Autodeterminazione, MenoePausa, Personale/Politico, R-Esistenze

Essere femminista non significa essere più “maschio”

Quando desideri essere amata ti innamori di un “ti amo”. Anche se è fasullo, anche se te l’hanno detto per portarti a letto. Il letto, quel luogo che sembrava tanto mostruoso e che poi ho scoperto essere comodo e piacevole per dormire e farci molte altre cose. Ma prima di arrivare a queste connessioni lettifere ho vissuto con la paura di non piacere. L’insicurezza è una bestia orribile da sconfiggere. Non era innata, non ce l’avevo alla nascita. Me l’hanno trasmessa assieme alla propensione a vivere sempre in difetto, aspettandomi che per ogni momento felice ce ne sarebbero stati almeno cento di quelli infelici. Pensando di non meritarmela neppure quella felicità. Non credendo mai a nessuno quando mi diceva “sei bella!”. Così lasciavo prima di essere lasciata, non perché io fossi più figa ma perché ero semplicemente umana. L’amore è stata una tragica corsia in quell’autostrada densa di emozioni da attraversare. Ho impiegato molto tempo a liberarmi di tabù e preconcetti. Gliela devo dare prima o dopo? Devo accettare di farmi toccare o devo fermarlo non appena tenta di togliermi le mutandine? Se prendo l’iniziativa avrà paura? Succede tutto naturalmente o serve sentire le campane?

Come tante io ho vissuto di abbandoni e di incontri felici. Ho vissuto quel che c’era e quel che cercavo. All’inizio andava bene. Pensavo di godermela e forse lo facevo davvero. Quando finì la mia prima storia seria, tra botte e pianti, allora dissi a me stessa di aver capito: pensavo di non meritarmi di meglio e avrei cercato quel “meglio” in ogni persona incontrata. Pensavo di avercela fatta, ero comunque sopravvissuta alle sofferenze e invece dopo un po’ mi rendevo conto che le paure corrompevano le mie storie. Pensavo che tutto fosse semplice ma diventavo posseduta dall’irrazionalità. A pensarci bene però avevo in qualche modo ragione. Capivo se lui mi stava tradendo, se per lui era finita e di colpo smettevo. Non mi sembrava opportuno lottare per tornare indietro. Li cacciavo dalla mia vita e penso di aver fatto bene a preservare la mia integrità. Ma ero anche decisamente moralista. Oggi non mi comporterei così di fronte a quello che non chiamerei più neppure tradimento. Non soffrirei e non mi farei governare il cervello dall’irrazionalità. Fosse per me mi andrebbe bene anche un rapporto non esclusivo, perché se lo pretendi come tale poi devi rispondere a tutte le esigenze dell’altro. E se non ne ho voglia? E se voglio godere di qualche spazio di libertà?

Ma anni fa ero straziata, dimagrimenti o ingrassamenti rapidi alla fine di una storia. Malinconia nel voler stare accanto a qualcuno che non mi amava. Gelosia nei confronti di una amica che lui guardava e basta. Cose irrazionali, per l’appunto. E quante cose stupide ho fatto. Quante volte ho negato le mie fragilità con le mie amiche. Ma no, figurati, è lui quello fragile. Io sono forte, non ho bisogno di amore, io. Da grande ho scoperto che essere femminista significa anche accettare di essere quella che sei e a me va bene così. Ma significa anche avere il coraggio di viversi le storie senza pensare di non meritarle. Vivere il sesso con gusto e senza intoppi. Riuscire a provare agio nei movimenti del corpo perché quel corpo era mio. Quel corpo è mio.

Inutile fare la cinica e dire che queste cose riguardano solo le altre. Anche questo modo di pensare ha ritardato la mia crescita. Autocensurandomi non ho fatto altro che negare quello che sentivo. Io non sono così, dicevo a me stessa. Non posso essere così. Così come? E’ come quando un uomo frena il pianto per non apparire debole. Una femminuccia, dunque. E’ come se per essere femminista io abbia dovuto mirare all’esclusione di un modello “poco maschile”, come se io stessa fossi intrappolata tra stereotipi e errori di costruzione di una nuova identità. E’ come tagliare la propria voce e rendersi muta ogni volta che si cerca di migliorarsi parlando innanzitutto chiaramente a se stesse. Ebbene si, ci sono rimasta male. Tutte le volte in cui mi sono sentita sola perché l’altro non era quello di cui avevo bisogno. Ci sono rimasta male e il punto è che non volevo accontentarmi. Perché avrei dovuto farlo? E allora ho scoperto che l’istinto di preservarsi è una cosa sana. Andare via dalle relazioni malsane non è una fuga ma una scelta giusta. Essere contaminate dal morboso senso di appartenenza è il male puro. Dovevo andare via. Ho fatto più che bene. Ho avuto rispetto per me. Mi sono voluta bene, ecco. E me ne voglio ancora di più oggi che parlo chiaramente senza il timore di essere giudicata. E in realtà so che questo timore era ed è solo mio. Da oggi so che sono femminista pur senza indossare sempre una divisa di protezione. Da oggi so che sono umana e che devo essere me stessa sempre.

Meno&Pausa – Avere la patata e non sentirla – racconta fatti reali di una donna che usa questo pseudonimo per raccontarsi.

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