Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

La mia storia su gravidanza, parto e maternità. Il punto di vista di una vittima della violenza della propria madre

Lei scrive:

Io sono stata vittima di violenza familiare per 21 anni, vittima di violenza da parte di mio fratello, e soprattutto da parte di mia madre.
Mia madre non mi ha mai voluta, e non mi ha nemmeno mai risparmiato i dettagli del suo rifiuto per la mia esistenza: è stata lei a confermarmi con orgoglio che quando scoprì di essere incinta di me voleva abortire (e che non lo fece solo perché avrebbe comportato separarsi da mio padre e dai soldi della sua famiglia), è stata lei ad usare su di me ogni tipo di violenza verbale, psicologica e fisica. Potrei raccontare fiumi di episodi raccapriccianti, e le mille sfumature delle conseguenze che hanno avuto su di me, ma oggi vorrei parlare della gravidanza, del parto e della maternità, quindi è meglio non dilungarsi (che già non sarò breve).

Fin da quando ero piccina, che io ricordi, ho sempre cercato di reagire al male subito in modo meno distruttivo possibile, cercando di imparare “il male che fa, e a non rifarlo agli altri” (credo sia stato, questo, lʼunico consiglio datomi da mio padre che avesse un senso, e che io ho cercato di mettere in pratica diligentemente, da brava bimba innamorata del suo eroe – mio padre era lʼunico in famiglia a non usare violenza su di me, non direttamente almeno. Solo da adulta mi sono resa conto del vigliacco che era, nel non aver mai fatto niente per evitarmi la violenza…). Di questo consiglio ho fatto un motto che, probabilmente, mi ha salvato la vita: ci ho costruito tutta la mia salute mentale su questa frase ed io no, non sono diventata una sociopatica violenta, cosa che invece è successa a mio fratello (che mi ha picchiata e ha anche cercato di uccidermi per due volte, quando siamo diventati più grandi).
Su questa frase ci ho costruito la mia salute mentale, e la mia identità, anche con un certo orgoglio: in 38 anni di cose stabili e di successo ne ho costruite poche, perché sono sempre stata precaria o disoccupata, nonostante una laurea brillantissima, perché con mio marito arriviamo con difficoltà a fine mese, etc… Però io sono sana. Non sono violenta.

Non mi sono fatta uccidere dentro dal dolore e dalla violenza subita. Lʼunica cosa che non pensavo potesse essere per me era proprio la maternità: va bene tutto, mi sono cimentata con la cooperazione internazionale, con il volontariato, con il soccorso, con lʼattivismo per gli animali, con lʼaiuto alle donne vittime di violenza, ma la maternità no. Era una sfida troppo grande: e se sotto lo stress di essere mamma avessi fallito, se avessi ceduto e, proprio con mia figlia, avessi “fatto a lei quello che era stato fatto a me?”
Eppure, nonostante le precauzioni prese, a settembre del 2017 sono rimasta incinta.
Immaginatevi lo sconcerto, il terrore, il rifiuto.
Non mi sono sentita incinta fino a che non ne ho parlato con la mia psichiatra: avevo paura di me stessa, avevo paura che fosse troppo, avevo paura di farle male, avevo PAURA. Solo paura. Una paura mai provata prima. Mi sembrava davvero una pessima idea.

Eppure… eppure…
Ne ho parlato con la psichiatra che mi ha aiutata ad uscire dal disturbo post traumatico da stress, e che ancora mi seguiva per la depressione latente, cronica. Ne ho parlato con lei e soprattutto con la bimba che avevo in grembo: le ho esplicitamente chiesto chi glielo avesse fatto fare, di scegliere di arrivare proprio da me. Da me, che potevo essere un guscio rotto dentro e fuori, da me, che non mi fidavo di me stessa. Come mai si era fidata lei?
E ho deciso di tenerla. Ho deciso di accettare la sfida più grande (quella che sapevo che, se avessi fallito, avrebbe tolto senso a tutto quello che avevo fatto fino ad allora gettandomi, probabilmente, in uno sconforto insuperabile). E ho fatto bene.
E. è quanto di più bello mi sia capitato nella vita: scegliendo di tenerla ho ovviamente scelto di dedicarmi al 100% alla gravidanza prima, e alla maternità adesso. Dico “ovviamente” perché per me era chiaro fin da subito che avrei dovuto dedicare a questa avventura ogni briciola di energia mentale e fisica.

Per 8 mesi mi sono informata sulla gravidanza, e mi sono preparata al parto con una meravigliosa ostetrica che mi ha dato la stabilità che, non avendo una mamma “mia”, è stata preziosa e solare. Ho scelto un parto dolce, una nascita senza violenza (per citare Leboyer, le cui letture sono state fonte di ispirazione e riflessione, e commozione: perché nella mia esperienza è proprio vero che si rivivono le proprie esperienze passate!): E. avrebbe avuto un imprinting opposto al mio! Sarebbe nata dolcemente, desiderata, amata, accudita, ascoltata, fin dai primi istanti di vita, fin dai mesi nel mio pancione!

Mi sono preparata al parto scegliendo un parto più naturale possibile: abbiamo iniziato il travaglio in casa e poi avremmo proseguito in ospedale, ma sempre secondo un piano al 100% fisiologico. Ho aspettato il parto e, sì, anche il suo dolore, il suo indescrivibile dolore, come qualcosa di catartico, come il momento in cui, insieme a tutto quel dolore, avrei buttato fuori il dolore della bambina che sono stata, il momento in cui finalmente avrei potuto gridarlo al mondo senza tenermelo dentro, il momento in cui era “socialmente accettabile” che io gridassi, piangessi, cantassi, soffrissi…
Dopo 25 ore di travaglio però, abbiamo dovuto fare un cesareo di urgenza. E., evidentemente, aveva deciso di nascere così. Niente parto naturale, niente “nascita senza violenza”, niente dolore catartico per me. Niente di niente. Cesareo.
Ho pianto. Ho pianto per le due ore che ci sono volute perché lʼequipe medica fosse al completo (era notte), e ho pianto per tanti, tanti giorni successivamente. Perché io quel parto naturale lo volevo per davvero, perché non ho provato alcun sollievo nel risparmiarmi il dolore della fase espulsiva, perché il dolore delle contrazioni era stato davvero catartico, quelle 25 ore erano state per davvero un viaggio a suo modo bellissimo che E. ed io stavamo facendo insieme.

Per me, per quel poco che ho vissuto del parto naturale, è stato bellissimo.
Poi, col tempo, ho accettato anche la fine, di questa avventura: lʼho accettata e anzi, sono grata di aver potuto fare un bel cesareo, di essere nata dalla parte fortunata del mondo dove poter considerare un cesareo in sicurezza qualcosa di così scontato da poterne essere deluse.
E poi mi sono trovata ad essere improvvisamente mamma. Io, mamma. Io, che non sono mai stata figlia di nessuna.
Io, che non avendo una mia famiglia alle spalle non ho nemmeno aiuti: mio marito, pur comprendendo la delicatezza estrema di questi mesi, deve inevitabilmente lavorare, ed i miei suoceri sono ancora troppi giovani per la pensione.
Quindi, mi sono trovata ad essere improvvisamente mamma, a tempo pieno, e completamente sola per la maggior parte della giornata.

Se vi dicessi che è facile mentirei: nella mia esperienza il giorno in cui E. è nata si è risvegliata in me anche la bimba che sono stata e, insieme a lei, sono prepotentemente tornati ricordi ingombranti, dolorosi, drammatici. Non sono mai stata così male, è come se fossi di nuovo bimba, in quella casa, tra quelle mani fredde, ostili, violente. E. ed io piangiamo insieme, siamo a disagio insieme, sentiamo il freddo del mondo insieme.
E allora, di nuovo, ho avuto a disposizione una sola scelta che fosse vitale, e costruttiva, e quindi E. è una bimba che viene cresciuta ad alto, altissimo, contatto: allattamento al seno esclusivo, mamma sempre presente, fascia, marsupio, cosleeping, massaggio infantile, e tutto quello che può venirvi in mente.
Io, che mai avrei pensato di diventare mamma, che pensavo di non volere diventare mamma, mi dedico a questa creatura a tempo pieno da quando ho scoperto di essere incinta.

E non sono mai stata così bene. Perché ho scoperto che E. ha riportato in equilibrio il mio mondo, e ha dato un senso definitivo al mio dolore: ha bilanciato definitivamente il bene e il male. Adesso il mondo ed io “siamo pari”: la depressione inizia ad essere un ricordo lontano, inizio ad avere voglia di volermi bene, e di costruirmi qualche briciola di autostima, posso “usare” il mio dolore per crescere bene, e sicura di se stessa, questa meravigliosa creatura che, scegliendo me, ha iniziato una piccola, grande rivoluzione. Non ho cercato E. per dare un senso alla mia vita, è stata lei a scegliere me e in questo ha davvero chiuso un cerchio. Non sono unʼegoista che ha voluto una figlia per pareggiare i conti col dolore, lʼho accolta quando ancora non sapevo che avrei potuto amarla così tanto e, accogliendola, ho scoperto che posso dare un senso alle mie sofferenze dando a lei quelle basi fondamentali per evitargliele (e, così, è come se finalmente potessi lasciarle andare, quelle sofferenze).

Sono rinata con lei: ho tanti progetti per quando lei avrà 3 anni ed io mi rimetterò a lavorare, e per la prima volta sento che avrò lʼenergia per metterli in pratica.
E poi… non ho mai, mai, mai, amato così tanto. Non sapevo che esistesse un simile amore, non avendolo mai ricevuto.
È stato un onore, essere stata scelta da questa anima bella per accompagnarla nel suo percorso e, nel farlo con la massima dedizione possibile, abbiamo finalmente trovato il nostro posto nel mondo insieme.

 

>>>^^^<<<

Abbatto I Muri vive di lavoro volontario e tutto quello che vedete qui è gratis. Aggiornare e gestire questo spazio è un lavoro che costa tempo e fatica. Se mai vi passasse per la mente di esprimere la vostra gratitudine basta un obolo per un caffè (alla nocciola). :*

Donate Now Button
Grazie davvero a chi vorrà contribuire alla causa!

2 pensieri su “La mia storia su gravidanza, parto e maternità. Il punto di vista di una vittima della violenza della propria madre”

  1. Bene: sono allergica al mammismo imperante, di destra e di sinistra, e su su alcuni brevi passaggi ho, diciamo, alzato leggermente il sopracciglio, MA, perbacco, è veramente una bella storia e un bel racconto. Complimenti alla protagonista e all’autrice. E tanti auguri di cuore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.