Antiautoritarismo, Critica femminista, R-Esistenze

Sentenza di Bologna: il femminicidio non si previene con la galera

La sentenza di Bologna. Non ho letto le motivazioni ma solo quello che dicono i giornali e dunque ci sono tante cose che non possiamo sapere. Quello che so è che come previsto ha scatenato un’ondata di indignazione da parte di chi ritene che il carcere sia una soluzione. Non è la motivazione, l’attenuante della gelosia, che ha indignato la maggior parte delle persone, quanto piuttosto il fatto che la pena sia stata ridotta a 16 anni. Ma non è forse questo il tempo medio passato in carcere da chi uccide la moglie? 15 anni, a volte 10. Dipende da tante cose e questo riguarda poco il fatto che il femminicida sia stato coinvolto in un programma di reinserimento della società. Il carcere è un strumento di controllo sociale, serve a gettarvi dentro la gente come immondizia affinché la società possa deresponsabilizzarsi per quel che succede. Ma per noi che ci occupiamo di cultura quanta differenza può fare se un femminicida passa in carcere trenta o sedici anni? Nessuna. Il carcere non è un deterrente. Il carcere non risolve ed è infatti una questione che interessa a chi applica un metodo giustizialista su quel che dovrebbe invece essere risolto in termini di prevenzione e educazione al rispetto dei generi.

Quel che a noi compete fare è dire che la “gelosia” non è un motivo per uccidere e che la mentalità maschilista secondo cui una donna che lascia lui debba essere punita con la morte, giustiziata per il suo No, deve essere totalmente sovvertita. Ma questa mentalità è sorretta dalla convinzione che le donne debbano restare fedeli ai ruoli di genere imposti all’interno della famiglia tradizionale. E’ una mentalità che esclude il fatto che la violenza sia un elemento che compone le relazioni monogame a lungo termine, quelle che devono restare tali per un voto a Dio o ad altre istituzioni. E’ la mentalità di chi ritiene che le donne non possano dire mai di No alle molestie, agli approcci sessuali indesiderati, alla persecuzione spacciata per corteggiamento.

Se le pene carcerarie piacciono tanto alle rappresentanti politiche di destra, e ai loro pari, paternalisti e patriarchi istituzionali, è perché non ammettono che la violenza risieda in quel legame che loro vogliono imporre a chiunque. Il matrimonio, la famiglia tradizionale, le battaglie per l’affido. Ricordiamoci che è la stessa destra che giustifica un uomo quando considera la donna quella che si prende cura di tutta la famiglia. E’ la stessa destra che impone una ricetta litigiosa ed esasperante per le separazioni.

La destra non vuole risolvere il problema altrimenti la smetterebbe con la retorica della donna felicemente sposata e felicemente schiava. Smetterebbe di promuovere una cultura che elegge le coppie etero a costituire i nuclei sociali di oggi e domani. Comodo mandare il cattivo in galera e continuare a insistere banalizzando stereotipi sessisti, discriminazioni misogine, imposizioni di ruoli. Le donne non muoiono perché un assassino ha deciso di scagliare una pietra. Le donne muoiono perché sono costantemente lapidate nella e dalla società. Siamo sempre colpevoli di qualcosa. Ce la siamo cercata e dunque la punizione carceraria quanto può cambiare questo modo di pensare che stabilisce soltanto un fatto: morta una, avanti un’altra vittima.

Un uomo che pensa di poter ammazzare la donna perché è convinto che lei sia una sua proprietà come può cambiare idea se resta in carcere per sedici o trent’anni. Lo vediamo continuamente. Un uomo condannato per stalking esce di galera e finisce il lavoro iniziato anni prima. Un uomo che ha tentato di uccidere la moglie esce di galera e va ad ammazzare lei e chiunque le stia attorno. Se non ci si decide a pensare che la violenza ha un’origine e una legittimazione culturale poco importa quanta galera sconti chi la compie.

La prevenzione è un affare complicato, lo capisco, ma almeno fare un tentativo. Invece niente. Piani antiviolenza ignorati. Decisioni ministeriali calate dall’alto solo quando il numero di vittime diventa motivo per allarmare la società. L’emergenzialità è un limite e non la soluzione. Quindi ci indigniamo per questa sentenza ma continuiamo a guardare il dito invece che cercare di individuare la posizione della Luna. La cultura sessista va combattuta affinché nessuno pensi che la gelosia possa essere una ragione per uccidere. Quella cultura va combattuta in ogni modo possibile ed è inutile che tutti voi vi indignate per questa sentenza perché il punto è che le ragioni di quell’assassinio, se guardate bene, potete vederle accanto a voi, nella vostra famiglia, in ogni contesto che attraversate, per quante discriminazioni le donne subiscono e quanti maltrattamenti vengono ignorati.

Chiedetevi soltanto una cosa: se decidete di lasciare vostro marito, fidanzato, lui come reagirà? Siete sicure che il problema non vi riguardi? Quante sono le forme di maltrattamento che vengono commesse sotto i vostri occhi? Quante volte un uomo che conoscete ha dato prova di considerare una donna come proprietà? Quante volte avete sentito un lui dire che ama lei a tal punto da ucciderla se dovesse lasciarlo? Cose che vengono dette ogni giorno e fanno talmente parte della nostra cultura che neppure ce ne rendiamo conto. Fino al giorno in cui una donna muore e ci sorprendiamo come se non ci fossero i segnali di quel che sarebbe accaduto.

Se una donna fosse rispettata, considerata come persona, in ogni momento della propria vita. Se un uomo fosse aiutato quando mostra segni di stronzaggine acuta. Se non si considerasse un femminicida come un malato ma come un figlio sano del patriarcato. Se le istituzioni fossero meno paternaliste nell’approccio “a tutela delle donne” e fossero più disposte ad ascoltare e agire di conseguenza.

La sentenza non dice niente di nuovo, dunque. Quando smetteremo di guardare il dito forse riusciremo a vedere la Luna. Cercate un modo per andare oltre. Cercate la Luna. Sta lì la soluzione. Lo dice chi ha rischiato di crepare per mano di qualcuno. Lo dice chi ha capito che il problema è molto più complesso di quel che si pensa e che dovremmo sforzarci di trovare altre soluzioni politiche. Non repressive e securitarie. Politiche e culturali. Se noi, attiviste, militanti, femministe, non sganciamo il nostro sguardo da quello delle istituzioni patriarcali come faremo a immaginare una società del domani fondata su nuovi principi e nuove idee?

Le idee, queste sconosciute.

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