Antirazzismo, R-Esistenze

Il Portogallo non è razzista

Articolo originale di A Porteira, qui. Traduzione di Maria Cristina Migliore del gruppo Abbatto i Muri.

 

Figli, per amor di Dio, ficcatevi in testa una cosa: non c’è razzismo in Portogallo.

Io, perlomeno, non sono mai stata vittima di razzismo. Ora, se è perché sono bianca, non saprei dirlo. Ma non dovrebbe essere per questo.

E nemmeno conosco persone che siano razziste. Basta leggere gli spazi dedicati ai commenti sui giornali, o come si chiamano, visto che di “contenitori” (spazi che contengono commenti ndt) non hanno niente; perlomeno, i contenitori che ho io non sono così, sono più in latta o plastica, per conservarci dentro le cose. Ma va be’, basta leggere quegli spazi, su carta o online, per scoprire che non esiste razzismo in Portogallo. Questo è quello che le persone scrivono lì, perciò dev’essere vero. Non che uno o due individui non dicano che le persone di colore devono tornare nella loro terra, ma questo non è razzismo. È geografia. Una cosa che non ha niente a che vedere con l’altra.

Io, per esempio, non sono curiosa, ma mi piace sapere cosa succede qua nel palazzo. Non sono sciatta, ma spesso spolvero attorno alle cose invece di spostarle. Non sono spilorcia, ma andrei da Estrela fino a Xabregas pur di approfittare delle promozioni del Lider, per poi dare soltanto dieci centesimi di mancia alla ragazza che mi fa la mise. Mi piacciono gli animali, ma mi piace anche andare a Campo Pequeno a vedere una corrida.

Una cosa è una, un’altra è un’altra.

Leggo anche parecchio, nelle caselle dei commenti, di queste persone che dicono di non essere razziste, che sono le persone di colore a essere razziste. Hanno ragione, perché passano la vita a lamentarsi di noi, dei bianchi, ecco. E non so di che cosa si lamentino, non riesco a capirlo. A loro, che male abbiamo fatto? Li abbiamo sempre trattati bene. Questa, secondo me, è semplice voglia di parlare male.

E usare “noi” e “loro” è solo un modo di dire, non è razzismo. Per capirci meglio, è come dire “gli indiani” o “i cinesi”. È più comodo. È vero che la maggior parte degli indiani che vive qui non è indiana, ma penso che loro lo capiscano comunque. Lì poi è tutto un po’ vago e, alla fin fine, è la stessa cosa.

È vero che dico “vado dal cinese” ma non dico “vado dal transmontano”, quando mi reco al negozio della frutta del signor Luís. Ma Luís è una parola che sappiamo dire. E Wu o Lai o cose di questo tipo ci attorcigliano un po’ la lingua.

È vero che non ci comportiamo così con i francesi, gli inglesi, nemmeno con i tedeschi né gli olandesi, gli svedesi, i danesi, gli americani o gli spagnoli che vivono qui. Ma è perché i loro nomi sono più divertenti. Ah quanto mi piace, al mattino presto, dare il buongiorno alla signora Llanfairpwllgwyngyll, un’islandese sposata con il medico del terzo piano a sinistra.

E se diciamo, ad esempio, che i brasiliani che vivono in Portogallo sono così e colà è perché, in fondo, possono anche essere un migliaio, ma sono tutti la stessa persona. Sono tutti uguali. Viene tanto naturale come dire “gli angolani”, “i capoverdiani”, “i guineensi”. Non è razzismo, che varia di poco da persona a persona. Di conseguenza, non sono nemmeno generalizzazioni, è quel che è.

Degli zingari nemmeno parlo, visto che, non essendo razzista, a me gli zingari non piacciono, che Dio mi perdoni.

Ma adesso, le persone di colore hanno ricominciato a dire che la polizia pesta le persone di colore per il semplice fatto che sono persone di colore. Ora, io penso che non è solo perché sono di colore. Se ci facessimo più caso e fossimo persone più giuste, è perché sono di colore e povere, che è differente, non è razzismo. La polizia non picchia i milionari, per dire, angolani. O lo fa? Be’, allora non vengano a raccontarci storielle su quanto la polizia sia razzista. È vero che non picchiano molto i bianchi poveri. Ma questo perché è più difficile, fra i bianchi, riconoscere chi è povero e chi no; con Zara e H&M, siamo diventati più o meno tutti uguali. O meglio, tutti uguali e tutti diversi, come diceva un altro.

Il Portogallo è un grande Paese, con una storia molto bella, e dobbiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto in giro per il mondo. Ah, le cose che abbiamo fatto per quelle persone! Se non fosse per noi, nemmeno sarebbero usciti dall’Africa, non avrebbero conosciuto il Brasile né l’America o tutto quell’inferno. Posti in cui oggi, se ci si vuole andare, si paga e anche bene.

Per questo, persone ingrate anche no. E ancora ci chiamate razzisti! Sinceramente, se siamo razzisti, tornate allora nella vostra terra. Pure se siete nati qui. Non c’entra niente.

Ora, sarà sincera: quelle immagini della polizia che picchia persone di colore nel bairro da Jamaica di sicuro sono bugie. Montaggi, feic nius.

Ancora qualcuno crede che, nel XXI secolo, in Portogallo, che si trova in Europa, che è un grande Paese, che ha una storia tanto bella, esista un quartiere come quello che si vede nelle immagini? Con palazzi in mattoni, fango e pozze di acqua al posto di marciapiedi?

Qualcuno crede che quei poliziotti, quegli uomini, quei discendenti di Vasco da Gama e ancora di Álvaro Cabral, per qualunque fosse il motivo, picchiassero con manganelli donne disarmate?

Io non ci credo. Questa è comunicazione sociale già in mano agli angolani. È una cabala. Sono state le persone di colore che si sono riunite per farci credere di essere razzisti.

Non cascateci, per la vostra salute.

Il Portogallo non è razzista! I portoghesi, ecco, un pochetto lo sono.

Ma il Portogallo, mai!

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