Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Decathlon e l’hijab: la Francia è impazzita

 

Di Ilyes Ramdani (QUI l’articolo in lingua originale. Traduzione di Gisella, revisione di Elisabetta del Gruppo Abbatto i Muri).

 

La polemica alimentata dai responsabili politici di «République en marche» e del partito «Les Républicains» hanno spinto Decathlon a rinunciare alla commercializzazione dell’«hijab da corsa». Ben lontano dall’essere un semplice aneddoto, l’episodio è sintomatico della nevrosi che colpisce una parte della società francese in tema di Islam e velo. 

Editoriale. – Ci sono giorni che ci fanno dubitare del nostro stesso paese. Questo martedì, un’ondata di pressioni politiche, di accanimento mediatico e minacce verbali e fisiche ha spinto Decathlon ad annullare la commercializzazione di un «hijab da corsa», un semplice pezzo di stoffa che rende più comoda la pratica di questo sport alle donne che portano il velo. Nel 2019, in Francia. Il sacrosanto paese dei diritti dell’Uomo, che continua a non essere quello dei diritti della Donna, definitivamente non è quello dei diritti dell’Altro.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’episodio di ieri. Che l‘estrema destra vada in crisi appena si nomina l’Islam non è niente di nuovo né di preoccupante, ma i tempi sono cambiati. L’islamofobia si è diffusa e la sua espressione liberata. L’ondata anti-hijab da corsa non è stata monopolio di qualche sparuto xenofobo nascosto dietro a uno schermo. No, la causa è stata perorata e amplificata da dei responsabili politici: Aurore Bergé, portavoce di «En Marche», Lydia Guirous, portavoce dei Repubblicani, Agnès Buzyn, ministra della Salute, e, ancora, da François Bayrou…

Il messaggio è stato chiaro: commercializzare questo velo equivale a «promuovere un’ideologia», significa spalancare le porte all’ «Islam politico», è «contrario ai valori della Francia». E poco importa se il primo di questi valori è la Libertà. Ad esempio quella, per un cittadino, di indossare gli abiti che preferisce o quella, per un’azienda privata, di commercializzare questi ultimi.

Dopo il burkini[1], Mennel, Maryam Pougetoux…

La Francia è ridotta al punto in cui una frangia della sua società e della sua classe politica si mette in allerta ogni volta che si parla di Islam, simboleggiato dal velo che indossano alcune praticanti. Con questo ciò che è sotto attacco non è Decathlon e neppure lo sport, ma proprio la figura della donna velata. La nevrosi continua, perfida. Visto che non c’è il coraggio di proporre il divieto di portare il velo, viene attaccato in tutte le sue espressioni. Di fatto, il messaggio è il seguente:

donne con il velo, vi accettiamo… tranne se:

– volete studiare («bisognerebbe» vietare il velo nelle Università, Manuel Valls)

– volete accompagnare i vostri figli a scuola («Di solito no», non è possibile, cit. Jean-Michel Blanquer)

– volete cantare su TF1 (soprattutto se vi esibite in arabo, «visti i tempi che corrono », come ha detto Isabelle Morini-Bosc)

– volete impegnarvi in un sindacato (ricordate Myriam Pongetoux di UNEF Paris-IV, il cui velo è stato definito « scioccante » dallo stesso ministro degli Interni)

– volete praticare uno sport (ultimo episodio di una serie destinata a un florido avvenire).

Insomma, vi autorizziamo a respirare sul suolo patrio, quindi consideratevi felici. E poco importa se le donne velate di oggi sono per la maggior parte francesi, libere, coscienti e consapevoli delle loro scelte. Con il pretesto di lottare contro la loro alienazione, di fatto si ostacola la loro emancipazione. Lo sport, l’educazione, la vita sociale, impegnarsi in una causa: ecco cosa emancipa, ecco cosa unisce. Ecco che si vogliamo privare le donne con il velo proprio di tutto questo.

Questo messaggio, assurdo e paradossale, l’avevamo già sentito in occasione della polemica sul burkini, su Mennel, su Maryam Pougetoux… Il nostro dibattito politico e mediatico si paralizza quando si parla di velo. Si paralizza, diventa isterico e non si parla d’altro, ma l’aspetto più inquietante, alla fine, è che i discorsi a sfondo islamofobico abbiano vinto ancora volta.

Come con Mennel, la pressione è riuscita a piegare chi doveva decidere. A tal proposito il comunicato di Decathlon è molto chiaro; il marchio dice di aver fatto marcia indietro «per garantire la sicurezza dei nostri lavoratori». Abbiamo dovuto rileggere questa frase più volte prima di essere sicuri di averla capita bene. Ebbene sì, in Francia, nel 2019, delle donne e degli uomini possono correre un pericolo fisico perché lavorano per un’azienda che vende un « hijab da corsa ».

E se l’aspetto più inquietante fosse l’assenza di indignazione?

Tutto ciò non sembra sconvolgere i più. Anzi, Muriel Pénicaud, ministra del Lavoro, è perfino apparsa su BFMTV per comunicare il suo sollievo dopo la lettura del comunicato di Decathlon. «Per fortuna si sono ricreduti», ha affermato. Ecco i veri problemi. Quelli che le evitano di dover giustificare i 5 milioni di disoccupati in Francia e la sua incapacità di intervenire.

In questa profonda desolazione, rari sono stati i barlumi di speranza e le prese di posizione coraggiose. Aurélien Taché e Fiona Lazaar, con un piccolo gruppo di deputati LREM, hanno salvato il loro onore (per quello del movimento probabilmente era  già troppo tardi). Nicolas Cadène, relatore generale dell’Osservatorio sulla laicità, ha pubblicato su Twitter un felice richiamo.

Ma questo martedì molti hanno brillato per la loro assenza. Che una frangia xenofoba della popolazione, aiutata da qualche politico che cavalca il momento, possa prendere in ostaggio il dibattito pubblico, costringere (con la forza e le minacce) un’azienda privata a rinunciare alla propria libertà, privare alcune sue concittadine della scelta di vestirsi come credono, dovrebbe risvegliare un’ondata di sdegno generale. Non è stato così. E il pericolo è esattamente questo, che la società francese si abitui a vedere i propri valori ignorati e le proprie libertà individuali calpestate, e che sarà allora possibile immaginarsi qualunque cosa.

TRADUZIONE TWITTER:

Decathlon:

Buongiorno, vi rassicuriamo sul fatto che non stiamo rinnegando nessuno dei nostri valori. Abbiamo sempre fatto il possibile per rendere accessibile la pratica dello sport, ovunque, in tutto il mondo. Questo hijab era un bisogno di alcune donne che praticano la corsa a piedi e noi abbiamo risposto a questo bisogno sportivo.

Nicolas Cadène:

  1. Un’azienda privata vende ciò che desidera 2. Lo Stato laico non deve giudicare una pratica dal momento in cui essa non si oppone alla legge comune 3. In uno Stato di diritto non si vieta ciò che non si apprezza a livello puramente personale 4. Il consumatore può scegliere senza imporre nulla agli altri.

 

[1]Il burkini è il costume hijab per cui la polizia cacciava delle donne dalla spiaggia, Mennel è una giovanissima concorrente di un programma tipo X factor che è stata attaccata violentemente perché portava il velo, idem per Maryam Pougetoux, responsabile di un sindacato studentesco universitario

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