Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

I comandamenti del Ddl Pillon: non divorziare, non responsabilizzare e non disturbare il Pater Familias

“Meglio divorziata che ragazza madre!” – disse una parente obbligandomi a fare quel che non volevo fare. Ossia un matrimonio riparatore. Aspettavo un figlio e non potevo farlo senza che venisse regolarmente riconosciuto come frutto dell’unione coniugale di un uomo, benché violento, e una donna. E’ una sintesi estremamente semplificata ma non aggiungo complessità perché quel che mi interessa è commentare alcune battute di esponenti politici a sostegno del ddl Pillon, il ddl sull’affido condiviso, i quali sostanzialmente ammettono di voler fare di tutto affinché il divorzio non sia un’opzione. Io concludo che nel caso di legami infarciti di violenza si pensa sia “meglio una donna morta che divorziata”. D’altra parte c’è chi dichiara di essere contro l’aborto e di voler riportare l’ordine sociale all’età della pietra, ovverosia al tempo in cui una donna doveva solo fare figli, pensare alla cura familiare e ritirarsi da qualsivoglia impegno lavorativo retribuito per lasciare il posto agli uomini che dovrebbero – e giuro che è stato detto questo – essere pagati di più per consentirgli un mantenimento perfetto della famiglia.

Conclusione: gli uomini sono poveri perché anche le donne lavorano e le donne divorziano perché non dipendono economicamente soltanto dagli uomini, non sempre e non più per lo meno. Ma al di là di questi deliri la contraddizione emerge nel momento in cui proprio gli stessi soggetti che puntano ad un regresso nell’ambito dei diritti civili per le donne poi pretenderebbero che le donne mollassero quel ruolo che gli è stato imposto per dare i figli all’ex marito il quale viene sollevato dall’obbligo di versare un mantenimento. Come concilia questa cosa con tutta la retorica sul materno e sul Dio Patria e Famiglia?

Se mi stai dicendo che io non posso fare altro che la madre allora perché poi mi sollevi dall’incarico quando ti fa comodo? Perché evidentemente quello che pensi delle donne è che sono solo utili macchine da riproduzione e che quei figli sono di proprietà degli uomini. Non sono forse certi uomini quelli che pensano di essere superiori alle donne quando vorrebbero privarci del diritto alla libertà di scelta? Non pensano forse che noi tutte siamo malate e quindi bisognose della loro supervisione e tutela? Ma quel che proteggono in realtà è ciò che siamo in grado di generare all’interno del nostro utero. Ed ecco tornata – cosa non nuova in realtà – la necessità di di legittimare non il padre in quanto genitore e singolo individuo ma IL PADRE in quanto insieme di uomini che assumono decisioni sui nostri corpi, sulle nostre vite. IL PADRE in quanto Stato, Istituzione, al maschile, orientato sempre su un paternalismo spinto dal bisogno di controllo bei confronti delle scelte delle donne in fatto di procreazione e divorzio.

Il mio ex, dopo vari tentativi di omicidio, non riusciti per fortuna, non versò mai neppure un centesimo al figlio. Non se ne volle mai occupare e questo non perché qualcuno glielo impedisse ma perché lo aveva deciso lui. Le uniche volte in cui tentò immotivatamente di sollevare la questione di affido e visite fu quando voleva riaffermare potere su di me. Ottenuta serenità con una nuova e benedetta relazione si scordò di me e di conseguenza anche del figlio. Dal basso della mia esperienza personale posso dire che se lui all’epoca avesse avuto uno strumento legislativo per poter farmi un dispetto credo proprio che lo avrebbe usato. Magari no ma forse si. In quel caso io mi sarei opposta alla condivisione dell’affido? No. Affatto. Come non mi ero opposta a prescindere da sentenze e giudici. Anzi lo avrei invitato a concedermi tempo per me, per lo studio, per la mia crescita e formazione professionale, tutte cose ottenute solo grazie all’aiuto della mia pur contraddittoria famiglia d’origine. Avrei rispettato il desiderio di mio figlio di vedere il padre. Lo avrei preferito a tutte le promesse mancate, gli appuntamenti saltati e le tante volte in cui il bambino restava deluso in attesa di visite che non venivano fatte.

Non avrei mai impedito niente di niente, a prescindere dal mantenimento. E di donne come me ne ho conosciute tante. Non ho conosciuto madri desiderose di infierire sugli ex o di spogliarli dei loro beni. Non tutte le esperienze sono come quelle che io ho conosciuto e lo so perché me ne sono occupata e ho tentato di ascoltare anche altre storie, diverse e motivatamente legittime. La mia apertura è pressoché totale al punto che non condivido la posizione di alcune femministe sul fatto di togliere i diritti genitoriali ai genitori prima che sia emanata sentenza di condanna. Una sospensione dei diritti credo sia decisa dai giudici quando l’evidenza dimostra che la violenza sia un pericolo immediato. In quel caso le donne vengono trasferite (se non è così dovrebbero esserlo) in case rifugio e perciò dovrebbero essere ascoltate tutte le operatrici dei centri antiviolenza che di queste cose ne sanno a pacchi. Ma non mi piace legittimare un precedente giuridico che varrebbe in molte altre situazioni. Non posso dire che una persona è un pericolo per un bambino fino a quando una sentenza non dice esattamente questo. Se accade, come è accaduto, che uomini non allontanati preventivamente dai bambini commettono crimini spaventosi questo va considerato un’eccezione e non la normalità. Altrimenti i padri potrebbero dire lo stesso prendendo ad esempio i casi – e ce ne sono – in cui sono le madri ad uccidere i figli.

Se non posso dire che una persona è – per esempio – una militante terrorista senza che una sentenza dica questo allora non posso dire che un uomo è dannoso per i figli senza un giudizio scritto. Delle due l’una. O ci occupiamo di garantismo a tutto campo oppure diventiamo forcaioli e giustizialisti sulla base di campagne emergenziali. L’obiettività in questo è fondamentale e lo è anche per chi sostiene e ha scritto il ddl Pillon. Non ha niente di laico. E’ di parte e in più è di una parte estrema tra gli estremi. Se non vale il giudizio preventivo su un genitore maschio non vale neppure su un genitore femmina. La decisione secondo cui un figlio va tolto alla madre sulla base di una CTU, si parla di una valutazione psichiatrica che nulla c’entra con una sentenza di condanna per maltrattamenti in famiglia, per dire, non è a mio avviso legittima. E’ basata su un fatto non provato ma sostenuto per riconoscimento di una teoria, quella della Pas, che non ha alcun fondamento scientifico. Ma anche se lo avesse – e non ce l’ha – non è lo psichiatra che può emettere condanna in un tribunale. Lo psichiatra casomai cura, fuori dal tribunale. E’ il giudice che basandosi su elementi concreti dovrebbe decidere dove un bambino è giusto che stia. Dalla madre, dal padre, in nessuno dei due posti o in entrambi. E dovrebbe farlo su dati oggettivi. La Pas non è basata su dati oggettivi ma su un pregiudizio profondamente sessista: le madri sono malevole. E perché lo sono? Perché lo sono le donne e le donne lo sono perché Eva lo fu e dunque la discussione si chiude lì.

Quando si imputa alla donna la volontà di sfasciare la famiglia “naturale” – e non si sa di quale natura parlino – si omette un dato preciso. Il divorzio fu consentito anche perché gli uomini avevano bisogno di poter mollare moglie e figli e andare a fare altro. E se oltre al divorzio pretendono anche una deresponsabilizzazione legalizzata post-divorzio quello è affare loro e non nostro. Alle donne si chiede una massima responsabilizzazione e agli uomini invece no? Siamo noi a dover pagare la scelta di separarci in caso di violenza. Siamo noi che paghiamo per aver avuto l’istinto di sopravvivenza che ci ha portate altrove. Noi paghiamo perché da sole cresciamo bambini dei quali pochi padri vogliono occuparsi. E chiedere che le donne restino a casa affinché gli uomini possano avere più lavoro e uno stipendio superiore, cozza con la questione del mantenimento diretto. Se prima mi volevi a casa a badare ai figli, se sei tu che hai voluto un welfare basato sulla dipendenza economica delle donne, allora perché poi vuoi lavartene le mani lasciando che lei se la sbrighi da sola con i bambini? Non è equo. Non c’è niente di equo e di equilibrato nelle dichiarazioni politiche e in quel ddl.

Una scelta di buon senso sarebbe innanzitutto quella di non usare il dolore di uomini che realmente vogliono fare i padri – ma ai quali viene impedito per molte ragioni, una tra tutte la lunga attesa di una sentenza di assoluzione a seguito di una denuncia – per imporre un regime totalitario maschilista con sottrazione dei diritti civili alle donne. Non si può usare la necessità affettiva dei figli di trascorrere più tempo con entrambi i genitori per applicare una restaurazione a tutto campo che danneggia donne, bambini ma anche gli uomini che di tutto questo non vogliono sentirne nulla. E se c’è un governo così miope al punto di attuare questo tipo di restaurazione quello che c’è da fare è una sana rivoluzione. Non per chiedere pene più severe, dato che la repressione non serve, non per chiedere un cappio più duro o una pietra più grande per lapidazioni di massa. La rivoluzione andrebbe fatta perché osservando una famiglia disfunzionale in cui c’è evidente bisogno di aiuto lo Stato innanzitutto riconosca la violenza compiuta, incluso la violenza assistita che dovrebbe essere contemplata tra le forme di maltrattamento nei confronti dei bambini, e dunque proceda per aiutare tutte le parti in causa.

Io sono sempre stata molto ostracizzata perché ritengo che prevenzione significhi agire su più versanti. Aiutando le vittime di violenza ma anche chi la violenza la mette in atto. Se non sradichiamo la mentalità e la cultura violenta laddove si annida allora non abbiamo concluso niente. Il servizio per assistere gli uomini maltrattanti dovrebbe essere un’opzione inserita in una legge che parla di violenza di genere. Non l’obbligo di mediazione, per scoraggiare le coppie e convincerle che il divorzio non va bene. Non l’intervento poco laico di chi evidentemente non sa che la mediazione non funziona e non può mai essere attuata in presenza di comportamenti violenti di una o delle due parti. Semplicemente ci sarebbe bisogno di aiuto. Un aiuto mirato a fare in modo che gli schemi violenti non si riproducano e che i bambini possano contare su genitori che accettano di rimettersi in discussione e dunque di crescere. E tutto ciò non fa parte di un famigerato disegno totalitario femminista ma è semplice buon senso. Dunque se vuoi il mantenimento diretto non promuovi un modello familiare e di welfare che chiede alle donne di restare a casa a crescere i bambini assegnando solo agli uomini il dovere di mantenimento. Dovere che evidentemente gli sta stretto. Se vuoi questo promuovi un modello in cui le donne abbiano la possibilità di diventare indipendenti economicamente e possano contribuire al mantenimento dei figli senza attendere il contributo paterno.

Allo stesso modo: se vuoi che le donne condividano l’affido, cosa sulla quale io sono completamente d’accordo intendiamoci, allora smetti di promuovere una retorica sul materno in cui si dice che le donne sono le sole a dover stare con i figli interpretando il ruolo delle madonne martiri beddamatresantissime. Delle due l’una. O riconosci che i ruoli di genere che fino ad ora hai rivendicato sono una balla colossale oppure perdi credibilità e alle tue proposte non si può che rispondere con una sonora pernacchia. Un approccio legislativo a questi temi deve occuparsi della questione a 360%. Non si può trascurare niente e non si può mascherare una restaurazione del modello familiare pre anni 70 con una finta riforma che pretende di essere definita moderna.

L’attenzione per la complessità è d’obbligo. Lo è da parte dei sostenitori di questa legge e lo è da parte di chi vi si oppone. A mio avviso c’è solo la volontà di elevare lo scontro per causare una guerra tra parti che spareranno a vista a chiunque tenti di affrontare la questione in maniera equilibrata. A tutte queste cose bisogna pensare con calma, raccogliendo milioni di informazioni, conoscendo le motivazioni oggettive e quelle totalmente ideologiche dei sostenitori di questo ddl e cercando di capirci qualcosa passando oltre l’insulto all’intelligenza che viene perpetrato nei confronti di tante donne come me che capiscono bene quello che sta succedendo. Non siamo stupide. Non ci lasciamo prendere in giro. Sappiamo quello che state facendo e non ce ne frega niente se ci chiamate nazifemministe. La forma di governo totalitaria sui ruoli di genere di fatto la imponete voi e non noi. Benché parlare un linguaggio di questo tipo significhi vedersi sparare addosso da una parte e dall’altra è su questo che invito tutt* ad una riflessione. Senza cadere nella trappola della totale vittimizzazione delle donne per la quale certe femministe chiedono tutela, tutela e tutela, legittimando di fatto lo stesso sistema paternalista proposto da chi frequenta i family day.

Ps: naturalmente vi diranno che sono serva del patriarcato, pagata dalla maschilisti spa eccetera eccetera. Vi diranno anche che sono pagata dalla femministe spa e via di seguito. Di fatto non guadagno un centesimo per le opinioni che esprimo. Sta alla vostra intelligenza restare fermi sugli argomenti invece che sugli insulti personali che mi vengono rivolti da fanatici e fanatiche di ogni genere, qualunque sia la barricata dietro la quale essi ed esse sono schierati/e.

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