ambiente familiare, dato che chiaramente non potevo fare riferimento ad una struttura ospedaliera. Fortunatamente non ho avuto nessun tipo di complicazione e nonostante sia stato doloroso da un punto di vista fisico, é stato tutto molto più sopportabile di quanto pensassi.

I momenti peggiori sono stati quelli precedenti all’interruzione. Ho ricordi confusi di quei giorni, credo di aver avuto un esaurimento, passavo le giornate a piangere. Piangere per la consapevolezza di quanto sarebbe stato difficile che quella ferita si rimarginasse, panico per le possibili conseguenze legali della mia scelta, per aver, all’improvviso, sentito sulla mia pelle cosa significa quando uno Stato violenta il tuo corpo ed i tuoi diritti. Ho vissuto ancora una volta la consapevolezza di quanto la mia condizione fosse, seppur vulnerabile, tutto sommato privilegiata. Sebbene non avessi deciso di essere madre, bhe, non avevo neanche deciso di vivere un aborto ed ho capito, dopo un po’ di tempo, che soffrire per questo non mi rende meno femminista e meno padrona del mio corpo e delle mie scelte.

Per concludere, vorrei dire che anche io ho provato una sorta di leggerezza ed una sensazione di liberazione dopo aver abortito e che, come scritto all’inizio, non mi permetterei mai di giudicare come la ragazza di Roma ha vissuto la sua esperienza. Non posso dire che per nessuna donna l’aborto sia una passeggiata, magari per qualcuna lo è. Nel mio caso è stato molto doloroso e penso che aver avuto la possibilità di comunicare ed accettare questo dolore ancora prima di abortire, di entrare in contatto con il mio desiderio di essere madre, forse, un giorno, quando e se lo deciderò, mi ha aiutata a superare questa esperienza traumatica e di non cadere nel meccanismo della “negazione”.

Mi sento però di dire che è importante fare tutto quello che è in nostro potere per evitare di passare per una gravidanza indesiderata. Usiamo i contraccettivi e lottiamo anche per scardinare la convinzione, fin troppo diffusa, che la responsabilità di evitare una gravidanza indesiderata ricada solo su noi donne. E soprattutto, lottiamo instancabilmente contro chi riesce ancora a mettere in dubbio che l’aborto legale, sicuro e gratuito sia un diritto e con chi vuole fare dei nostri corpi dei territori di conquista.
Grazie ancora a chi mi ha letto fin qua.

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