Antisessismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

La fallacia del razzismo inverso

Articolo originale di Joacine Katar Moreira, qui. Traduzione di Maria Cristina Migliore del gruppo Abbatto i Muri.

 

L’attenzione.“Attenzione: vendesi per lavoro nei campi una nera della costa di quaranta e tanti anni d’età, molto sana e abbastanza robusta, perfettamente in grado di lavare e cucinare i pasti giornalieri, si vende a basso prezzo causa necessità, presso il vicolo Largo, n.2. Nella stessa casa si vende una tartaruga autentica.”

La protesta.“Reclamasi con tutto il rigore concesso dalle leggi contro chi abbia dato, e dia, rifugio alla schiava del sottoscritto, fuggita dalla sua autorità nella parrocchia del Queimado il 7 febbraio dell’anno corrente; si promette una ricompensa, in conformità al lavoro di cattura, per chi la prenderà e la porterà al suddetto suo padrone o la manderà nelle prigioni della capitale. […] Aveva con sé una figlia del suo stesso colore, che avrà al massimo un anno d’età. Padre Duarte.”

La fuga.“Schiavo fuggito. Si pensa sia scappato da giorno 3 marzo passato lo schiavo di nome Joaquim, del Congo, di circa 61 anni d’età, colore nero, capelli e barba bianchi, occhi grandi, denti buoni, abbastanza basso, con il pollice della mano destra mozzato.”

Questi estratti, esposti nel Memoriale della Schiavitù e del Traffico Negriero, a Cacheu – importante deposito commerciale di persone schiavizzate in Guinea-Bissau -, illustrano in che modo le relazioni razziali, frutto del colonialismo e della Schiavitù, siano passate dalla “differenza negativa alla reificazione dell’Africano” (Isabel C. Henriques), paragonato, trattato e marchiato come animale domestico, da soma o di servizio, privandolo di qualsivoglia dignità e sottoponendolo alle più brutali violenze e, con il traffico negriero, soggetto a una disumanizzazione di difficile equiparazione nella Storia mondiale. La vita media di una persona, una volta schiavizzata, era, fra l’altro, di dieci anni, come ha osservato Antonio Carreira in Notas sobre o Tráfico Português de Escravos, del 1978.

Il commercio transatlantico di persone ridotte in schiavitù era legale e soggetto a imposte come qualsiasi altra transazione. La Chiesa Cattolica ha sostenuto, tanto religiosamente quanto moralmente, la schiavitù, con propositi essenzialmente commerciali e politici. Più tardi, la Rivoluzione Industriale, il cui motore fu il cotone (Sven Beckert) – coltivato nelle Americhe da persone schiavizzate, come ha ricordato Noam Chomsky -, avrebbe fornito il pretesto legale del traffico, ma non quello della Schiavitù, che per un certo periodo aveva servito l’industrializzazione e lo sviluppo occidentale. Markus Rediker sottolinea la centralità della Schiavitù e del lavoro forzato nella nascita del capitalismo, in quanto “le navi negriere furono il vettore della creazione delle categorie delle ‘razze’”. Ed è da questo contesto che nasce ciò che chiamiamo razzismo, un’oppressione storica, violenza sistematica, una relazione di potere e di profonda disuguaglianza. Ed è per questo motivo che il razzismo è intrinsecamente, e storicamente, legato all’inferiorizzazione dei neri (e non dei bianchi).

In questo quadro, credere nell’esistenza del “razzismo inverso”, vale a dire il razzismo da parte degli oppressi verso gli oppressori, richiederebbe, come ha ironizzato il comico Aamer Rahman, che entrassimo in una macchina del tempo per ribaltare la Storia e alterare le posizioni di potere. Ma non c’è modo di invertire la Storia, neanche con i vari sforzi di naturalizzarla, di negarla o di manipolarla. Diventa sì importante prestare attenzione al tempo in cui viviamo, dove si continua a insistere su paradigmi del passato, rifiutando cambiamenti strutturali.

Esaminare e comprendere il “razzismo inverso” è tentare di boicottare il movimento antirazzista, silenziare le voci nere e secondarie che si sollevano legittimamente, cercando anche di ridimensionare il razzismo a una questione relativa alla “natura umana”, e quindi naturale. In una simile equazione, tutti possiamo essere razzisti con tutti, dimenticando che in questo “tutti” ci sono persone che opprimono e persone che sono oppresse; ci sono persone che detengono il potere e persone che lottano per la visibilità all’interno delle società in cui si trovano; e ci sono persone che si avvalgono ancora oggi del privilegio dell’eredità schiavocratica e persone che, al contrario, portano questo peso, cosa che si traduce in segregazione razziale, povertà ed esclusione sociale.

L’attenzione.Le associazioni di afro-discendenti definiscono il “razzismo inverso” come “un tentativo di legittimare il continuo controllo esercitato sui popoli che hanno sofferto secoli di oppressione, per paura di un’ipotetica ritorsione” (AFROLIS); “una costruzione di coloro che cercano di evadere la discussione del vero problema: il razzismo strutturale” (FEMAFRO); “una reazione da parte di chi vuole preservare la struttura razzista che ha conferito loro determinati privilegi” (PLATAFORMA GUETO). In sintesi: “il razzismo inverso non esiste”; ciò che esiste è “una risposta di ‘autodifesa’ di chi soffre la discriminazione razziale” (SOS RACISMO).

La protesta.Il razzismo implica un’espressione collettiva segnata dalla storia, dal potere e dall’epistemicidio africano, che fa sì che anche quando è compiuto da un solo individuo, questi lo fa partendo da una situazione che alimenta e definisce storicamente il suo comportamento. Un nero può discriminare e avere pregiudizi su di un bianco, ma non può essere razzista nei suoi confronti, perché quest’ultimo non possiede strutture (storiche, politiche, economiche e sociali) che lo opprimono in base al suo fenotipo.

La fuga.A coloro che credono nella fallacia del “razzismo inverso” o nella sottigliezza del razzismo in Portogallo, ripropongo l’esercizio che Jane Elliot sottopose al pubblico di una conferenza negli USA: chi desidera essere trattato come sono trattati i neri in questo Paese, si alzi!

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