Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Il mio femminismo “imperfetto”

Antonella scrive:

Sono nata in un paesone di provincia da una famiglia molto ordinaria e tradizionalista, per fortuna non bigotta. Una famiglia in cui il quotidiano veniva acquistato tutti i giorni e dove tuttavia il massimo della cultura era rappresentato dai libri di Selezione dal Reader’s Digest che mio padre comprava per corrispondenza. Ho imparato a leggere presto e altrettanto presto ho scoperto che ero troppo maschio per essere una bambina “giusta”. Ho passato la vita a cercare di piacere invece che di piacermi (e a ben vedere ancora non è finita ‘sta storia infame).

Ero piccola ma c’ero già quando la rivoluzione femminista cambiava le piazze e le menti di tante donne in Italia, ricordo i TG e le notizie e le immagini di quei cortei verso cui mio padre esprimeva giudizi sprezzanti: le donne dovevano ovviamente stare a casa, come mia madre, che sfiancata da quattro figli e dalla depressione si ammazzerà a 49 anni, il giorno del suo compleanno.

Intanto in una Italia in cui vigeva ancora il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, si facevano strada le conquiste di diritti civili come divorzio e aborto. La mia realtà era lontanissima da quelle lotte, ma per fortuna (nell’Italia degli Anni di Piombo) qualche fortunato incontro con insegnanti comuniste e femministe contribuirà a farmi sentire un pochino meno sbagliata e a permettermi di sognare fierezza, indipendenza, forza.

Due qualità che fin da bambina il mondo mi aveva detto in tutti i modi possibili appartenere solo ai maschi. Io avrei dovuto al massimo essere carina e quella era proprio una strada impossibile per me, che dai cinque anni in poi mi rifiuteró persino di indossare gonne.

E’ stato indirettamente quel femminismo a farmi decidere di spezzare le consuetudini culturali della famiglia, io unica femmina ad “uscire di casa” senza sposarsi. Il mio corredo nuziale rimarrà dentro un armadio, dove ancora credo sia, destinato ad ingiallire come le malriposte speranze di certe vecchie zie verso la mia normalizzazione.

Avevo già ventitre anni, non ero una bambina, ma lo stesso fatto di decidere di andarmene a vivere per conto mio (e nella stessa cittadina della mia famiglia) fu considerata una vera e propria ribellione, incomprensibilmente estremista persino per le mie amate sorelle. Mio padre minaccerà di non farmi piú rimettere piede in casa sua (e per diversi anni in effetti manterrà il punto).

Certo che sí: mi dichiaravo femminista oltre che comunista e i cortei dell’Otto Marzo furono (con quelli pro Palestina e per il disarmo e molti, molti altri ancora) parte del mio impegno civile confuso ma testardo di allora. Alle piazze del Pride sarei arrivata un bel po’ dopo, con una lunga e tormentata accettazione della mia omosessualità.

Il femminismo mi ha insegnato a indagare la realtà, a questionare il presente e ogni consuetudine, a voler cambiare il futuro. Mi ha insegnato che valgo anche quando credo di non valere nulla, che “non era previsto che sopravvivessimo” e che il cambiamento non puó essere solo introspezione e affermazione individuale. Mi ha detto che c’è bisogno di sorellanza per resistere a questo mondo e per rivoluzionare l’amore e che non per forza tutte le donne saranno tue “sorelle”.

Ho imparato che il tuo femminismo non sarà lo stesso, non puo esserlo, se nasci da una famiglia di professionisti laureati o di operai, da una famiglia italiana da generazioni o di migranti, se abiti in città o in un piccolo centro dove tutti conoscono tutti, se sei disabile, se sei una donna trans, se il tuo corpo incontra l’approvazione dello sguardo maschile (anche quando parte da occhi di donna) o invece no, se le tue preferenze sessuali ed affettive stanno nella norma oppure no. Il femminismo intersezionale mi ha insegnato che siamo vortici di complessità e che non esiste un solo modo di liberarsi.

E ho capito che mentre tenteró di liberarmi ci sarà sempre qualcuna pronta a dirmi che sto sbagliando tutto, che mi sto inventando tutto, che non sto facendo quello che andrebbe fatto, che è piú importante affermare le proprie ragioni invece che ascoltare quelle altrui.

Il mio femminismo imperfetto, buono o brutto che sia, pieno di momenti gloriosi e di profonde cadute non sarebbe lo stesso se non avessi incontrato Abbatto i muri.

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1 pensiero su “Il mio femminismo “imperfetto””

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