Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

#ViolenzaDiGenere: affrontarla e percepirla rispettando le diversità. Una pratica femminista!

Quando siamo in mezzo alla strada e subiamo molestie o quando siamo in casa e riceviamo mille messaggi da parte di qualcuno o quando c’è chi ignora il nostro No e insiste per ottenere attenzioni sessuali o quando vuoi lasciare qualcuno ed egli si oppone con violenza alla tua decisione: queste sono vicende che accomunano tantissime donne. Cosa cambia allora negli atteggiamenti e nelle reazioni di ciascun@ di noi? Cambia la soluzione che riteniamo di dover adottare. Che si tratti di dare una gomitata al tizio dalla mano morta nel bus cittadino o che si scelga di urlare per attirare l’attenzione sull’individuo molesto, si tratta comunque di forme di reazione plausibili. Quello che non è plausibile, invece, è il fatto di pretendere che tutte reagiscano allo stesso modo e che altrimenti vengano condannate per questo. Come avessero una sorta di responsabilità collettiva che impone loro di smettere di sentirsi protagoniste delle proprie azioni per consegnare ad altre persone la direzione da intraprendere in qualunque circostanza.

Pretendere che tutte le donne uniformino reazioni e comportamenti, anche in caso di reazione alla violenza, non è per nulla diverso da quello che i maschilisti impongono quando ci dicono che tutte dovremmo interpretare un determinato ruolo per dare loro il vantaggio della gestione del potere. Si tratta comunque di norme e sia che si tratti di norme sociali, di convenzioni non scritte, sia che si tratti di leggi scritte, quello che è intollerabile è il fatto che la responsabilità delle proprie decisioni, maturate sulla propria pelle, ricada su altre, diverse, vittime di atteggiamenti molesti e violenti.

Ogni donna sviluppa un certo numero di risposte spontanee in determinate situazioni. Quando qualcuno sta per schiaffeggiarti puoi pararti il viso con le mani o puoi reagire tirando schiaffi a tua volta. Se qualcuno ti insegue puoi fermarti e affrontarlo o puoi semplicemente scappare più veloce che puoi. Ogni reazione è giusta perché è la tua reazione. Nessuno può dirti cosa è meglio per te e ogni tipo di informazione che tu apprenderai ascoltando le esperienze delle altre può anche darsi che non ti sia utile in alcun modo o che lo sia ma la userai a modo tuo. Non ci sono schemi da seguire nessuno ha il diritto di farvi sentire sbagliate e insicure perfino quando reagite alla violenza.

Quello che non cambia è la gravità della violenza subita. Perciò è bene nominarla e descriverla. Soprattutto è utile che non sottovalutiate mai quello che l’altra vi dice riguardo la propria storia perché ognuna vive le esperienze in modo diverso e quella diversa maniera di approcciare una violenza deve essere ascoltata e rispettata. Ecco perché le stesse leggi non sono adeguate quando si tratta di violenza di genere. Perché individuano uno schema e decidono al posto tuo cos’è uno stupro e cosa non lo è, per esempio. Sulla base di poche, generiche, stereotipate, informazioni pretendendo di escludere ogni altro tipo di percezione del problema. La legge è decisamente statica, non muta e se lo fa in genere dipende dalla discrezionalità di chi la applica e ciò non vuol dire che la legge cambi necessariamente in meglio. Questo significa che si pretende dalle donne che raccontino migliaia di esperienze omologate affinché siano adatte a quelle regole scritte.

La conseguenza è quella di rendere invisibili altre tipologie di violenze e le maniere in cui esse condizionano le vite di chi le subisce. Tali violenze sono faticosamente incluse tra quelle già citate dalle leggi ed è per questo che bisogna innanzitutto dare spazio ad ogni racconto e ad ogni reazione, senza che nessuna debba sentirsi perciò ferita o non rappresentata dal racconto dell’altra. Quello che dovremmo evitare è di avere un atteggiamento normativo nei confronti delle altre donne obbligandole a percepire la violenza allo stesso modo. La normatività è la via dell’autoritarismo e non risolve affatto la violenza ma ne lascia scaturire un’altra, anche più insidiosa perché difficile da dimostrare. Perché scatena un disagio che sembra sbagliato anche se sbagliato non è. Perché ci spinge a giudicare le altre secondo un sentimento moralista, proprio di chi tende a fare la morale. Una buona legge, che sia essa scritta o meno, dovrebbe perciò contemplare soluzioni che ciascuna è libera di usare oppure no. Senza imposizioni di alcun tipo. Non dovrebbe essere una legge che proibisce ma che consente di scegliere se usarla come risorsa o meno.

Per esempio: quando dico che non mi piacciono le leggi repressive non sto dicendo che è vietato che altre le utilizzino. Ovvio che darò supporto a qualunque tipo di reazione alla violenza una donna manifesti, purché non si pretenda da me di fare lo stesso. Nessuno può obbligarmi a denunciare e nessuno può dirmi cosa per me è violenza e cosa non lo è. La percezione di una violenza è individuale e questo non è un limite ma dà spazio a più narrazioni, tutte importanti per ciascuna di noi.

Altro esempio: se dico che le molestie per strada non mi toccano o che preferisco affrontarle con ironia non vuol dire che io sottovaluti il danno che possono provocare ad altre donne. Dico che per me la questione però si risolve così e nessuno può dirmi il contrario. Se la mia amica subisce uno stupro ma non vuole denunciarlo io non sono nessuno per dirle di immolarsi come martire della causa perché da quella immolazione potrei trarre giovamento. E’ la sua esperienza ed è lei che dirà come affrontarla. E’ importante però che esista una legge che le consenta di scegliere.

Se la mia amica invece preferisce il sesso tra dominazione e sottomissione per scelta io non sono nessuno per dirle che si tratta d’altro. Io potrei percepire tutto ciò come violenza. Potrei essere totalmente contraria a provare dolore ma tutto ciò vale per la mia vita, per la mia carne, per la mia sessualità e non per la sua. Non posso chiamare “violenza” quello che lo è solo per me e non posso neppure fare finta che lei sia solo una poverina che non capisce giacché la mia principale preoccupazione deve essere il fatto che lei abbia il diritto di dire di Sì oppure No. Di dare o non dare il proprio consenso. Consenso che io non posso mettere in discussione in alcun modo.

Allo stesso modo se la mia amica mi dice che ha scelto e le piace vendere servizi sessuali io non sono nessuno per dirle che la sua non è una libera scelta. Solo perché io non riuscirei a fare la stessa cosa non vuol dire che lei non sia in grado di prendere una decisione consapevole sulla questione. Ecco perché quando si tratta di sessualità le norme proibizioniste, volute da chi presume di sapere tutto di quel che provano tutte le donne del mondo, non dovrebbero valere. Il proibizionismo innesca una pericolosa dinamica di autoritarismo/divieto che finirà con il punire le stesse donne che sono contrarie a quella norma. Diventa così una violenza dalla quale le donne trovano difficile difendersi. Se la mia amica vuole diventare una modella hard e mostrare il proprio corpo le dà piacere io non sono nessuno per dirle che è sbagliato solo perché potrebbe non andare bene a me. Ancora: se la mia amica mi dice che la maternità le fa schifo e che la vede come una forma di abuso sul proprio corpo e sulla propria vita io non sono nessuno per dirle che non è così. Non devo imporle la mia visione delle cose perché non esistono “opinioni” sulle esperienze altrui ma solo il libero confronto tra quelle stesse esperienze personali senza negarne nessuna.

Se io ho deciso di non denunciare il mio ex quando ha provato ad uccidermi non significa che altre debbano fare lo stesso. Posso aver deciso di usare un’altra soluzione che non comprenda il carcere ma tutto ciò riguarda soltanto me e nessun altro. La legge deve consentirmi di poter scegliere se usare gli strumenti dati oppure no. L’obbligo in tal caso non fa bene alla mia elaborazione individuale e mi mette in una situazione di conflitto per il fatto di dover decidere solo tra due possibili paternalistiche alternative: denunciare e dunque dichiarare che si tratta di violenza o non farlo e non riconoscere ufficialmente quella violenza. Ma se io riconosco quella violenza ma non voglio denunciare perché non va bene? Va bene per me e per me soltanto e nessuno può rimproverarmi del fatto che io stia dicendo alle altre di fare lo stesso. Ci sono mille e più situazioni che si verificano in questi casi. Si può non percepire un pericolo duraturo o si può percepirlo come permanente e quindi temere per la propria vita. Se la soluzione prevarica la stessa vittima degli eventi non è che una violenza tra le violenze.

Ecco perché a mio avviso è giusto ascoltare le storie senza forzare la definizione ultima delle stesse. Ecco perché non vale il fatto di dover, per esempio, consigliare lo psichiatra o terapie di vario tipo quando una donna dice di non percepire la violenza dove altre la vedrebbero distintamente. Non è sempre lei a non vedere ma siamo noi a pretendere che lei si uniformi alla nostra visione delle cose. E’ importante perciò che quel che apprendiamo avvenga in modo spontaneo, non forzato, non indotto obbligatoriamente, non con il ricatto perenne che vede le altre colpevolizzare chi non la pensa come noi. Il confronto tra esperienze aiuta a empatizzare e mettersi nei panni dell’altr@. Allo stesso tempo può aiutarci a scoprire ciò che non conosciamo, in una costante fase di contaminazione e crescita che non deve andare per forza in una sola direzione. Tutto ciò richiede tempo e disponibilità reciproca. Richiede comprensione e ascolto. Per quel che mi riguarda questa è una importante e laica pratica femminista. E voi che ne pensate?

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