Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, R-Esistenze

Razia, 34 anni, affinché la sua morte non venga archiviata

Questo documento si riferisce alla spietata uccisione di una donna, Razia, da parte dell’ex marito, Rachid, entrambi richiedenti asilo in Francia senza che a lei sia stata garantita la minima protezione nonostante le tante denunce e il fatto che le donne di un rifugio abbiano tentato di proteggerla. Il documento (in basso in lingua francese) è stato tradotto da Benz.

Benz in premessa dice: “Questa traduzione si riferisce alla morte di una compagna in domanda d’asilo politico, Razia, uccisa dal suo ex-marito il 30 ottobre 2018, in pieno centro a Beçanson. Delle compagne femministe, hanno scritto un comunicato che ripercorre tutto l'”iter” di Razia e dei suoi figli per scappare dalle mani di quello che sarà il suo assassino. Nel testo sono analizzati i meccanismi che proteggono gli aggressori, dal settore amministrativo a quello giudiziario. Le responsabilità che non sono solo dell’assassino in questione, ma di tutto un sistema. Razia ha lottato con tutte le sue forze per continuare a vivere, ma non è stata creduta, non è stata protetta. Un pensiero pieno di rabbia e dolore vanno a questa magnifica donna che purtroppo non é più tra noi.”

Razia, 34 anni, affinché la sua morte non venga archiviata.

Il 30 ottobre 2018, Razia è stata infine pugnalata dall’uomo dal quale stava scappando, Rashid Askari, padre dei suoi figli. I rappresentanti dello Stato francese dichiarano oggi che per “mancanza di  prove” non si è potuto agire in tempo. Le persone che per quasi due anni hanno sostenuto Razia nella lotta per salvarsi la vita e quella dei suoi figli smentiscono questa versione.

Etienne Manteaux, Pubblico ministero, il 31 ottobre. “Prima dei fatti, non avevamo abbastanza elementi. Non avevamo alcun fatto oggettivo […] Non c’era mai stata denuncia di violenza contro quest’uomo a Besançon. Non sta all’accusato dimostrare la sua innocenza, ma alla procura di dimostrare una colpevolezza “.

Come è possibile una tale cecità? L’assassinio di Razia fa seguito ad una lunga serie di minacce e aggressioni. Da due anni, le autorità francesi erano al corrente di questi fatti. A Parigi, a Tolone, a Marsiglia e infine a Besançon. È stata in quest’ultima città che, qualche mese fa, attraverso il suo avvocato, Razia ha trasmesso “direttamente al procuratore […] i referti medici dell’Unità di Medicina Legale raccomandando dieci giorni di inabilità totale al lavoro[1] per lei e 4 giorni per ciascuno dei suoi due figli più giovani”.

Ancora prima, era la direzione della scuola dei suoi figli che aveva avvertito la polizia della presenza minacciosa di Rashid, convocando l’intervento di una pattuglia. Parole che non contano. Razia ha presentato sette denunce, sette storie con dettagli terrificanti.

Fin dalla prima testimonianza, a Marsiglia, ha denunciato fatti e non semplici minacce. Razia racconta del pestaggio sulla pancia, lo strangolamento con il suo foulard, le minacce col coltello, il dolore del sesso forzato, ogni giorno. Denuncia la violenza contro i bambini.

Domanda dell’ufficiale giudiziario: “Tuo figlio O. è stato esaminato e ha dolore alla spalla destra, con rossore (…) Tuo figlio S. ha dei graffi sul suo avambraccio, puoi dirmi cosa è successo?”

Risposta: “Il loro padre li afferra, per levarli da me, dice che sono i suoi figli, fa quello che vuole, minaccia di uccidersi se chiamo la polizia, ma in realtà mi ucciderà prima”.

Alla stessa conferenza stampa, il procuratore insiste: “Sono stati segnalati fatti di minacce e intimidazioni, ma nessuna violenza. Non potevamo sapere”.

Le tre denunce depositate a Marsiglia – con un coraggio senza precedenti in considerazione del contesto del terrore – sono state archiviate, senza seguito. Non sappiamo né chi né perché. Ci sarebbe stato un seguito se la polizia le avesse dato l’opportunità di sporgere denuncia per stupro coniugale  e non solo per “violenza aggravata”? A Besançon, queste denunce, come le altre, sono considerate insufficienti per innescare una misura protettiva. Per “sapere”, le autorità chiedono “elementi obiettivi” non a Razia ma alle persone che l’hanno aiutata durante la sua fuga alcuni mesi prima. Mentre in quel momento l’aggressore è a Besançon dove terrorizza Razia, non appena esce dall’appartamento di Femmes Solidarité. I suoi figli non potranno più andare a scuola e per mesi sarà rinchiusa giorno e notte, in attesa della decisione della misura di protezione. Un’immagine che non corrisponde alla norma della vittima. Noi non la ascoltiamo, non la leggiamo, ma la guardiamo, in bianco e nero su un video di sorveglianza di fronte alla scuola. Si interpreta il suo comportamento, con tutti i pregiudizi sessisti e culturalisti: di fronte al suo aggressore, sua gestualità non è quella di una donna che ha paura ma è “veemente”, non è dunque considerata in pericolo: “Le operazioni video hanno rivelato una lamentosa veemente rispetto a suo marito. Non hanno rivelato che nei confronti della Signora lui fosse un aggressore, abbiamo avuto la sensazione di leggere nel video il fatto che la donna fosse più veemente, avevamo solo le immagini“.

Questa scena ha luogo quando viene finalmente ordinata una misura di protezione e all’aggressore è stato proibito di avvicinarsi a Razia, ma questo non è stato preso in considerazione dalla polizia. Quando lei taceva, era vista come una moglie “normalmente dominata”, mentre era terrorizzata dalle minacce di morte del suo ex marito. Sostenuto da influenti personaggi della comunità afghana di Marsiglia, è riuscito a farle lasciare Tolone dov’era al sicuro e le ha fatto richiedere asilo politico a Marsiglia.

Nel nome del padre

Al PADA di Marsiglia (la Piattaforma per l’Assistenza ai richiedenti asilo) nessuna informazione è stata trasmessa sui motivi della separazione amministrativa di Razia e del Sig. Askari. La persona che li accoglie per scrivere la storia per l’OFPRA[2] accetta che il capo della famiglia detta la storia senza che Razia pronunci una sola parola. Successivamente, in piena consapevolezza del pericolo in cui si trova Razia, la Sécurité Sociale non ha registrato i bambini sotto il numero di identificazione della madre. Il motivo? Poiché i certificati di nascita afghani non menzionano la madre, la filiazione è stabilita solo con il padre. Dopo le cure, il CPAM[3] gli invia le dichiarazioni, che gli permettono di localizzare Razia e i bambini a Besançon. I traduttori e le altre “persone di fiducia” delle autorità sono tutti alleati del marito. Il traduttore della prima denuncia è pronto a rivelare alla comunità afghana di Marsiglia l’approccio di Razia, che varrà più per farle pressione per dissuaderla dal portare denuncia. Nella terza denuncia, mentre Razia ha cambiato più volte il suo numero di telefono, quello che consegna alla polizia sarà immediatamente consegnato al marito.

Istituzioni con poca o nessuna risposta

SOS Donne ha impiegato tre mesi per trovare un alloggio fuori Marsiglia. L’ostacolo principale è la mancanza di fondi CAF o OFII[4], per non parlare della mancanza di risorse umane, con personale non sostituito durante le vacanze. C’era un posto libero in un centro di accoglienza per donne vittime di violenza in Ardèche, ma il comitato dei finanziatori ha rifiutato di assegnarglielo perché, in quanto rifugiata, rientra nella OFII. Durante l’estate del 2017, Razia non ha trovato alcun aiuto al di fuori delle reti alternative femministe per sfuggire al suo assassino.

L’OFII, che ha ricevuto una richiesta di alloggio fuori Marsiglia per allontanare una persona da un reale pericolo di morte fin dal luglio 2017, non si è mai degnato di rispondere, nonostante diversi solleciti della PADA. L’OFPRA ha impiegato 11 mesi – un ritardo insolitamente lungo – per rispondere alla nuova richiesta di asilo di Razia, all’interno della la quale lei ha raccontato la sua vera storia di vita e ha denunciato le minacce di morte. La risposta, positiva, fu pubblicata tre giorni dopo la sua morte.

La doppia pena: essere donna e richiedente asilo

Capisco l’incomprensione e l’emozione. La domanda che si presenta è la seguente: “che possiamo fare?”, si è chiesto il signore procuratore. Modestamente, non ho la soluzione.

La morte di Razia, una donna eccezionale che è stata in grado di resistere per anni al dominio patriarcale, non deve essere trasformata in una lezione di fatalismo, per quanto fosse “modesta” come quella del procuratore. L’omicidio di Razia è un femminicidio, esattamente come gli altri 200 commessi in Francia ogni anno, indipendentemente dal contesto religioso o culturale di ciascun caso. È stata uccisa da un uomo che pensava di avere il diritto alla vita e alla morte su di lei perché è “sua” moglie. Ciò è reso possibile dalle azioni e dalle non-azioni istituzionali di un paese, la Francia, tormentato dal sessismo quotidiano. Perché il sistema di “protezione” di questo paese è solo un’esca? È a causa della mancanza di mezzi di polizia o giudiziari che le prime due richieste di protezione sono generalmente respinte, che nella terza denuncia l’aggressore viene convocato non più di un’oretta, che dura sempre vari mesi prima che l’ordinanza di protezione viene avviata? È per modestia che il legislatore definisce “misura di protezione” una semplice ingiunzione all’aggressore di non rivolgersi alla vittima? Bugiardi, manipolatori, ladri di bambini … la voce delle donne vittime di violenza non è mai legittima. I richiedenti asilo sono, inoltre, fuori dal razzismo, sospettati di intraprendere questi passi per ottenere documenti; raramente hanno accesso a traduzioni indipendenti da pressione sociale o politica. In una situazione precaria e isolata, dipendono anche più di altri dalle istituzioni di questo paese. Quindi fermiamo il diniego: c’era, e ci sono soluzioni.

collectif-justice-et-verite-pour-razia@riseup.net

[1]In francese si parla di “ITT” (Incapacité Totale de Travail)

[2]L’OFPRA (Office Français de Protection des Réfugiés et Apatrides)

[3]CPAM (Caisse Primaire d’Assurance Maladie)

[4]CAF (Caisse d’Allocations Familiales) ; OFII (Office Français de l’Immigration et de l’Intégration)

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Razia, 34 ans, pour que sa mort ne soit pas classée sans suite

Le 30 octobre 2018, Razia est finalement tombée sous les coups de couteau de l’homme qu’elle essayait de fuir, Rashid Askari, père de ses enfants. Les représentants de l’Etat français déclarent aujourd’hui avoir manqué d’éléments pour agir à temps. Des personnes qui l’ont soutenue pendant près de deux ans dans sa lutte pour sauver sa vie et celle de ses enfants démentent cette version.

Etienne Manteaux, Procureur de la République, 05 novembre 2018.

« Avant les faits, nous n’avions pas assez d’éléments. Nous n’avions aucun fait objectif. (…)
Il n’y avait jamais eu de plainte pour violence contre cet homme à Besançon en tout cas. Ce n’est pas au mis en cause de présenter son innocence, mais au parquet de prouver une culpabilité ». (*1)

Comment un tel aveuglement est-il possible ? L’assassinat de Razia par son ex-mari fait suite à la longue série de menaces et d’agressions qui a été portée à la connaissance des autorités françaises depuis deux ans. À Paris, à Toulon, à Marseille et enfin à Besançon.

C’est dans cette dernière ville qu’il y a quelques mois, Razia a fait parvenir «directement au procureur par le biais de
son avocate des certificats médicaux de l’Unité de Médecine Légale préconisant dix jours d’ITT pour elle, et 4 jours d’ITT pour chacun de ses deux jeunes fils » (*2). Encore auparavant, c’était l’école où sont scolarisés ses enfants qui avait
prévenu la police de la présence menaçante de Rashid, entraînant l’intervention d’une patrouille.

Des mots qui ne comptent pas

Razia a déposé sept plaintes, sept récits aux détails terrifiants. Dès la première déposition, à Marseille, elle dénonce des faits et non pas des menaces. Razia dit les coups dans le ventre, les strangulations avec son foulard, les menaces avec le couteau, la douleur des rapports sexuels forcés, tous les jours. Elle dénonce la violence exercée sur les enfants.

Question de l’officier de police judiciaire : « votre fils O. a été examiné et présente des douleurs au niveau de l’épaule droite, avec rougeur(…) Votre fils S. présente des traces de griffures à l’avant-bras, pouvez-vous me dire ce qui s’est passé ?

Réponse : Leur père les empoigne, pour les retirer de moi, il dit que ce sont ses enfants, il fait ce qu’il veut, il menace de se tuer si j’appelle la police, mais il essaiera d’abord de me tuer. »

Dans la même conférence de presse, le procureur insiste : « des faits de menaces et d’intimidation ont été rapportés, mais pas de violence. Nous ne pouvions pas savoir. »

Les trois plaintes déposées à Marseille – avec un courage inouï au vu du contexte de terreur – ont été classées sans suite. On ne sait ni par qui ni pourquoi. Est-ce qu’il y aurait eu des suites si la police lui avait signifié la possibilité de porter plainte pour viol conjugal (*3) et pas seulement pour « violences aggravées » ? À Besançon, ces plaintes, comme les suivantes, sont jugées insuffisantes pour déclencher une mesure de protection. Pour « pouvoir savoir », les autorités demandent des « éléments objectifs » non pas à Razia mais aux personnes qui l’ont aidée pendant sa fuite plusieurs mois auparavant. Alors que l’agresseur est à ce moment-là à Besançon où il terrifie Razia dès qu’elle sort de l’appartement de Solidarité Femmes. Ses enfants finiront déscolarisés et elle enfermée jour et nuit pendant de longs mois, dans l’attente de la décision de la mesure de protection.

Une image qui ne correspond pas à la norme victimaire

On ne l’écoute pas, on ne la lit pas, mais on la regarde, en noir et blanc muet sur une vidéo de surveillance devant l’école. On interprète son comportement, avec tous les biais sexistes et culturalistes : face à son agresseur, sa gestuelle n’est pas celle d’une femme apeurée mais « véhémente », elle n’est donc pas considérée en danger.

« Les exploitations vidéo laissaient apparaître une plaignante véhémente par rapport à son mari. On ne dit pas que madame était agresseur, on avait le sentiment à la lecture des vidéos que la femme était plus véhémente, on n’avait que l’image. » (*1)

*1 Conférence de presse du Lundi 05 novembre 2018 https://france3-regions.francetvinfo.fr/bourgogne-franche-comte/doubs/besancon/direct-violences-conjugales-suivez-conference-du-procureur- republique-affaire-du-meurtre-razia-1569134.html
*2 Selon l’association de protection des femmes victimes de violences conjugales, Solidarité femmes 25 https://france3-regions.francetvinfo.fr/bourgogne-franche-comte/doubs/besancon/meurtre-razia-besancon-combien-plaintes-razia- aurait-elle-du-deposer-encore-s-interroge-solidarite-femmes-1569760.html
*3 La présomption de consentement dans le cadre du mariage a disparu avec la loi du 9 juillet 2010. L’article 222-22 du code pénal prévoit désormais: « Le viol et les autres agressions sexuelles sont constitués lorsqu’ils ont été imposés à la victime (…) quelle que soit la nature des relations existant entre l’agresseur et sa victime, y compris s’ils sont unis par les liens du mariage. » C’est aussi une circonstance aggravante de la peine, jusqu’à 20 ans (au lieu de 15 ans).

Cette scène a lieu alors qu’une mesure de protection est enfin ordonnée et que l’agresseur a reçu une interdiction d’approcher Razia, mais cela n’est absolument pas pris en compte par la police.

Quand elle était silencieuse, elle était vue comme une épouse « normalement dominée » alors qu’elle était terrifiée par les menaces de mort de son ex-mari. Appuyé par des personnes influentes de la communauté afghane de Marseille, il avait réussi à lui faire quitter Toulon où elle était à l’abri, et à lui faire déposer une demande d’asile avec lui à Marseille.

Au nom du père

À la PADA, de Marseille (la plate-forme d’aide aux demandeurs d’asile), aucune information n’ayant été transmise sur les raisons de la séparation administrative de Razia et M. Askari, la personne qui les accueille pour rédiger le récit pour l’OFPRA (*4) accepte que le chef de famille dicte le récit sans que Razia ne prononce un seul mot.

Plus tard, c’est en toute connaissance du danger encouru par Razia, que la Sécurité Sociale n’a pas enregistré les enfants sous le numéro d’identification de leur mère. Le motif ? Les actes de naissances afghans ne mentionnant pas la mère, la filiation n’est établie qu’avec le père. Après les soins, la CPAM lui envoie donc les relevés, ce qui lui permet de localiser Razia et les enfants à Besançon.

Les traducteurs et autres « personnes de confiance » des autorités sont tous des alliés du mari. Le traducteur de la première plainte s’empresse de divulguer à la communauté afghane de Marseille la démarche de Razia, ce qui lui vaudra encore plus de pressions pour la dissuader de porter plainte. Lors de la troisième plainte, alors que Razia a changé plusieurs fois de numéro de téléphone, celui qu’elle donne à la police sera aussitôt livré au mari.

Des institutions peu ou pas réactives

SOS Femmes a mis trois mois à trouver dans son réseau un hébergement hors de Marseille. Le principal frein est
l’absence de financement CAF ou OFII (*5) , sans parler du manque de moyens humains, avec du personnel non remplacé pendant les congés. Il y avait bien une place libre dans un centre d’accueil pour femmes victimes de violence en Ardèche, mais la commission des financeurs a refusé de la lui attribuer car en tant que réfugiée, elle relève de l’OFII.
Pendant l’été 2017, Razia n’a pas trouvé d’aide hors des réseaux alternatifs féministes pour échapper à son assassin.

L’OFII saisi d’une demande d’hébergement hors Marseille pour éloignement d’une personne en danger de mort depuis juillet 2017, n’a jamais daigné répondre, malgré plusieurs relances de la PADA.

L’OFPRA a mis 11 mois – un délai exceptionnellement long – pour répondre à la demande d’asile de Razia, après
l’entretien où elle s’est expliquée sur son authentique récit de vie et a dénoncé les menaces de mort. La réponse, positive, a été postée trois jours après sa mort.

La double peine :femme et en demande d’asile

« J’entends l’incompréhension et l’émotion. La question qui se pose c’est : qu’est-ce qu’on peut faire ? » s’est interrogé monsieur le procureur. Modestement, je n’ai pas la solution. »(*1)

La mort de Razia, femme d’exception qui a pu résister pendant des années à la domination patriarcale, ne doit surtout pas être transformée en leçon de fatalisme, fut-elle « modeste » comme celle du procureur.

L’assassinat de Razia est un féminicide (*6) , exactement comme les 200 autres commis en France chaque année, indépendamment du contexte religieux ou culturel de chaque cas. Elle a été tuée par un homme qui pense avoir droit de vie ou de mort sur elle parce qu’elle est « sa » femme. C’est rendu possible par les actions et par les inactions institutionnelles d’un pays, la France, rongé par le sexisme quotidien.

Pourquoi le système de « protection » de ce pays n’est-il qu’un leurre ? Est-ce à cause du manque de moyens policiers ou judiciaires que généralement les deux premières demandes de protection sont classées sans suite, qu’à la troisième plainte l’agresseur n’est convoqué qu’une petite heure, que la mise en route de l’ordonnance de protection prend toujours plusieurs mois ? Est-ce par modestie que le législateur appelle « mesure de protection » une simple injonction à l’agresseur de ne pas approcher l’agressée ?

Menteuses, manipulatrices, voleuses d’enfants… la parole des femmes victimes de violence n’est jamais légitime. Les demandeuses d’asile sont, en plus, par racisme, soupçonnées de faire ces démarches pour avoir des papiers ; elles ont rarement accès à des traductions indépendantes de pression sociale ou politique. En situation précaire, isolées, elles dépendent plus encore que d’autres des institutions de ce pays. Alors cessons le déni : il y avait, et il y a des solutions.

collectif-justice-et-verite-pour-razia@riseup.net

*4 Office français de protection des réfugiés et apatrides
*5 Office Français de l’Immigration et de l’Intégration : « Fidèle à sa tradition d’accueil et d’intégration, la France conduit, en matière d’immigration, une politique faite de générosité et d’humanisme avec, comme ligne d’horizon, le
dépassement des valeurs d’origine et l’adhésion à des valeurs communes qui sont celles de la République ».
http ://www.ofii.fr/qui-sommes-nous
*6 Le féminicide n’est pas reconnu dans la loi française ; la catégorie «homicide » n’a que deux sous-catégories : parricide
et infanticide. La loi du 27/ 01/ 2017 permet d’aggraver les crimes ou délits commis en raison du sexe de la victime.

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