Autodeterminazione, Contributi Critici, Culture, R-Esistenze

Essere un uomo e dirsi femminista è già un po’ sessista

Di Miguel Shema

Pubblicato l’8/01/2019 su bondyblog (traduzione di Elisabetta e Florence del Gruppo Abbatto i Muri)

Il femminismo non deve essere una questione per sole donne. Per il nostro blogger Miguel Shema però, vantarsi di essere femminista non è particolarmente valorizzante per un uomo. Si tratta invece di decostruire le proprie rappresentazioni e di rendere normali quei comportamenti dei quali ci si vorrebbe inorgoglire. Brandire il proprio femminismo come uno stendardo significherebbe quindi, nonostante le intenzioni, perpetuare una forma di sessismo.

In queste righe mi rivolgerò agli uomini, agli uomini cisgender, ai miei compari, a quelli che possono spostarsi nello spazio pubblico senza paura di essere molestati sessualmente, a quelli che guadagnano il 20% in più per lo stesso posto in azienda. Siamo nel 2019, e non sono qui per parlarvi del fatto che dovreste essere femministi – perché, se non l’avete ancora capito, non posso fare niente per voi – ma per spiegarvi com’è che perpetuiamo il sessismo anche quando pensiamo di essere femministi.

Ci ho riflettuto ascoltando la sociologa americana Robin Di Angelo. Autrice del libro White Fragility : why is it so difficult for white people to talk about race [Fragilità bianca: perché è così difficile per le persone bianche parlare di razza],del 2011, Di Angelo affronta le retoriche che le persone bianche utilizzano per sdoganarsi da qualunque tipo di razzismo pensando di combatterlo, e parla di come la “fragilità bianca” sia un’arma, che le/i bianchi/e ne abbiano coscienza o meno, per impedire alle persone razzializzate di parlare delle loro esperienze; di come la fragilità bianca sia insomma una tecnica di silenziamento. Ascoltando uno dei suoi interventi sulla fragilità bianca, io, uomo nero, mi sono riconosciuto. Ho visto nei meccanismi che stanno alla base della fragilità bianca gli stessi meccanismi che stanno alla base della mia fragilità maschile, la mia Male fragility!

Vorremmo stare dalla parte degli «uomini per bene»

La maggior parte delle volte ci definiamo femministi, o meglio non sessisti, per negazione: non abbiamo stuprato, non abbiamo aggredito sessualmente, non abbiamo molestato nessuna donna, quindi come potremmo essere sessisti?! Perché queste affermazioni siano vere però, dovremmo almeno sapere cosa sono lo stupro, l’aggressione sessuale, le molestie; dovremmo aver approfondito un minimo questi temi, e non sempre è così. Anzi è raro che sia così. Ad ogni modo, dire di non essere sessisti perché non si è mai fatto niente di tutto questo è proprio indizio del fatto che questi temi non sono mai stati davvero approfonditi!

Noi uomini cisgender non smettiamo un attimo di contrapporci a quelli che consideriamo essere gli “uomini per male”. Ci contrapponiamo a “quelli che fanno”, che commettono degli orrori, come se noi non facessimo niente, non perpetuassimo niente. E se non ci contrapponiamo a “quelli che fanno”, allora lo facciamo nei confronti di “quelli che non fanno”, quelli che contrariamente a noi non combattono il sessismo, non fanno tutto quello che facciamo noi, non leggono tutto quello che leggiamo noi.

Io per primo. Mi dicevo femminista perché leggo molti libri sul tema, scrivo pezzi sulla mascolinità, e perché ascolto trasmissioni radio femministe: standards are on the floor! E questo mi bastava. Avevo le migliori intenzioni del mondo ma non è questo il punto. Non dobbiamo analizzare le nostre azioni solo nella loro natura, ma anche alla luce di ciò che esse producono. Quando leggevo molto sul femminismo e sulla mascolinità sicuramente stavo iniziando a decostruirmi, ma stavo anche beneficiando della mia immagine di uomo progressista, di uomo femminista. Perché quegli articoli e quelle stories servivano allo stesso tempo, e senza che me ne rendessi conto, a convincermi  che io ero dalla parte degli «uomini per bene» e quindi a non rimettere in questione i rapporti di potere che ci potevano essere a casa tra me e mia sorella, per esempio. Possiamo dire allora che il ruolo di quegli articoli e di quelle storie era di perpetuare i rapporti di potere presenti nella mia vita tra me e le donne che mi circondano, permettendomi però di pensare di essere dalla parte del bene, del vero, del giusto.

L’attrice e umorista australiana Hannah Gadsby ne parla con grande precisione nel suo intervento «Hollywood Reporter’s Women in Enterteinement 2018» : si tratta della linea di demarcazione che siamo soliti tracciare tra noi e «gli uomini per male», che ha un solo e unico scopo: convincerci che siamo dalla parte giusta. Problema: siamo noi stessi a tracciare quella linea!

Rinunciare al potere

Solo attraverso un’analisi profonda dei rapporti di potere tra noi e le donne che ci circondano, e attraverso la rinuncia al potere che ne deriva, saremo davvero femministi. Smettiamola di sdoganarci e mettiamo in campo nuove dinamiche nelle relazioni con le donne che ci circondano in tutti gli spazi, in famiglia come nei luoghi di lavoro. Cambiare le dinamiche di potere non significa poi chiedere in continuazione alle donne cosa sia o no sessista – d’altronde se le ascoltassimo lo sapremmo. Non si tratta di avere una lista “come non essere sessista” da spuntare, ma di iniziare una vera decostruzione, interiore, attiva e umile, di ciò che abbiamo interiorizzato e a cui ci adattiamo così facilmente.

Rinunciare al potere significa anche, semplicemente, occuparci in modo egualitario dei lavori domestici, senza stare a dirlo, a sottolinearlo e senza aspettarci particolari ricompense. Rinunciare al potere significherebbe lavare i piatti durante le feste senza aspettare che ce lo chiedano, pensare ai regali, ricordarsi di mandare gli auguri a quello di zio di cui tutti si dimenticano sempre, significherebbe condividere il carico mentale che sopportano le donne. Rinunciare insomma, e senza concessioni, ai nostri privilegi.

Parlarsi e educarsi

Dobbiamo anche parlare, parlare fra noi uomini. Penso sinceramente che non ci sia cosa più forte, più lontana dalle aspettative della mascolinità che degli uomini si parlino tra loro sinceramente. Parlare fra di noi, darci il diritto di essere vulnerabili, significa sottrarci a qualsiasi forma di performance di genere. Parlarci significa anche parlare della mascolinità, di cosa essa produce, di ciò che noi produciamo e perpetuiamo. Di come la mascolinità possa anche distruggerci, di come la mascolinità delle classi popolari significhi uscire presto dal sistema scolastico, come ha illustrato Édouard Louis[1] in Qui a tué mon père [Chi ha ucciso mio padre], oppure di come la mascolinità degli uomini razzializzati faccia sì che loro siano visti come delinquenti e pericolosi, dalla polizia per esempio.

Parlarci, correggerci tra di noi quando facciamo o diciamo cose sessiste, consigliarci a vicenda, condividere le rispettive analisi e le dinamiche di potere presenti nelle nostre vite, significa uscire dalla retorica della contrapposizione. Significa non più essere dalla parte degli «uomini per bene»che si schierano contro «gli uomini per male», ma renderci conto che facciamo parte dei dominanti e tentare di interrompere – al nostro livello, come possiamo – la dinamica di oppressione all’interno della quale siamo noi i dominanti. Parlarci significa anche educarci a vicenda, perché farlo tocca a noi. Non tocca alle donne delle nostre vite, che subiscono il nostro sessismo, dover inoltre educarci e spiegarci che per esempio interromperle sistematicamente è un atto sessista.

Parlarci, educarci, correggerci significa utilizzare questa fraternità maschile – quella che ci permette di nominare come associati i nostri  simili invece di nominare una collega altrettanto o anche più competente – e farne qualcosa di nuovo.

Parlarci significa anche passare meno tempo a parlare alle donne del modo in cui noi siamo femministi, e renderci finalmente conto che il sessismo è un problema. Reni Eddo-Lodge, giornalista e autore inglese, ha detto a Lauren Bastide (nella trasmissione La Poudre) «Se lei è una persona bianca, che improvvisamente si rende conto della portata del razzismo, non vada a parlarne con le persone razzializzate. La conoscono già!» Lo stesso vale per gli uomini! Gli unici a non essere al corrente del sessismo, della sua portata e della sua violenza sono gli uomini.

Certi già si parlano, come nei video Man Enoughfatti da Justin Baldoni, uno degli attori della serie tv Jane the Virgin, come nel film The mask you live in, o anche sul profilo instagram @tubandes, ma è ancora troppo poco.

Parlarci, sperando che tutte queste chiacchere portino ad azioni concrete, veloci e radicali. Parlarci, ma non dimenticarci di ascoltare le donne, tutte le donne, quelle con disabilità, le donne razzializzate, le donne povere, le donne trans, le lesbiche. Non dimenticarci che sono le donne a fare tutto il lavoro, che quello che ho scritto ora, sono delle donne ad avermelo ispirato. Potremmo anche dire, senza esagerazione, che questo articolo è solo il frutto del lavoro delle donne che ho sentito/ascoltato. Tutto ciò augurandovi buon anno e la morte del patriarcato!

 

[1]Giovane scrittore e filosofo francese che  affronta il tema della violenza dei rapporti di potere di genere, classe e razza a partire dal suo  vissuto personale.

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