Attivismo, Comunicazione, Contributi Critici, Critica femminista, R-Esistenze

A proposito dell’aborto in Messico. Decolonizzarsi è una pratica di messa in discussione quotidiana e siamo tutte in processo

Ciao a chi ci legge. Siamo un gruppo di donne italiane che vivono in Messico, ci siamo sempre interessate al contesto in cui viviamo ed inoltre alcune di noi hanno abortito, proprio qui in Messico. Per questo, l’articolo uscito sul blog di Eretica sul Fatto Quotidiano il 9 gennaio ci interpella profondamente e dobbiamo dire che, appena letto, ci siamo chieste: l’avranno rapita e sostituita con qualcun’altra? Le avranno hackerato il blog?

Alcune di noi hanno fatto parte di collettivi femministi italiani e non, così come abbiamo spesso letto il blog “Abbatto i muri” e prima ancora “Femminismo a Sud”. Così, dopo un primo momento di sgomento, abbiamo deciso di scrivere a Eretica per esprimerle le nostre perplessità circa il contenuto del suo articolo, perché l’abbiamo sempre ritenuta una compagna aperta alle critiche costruttive e al dialogo con altre compagne. Di fatti, dopo un breve scambio di mail con lei, abbiamo deciso insieme di pubblicare le nostre riflessioni in merito all’articolo, per condividerle con piú persone possibile e socializzare un altro punto di vista, diciamo, situato.

In generale, l’articolo in questione ci fa interrogare su cos’è il femminismo, cosa sono i femminismi e come si stringono legami di solidarietà dal basso e purtroppo, con molto dolore, dobbiamo ammettere che conferma ciò che spesso le compagne latinoamericane sostengono: che il femminismo ‘bianco’ europeo/eurocentrico a volte è proprio riproduttore di stereotipi. Lo sguardo di questo (nostro) femminismo si fa facilmente superficiale e sommario quando si posa su realtà lontane, perdendo molta della radicalità e soprattutto dell’intersezionalità che rivendica a livello discorsivo. Scrivere di realtà “lontane” ma più in generale di realtà che si conoscono poco è un esercizio delicato, in cui è più che mai necessario tenere presente che il discorso che produciamo costruisce realtà: abbiamo la possibilità di riprodurre narrazioni stereotipate, semplificate, a volte false, a volte romantiche, oppure di cercare di produrne di nuove, il più possibile autentiche, situate, lucide, partigiane e rispettose. Oppure anche di tacere, se sappiamo di non saperne abbastanza: e questo “abbastanza” è sempre relativo.

Ci piacerebbe fare un po’ di chiarezza nel merito di alcune inesattezze che l’articolo riporta.

La frase “La legge che in Messico criminalizza l’aborto risale al 2016” è quantomeno imprecisa, se non addirittura sbagliata. Non sappiamo dove Eretica abbia trovato questa informazione, ma a quanto ci consta, in Messico non esiste alcuna legge che criminalizza l’aborto risalente al 2016. La situazione è un po’ più complessa, vediamola.

Siccome il Messico è una repubblica federale composta da 32 stati, ed ogni stato ha le proprie leggi sull’aborto, non è corretto parlare dell’aborto in Messico in generale. La situazione legale dell’aborto è molto polarizzata. A Città del Messico (che conta come uno stato a parte), l’aborto è stato depenalizzato nel 2007: quindi da più di dieci anni è legale ed è un servizio totalmente gratuito disponibile nelle cliniche pubbliche, oltre che private. Una parte degli aborti realizzati nella capitale, infatti, sono di donne provenienti da altri stati che vi si recano apposta per abortire, spesso accompagnate da associazioni che facilitano loro un percorso molto difficile. Perché è vero che nel resto della repubblica le leggi sull’aborto sono altamente restrittive: l’unica motivazione legale per l’aborto in tutto il paese è lo stupro. Per il resto, le clausole di legalità variano: pericolo di vita per la donna, pericolo per la salute della donna, malformazioni gravi del feto sono le più diffuse. È necessario sottolineare che, purtroppo, spesso tali clausole non vengono applicate, le donne sono rivittimizzate nelle istanze giuridiche e sanitarie, e l’accesso effettivo all’aborto legale è molto ristretto nella maggior parte del paese, compromettendo evidentemente l’autodeterminazione delle donne. La depenalizzazione nella capitale ha portato ad una reazione regressiva a livello federale, laddove molti stati hanno cambiato la propria costituzione per introdurvi un principio di “protezione della vita a partire dal concepimento”. É in questi stati tradizionalmente più conservatori, cattolici, evangelici e reazionari, che è più frequente la vera e propria criminalizzazione delle donne che abortiscono (per non parlare della criminalizzazione di coloro che hanno aborti spontanei o partoriscono feti morti) e della quale parla Eretica nel suo articolo. A proposito di questo aspetto, riportiamo i dati di GIRE (Gruppo de información por la reproducción elegida– organizzazione non governativa indipendente che si occupa di diritti sessuali e riproduttivi): il numero totale delle donne incarcerate attualmente è di 136, mentre 228 è il numero di persone condannate [http://criminalizacionporaborto.gire.org.mx/assets/pdf/Maternidad_o_castigo.pdf ] [altre info https://www.jornada.com.mx/2018/08/31/sociedad/034n1soc e https://www.animalpolitico.com/2018/08/abortar-mexico-carcel-sentenciadas/ ]. Rispetto alla possibile amnistia, che è l’argomento centrale dell’articolo, le donne incarcerate per aver abortito sono uno dei possibili soggetti a cui il nuovo governo sta pensando di applicare l’amnistia. Per il momento il tutto rimane ancora incerto visto che, come abbiamo specificato, il reato di aborto è un reato imputato a livello federale, il nuovo governo centrale di Lopez Obrador sta ancora cercando delle misure legali (amparo) per poter far valere questa possibilità in ogni stato.

Ridurre e semplificare quindi la situazione complessa che esiste nel paese significa invisibilizzare tanto la gravità di certe situazioni quanto le conquiste ottenute in altre. Data la vastità di questo paese è ovviamente difficile affermare anche che “il movimento femminista ha riempito le piazze per rivendicare l’aborto”. Sicuramente ci sono state più capitali statali che hanno visto manifestazioni femministe, ma probabilmente le immagini a cui ci riferiamo quando affermiamo, dall’Italia, che “si sono riempite le piazze” sono immagini di Città del Messico, dove i collettivi femministi e non solo, hanno manifestato a favore di una depenalizzazione generale nel resto del Paese.

Dopo queste precisazioni, vorremmo concentrarci su altri aspetti dell’articolo che fanno emergere lo sguardo eurocentrico e colonialista che, a nostro modo di vedere, lo attraversa.

Prima però, facciamo una premessa. De-romantizzare il Messico è stato difficile anche per noi, come de-romantizzare tutta l’America Latina, così come è stato difficile e lo è tutti i giorni decolonizzare il nostro stesso sguardo e il nostro stesso pensiero. É difficile farlo quando sulla nostra pelle la sentiamo, la differenza, tra portare in giro il nostro corpo di donne in Messico e farlo in Italia. Non saremo certo noi a negare il fatto che l’eteropatriarcato capitalista si vive a concentrazioni particolarmente irrespirabili a queste latitudini, nella metropoli capitale di questo paese insanguinato e violentato in cui viviamo, che a volte sembra essere il crocevia di tutte le contraddizioni della nostra epoca. Non diremo mai, quindi, che essere donna in Italia e in Messico è la stessa cosa: non lo è. Ma non lo è per tanti motivi, e nessuno è semplice, nessuno è così semplice come rischia di essere narrato.  Ovviamente l’Italia non è il primo paese al mondo per femminicidi, lo è il Messico (con 9 femminicidi al giorno secondo gli ultimi dati), e la differenza si sente. Nemmeno per quanto riguarda l’aborto, tema scatenante di questa riflessione, possiamo far equivalere una situazione di totale legalità a richiesta della donna come in Italia (seppure con le crescenti limitazioni al diritto, che conosciamo e di cui, chissà, potremmo parlare/scrivere in un’altra occasione), con alcune realtà messicane dove appunto si rischia il carcere o comunque si abortisce nell’illegalità e spesso in situazioni di insicurezza. Tuttavia, qui non si tratta di stabilire gerarchie tra paesi più o meno “civili” o “sviluppati” o femministi (o no?), bensì di fare riflessioni che ci siano utili a capire realtà complesse e lontane, e che non riproducano gerarchizzazioni sterili che non ci appartengono. In questo senso, crediamo che prima di scrivere di paesi lontani, e lontani in tanti sensi, si dovrebbe, oltre che documentarsi bene, avere sempre presente a partire da dove è che lo si sta facendo, usare la propria realtà come cartina tornasole, non dimenticarla mai. Quando si scrive che in Messico “la condizione della donna è dunque conseguenza di una mentalità che grava su tutte le donne, obbligate a recitare copioni in cui i protagonisti sono gli stereotipi sessisti”, ci verrebbe un po’ da parafrasarla dicendo che ad essere un protagonisti dell’articolo in questione sono un po’ gli stereotipi colonialisti. Di fatto gli stati messicani dove si verificano la maggior parte delle detenzioni per aborto (che riguardano sia donne che abortiscono che persone che le aiutano/eseguono gli aborti), sono spesso stati del centro-nord del paese, e non del Sud, come sembra sostenere l’articolo. Ci teniamo a sottolineare quest’aspetto perché c’è un’altra affermazione nell’articolo che ci ha fatto un po’ drizzare i capelli, ed è la seguente: “C’è un divario culturale e linguistico tra i messicani del Nord e quelli del Sud, che parlano solo i dialetti locali risalenti ai linguaggi Maya”. Questa frase è davvero un po’ un concentrato di colonialismo e razzismo che proprio non ci aspettavamo frutto, crediamo, di una scarsa informazione rispetto al contesto di cui si scrive. In Messico si usano 64 lingue indigene, che appunto non sono dialetti, ma lingue. Considerare come “lingua” degna di questo nome solo lo spagnolo rivela uno sguardo colonizzatore ed eurocentrico, che occulta la realtà di un paese molto esteso e culturalmente eterogeneo, dove le comunità indigene (delle quali i maya sono solo una piccola parte) con le relative lingue sono presenti sia nel nord che nel sud. (link di wikipedia che è fatto molto bene sulla questione: https://es.wikipedia.org/wiki/Lenguas_de_México )

Se è vero che gli stati del Sud sono caratterizzati da maggiore popolazione indigena, e da maggiori disuguaglianze e vulnerabilitá di ogni tipo che spesso si sovrappongono a tale condizione, questo non deve invisibilizzare le comunitá pur presenti nel resto del paese, e comunque, ancora una volta, non ci sembra ammissibile dipingere questo paese tracciando una dicotomia inappellabile Nord/Sud, che non ci sogneremmo mai di tracciare ad esempio se stessimo parlando del Nord e del Meridione d’Italia… Questa dicotomia Nord/Sud sembra essere poi parallela ad un’altra che sostiene un po’ tutto il tono dell’articolo, che è quella Noi/Loro (Primo Mondo/Sud Globale).

Per esempio, si scrive che “La criminalizzazione dell’aborto in Messico è sicuramente una conseguenza del fanatismo ultra cattolico che caratterizza la loro cultura”. Tra “loro” e “cultura” non sappiamo quale sia il termine piú problematico.  Ma quale sarebbe “la loro cultura”? Quale delle tante culture che caratterizzano i multipli sincretismi di questo paese, come di tanti altri? Cosa penseremmo se leggessimo la stessa frase riferita peró all’Italia? Accetteremmo che venisse banalizzata “la nostra cultura” cosí? E in Italia non siamo immersi nella cultura cattolica, non abbiamo il Vaticano tra le ovaie ad ogni pié sospinto, l’Opus Dei e Comunione e Liberazione non tirano le fila di molta sanitá arruolando schiere di medic* che obbiettano sui nostri uteri per fare carriera? La costruzione dell’ alteritá segue la stessa logica che il soggetto universale maschio e bianco applica nel costruire l’alterità della donna per poi sottometterla.

Se si scrive: “Se gli atti intimidatori dicono che le donne non devono uscire o interessarsi ad altro che non sia la riproduzione e il matrimonio eterosessuale non si può immaginare che in Messico vi sia una resistenza attiva che coinvolge ogni persona del Paese”, noi vorremmo ricordare che qui a Città del Messico il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’adozione omoparentale dal 2009 sono legali, recentemente le persone trans possono scegliere di non far figurare il sesso assegnato alla nascita sul documento d’identità, e c’è una delle migliori leggi sull’identità di genere, che dal 2014 permette alle persone di autodefinire il proprio genere senza nessuna altra clausola. Ovviamente questo non corrisponde a un contesto paradisiaco e libero da lesbo-omo-bi-transfobia né nella capitale né nel resto del paese, ma mette in luce come probabilmente a una serie di soggettività (e non solo alle donne) possano arrivare diversi discorsi e possano entrare in contatto con diverse pratiche.

Per quanto riguarda l’inimmaginabilità di una “resistenza attiva che coinvolga ogni persona del Paese”, ci chiediamo: ma dove mai questo accade? Forse che in Italia possiamo vantarci di resistere in maniera “migliore” delle altre? Forse da noi, noi femministe riusciamo a raggiungere ed accompagnare tutte le donne, a renderle tutte soggette attive della resistenza antipatriarcale? Forse abbiamo meriti particolari per il fatto di essere nate in quella parte di mondo che ha colonizzato l’altra per cinquecento anni e continua a farlo? Per essere figlie di una storia diversa ma tragicamente speculare a quella delle messicane? Questa modalità appiattisce tutto e non restituisce legittimità ai contesti, alle agency, ai percorsi individuali e collettivi, e dopo mezzo millennio di colonizzazione ce ne sarebbe davvero bisogno. Ci piacerebbe per esempio condividere le esperienze dei collettivi femministi che – nonostante il contesto narrato – decidono di accompagnare aborti farmacologici sicuri e che costruiscono reti intere di supporto, speriamo di averne l’occasione! Inoltre una frase come “Nonostante le campagne di sensibilizzazione è chiaro che restano isolate molte donne che non sono in contatto con le militanti femministe. L’isolamento è un altro dei problemi che coinvolgono le donne della zona a Sud del Messico. Sono donne che sfilano compatte per difendere la terra, ma non fanno la stessa cosa per difendere la propria autonomia e autodeterminazione da un punto di vista di genere.” pensiamo che ripeta gli stessi errori: magari potessimo identificare le donne “isolate” in una sola area geografica! Avremmo un contesto determinato sul quale agire, ma, anche se fosse… Chi siamo noi per giudicare le lotte delle donne del Messico e del Sud del Messico? Per dire che non lottano abbastanza? Che non lottano nel modo giusto? Davvero lottano solo per difendere la terra? Senza sapere o avere idea di che cosa significhi nell’identità indigena la protezione della terra e la sua rivendicazione che stanno alla base dell’idea stessa di vida digna, comunità e beni comuni.

Come femministe, come compagne, come alleate, pensiamo sia necessario assumersi la responsabilità e ammettere di non sapere qual è la realtà del Messico, dell’India, dello Sri-Lanka e di tutti i “sud del mondo” in cui non siamo mai state [o non a sufficienza, se non per turistear (cit.)] e non abbiamo vissuto. Crediamo invece che ci interessi documentarci e sapere come vanno le cose davvero in posti lontani da noi, ma che sappiamo che hanno sempre più a che fare con noi nel mondo globalizzato e interdipendente in cui viviamo. E che sia così perché ci interessa cercare di costruire ponti, e instaurare, laddove è possibile, dialoghi, conversazioni sensibili al potere che ci attraversa tutto il tempo. Per fare questo, è necessario un esercizio costante di autoriflessivitá, a partire dalla consapevolezza che, come diceva Adrienne Rich, “ogni privilegio è ignorante nella sua essenza”. Fra le cose che abbiamo imparato in questi anni qui in Messico, senza dubbio c’è la pratica di riflettere sul proprio privilegio e di imparare a tacere di piú ed avvicinarci alla realtà e all’esperienza altrui. Questo non vuol dire che non possiamo dialogare, criticare, riflettere; ma vuol dire farlo a partire da uno stravolgimento delle dinamiche che eravamo abituate a dare per scontate in quanto soggetto-misura di ogni cosa. Non negare e non omettere mai il proprio punto di osservazione, e non considerarlo mai come il centro del mondo.

Ci sono un sacco di femministe sparse per il mondo e siamo tutte più o meno interconnesse: condividiamo saperi dal basso come si ripete da tempo. Condividiamoli con lentezza, confrontiamoci.

Decolonizzarsi è una pratica di messa in discussione quotidiana e siamo tutte in processo.
Elena, Clara, Roberta

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Questo documento è un dono e come tale va interpretato. Arriva da compagne che vivono in Messico e che io ringrazio moltissimo perché sono donne generose il cui impegno, non solo per le lotte che conducono ma anche per essersi prese la briga di scrivermi, stimo e rispetto profondamente. Le loro critiche mi hanno fatto crescere e io spero che attraverso l’analisi dei miei errori altre possano comprendere quanto sia prezioso il dialogo e il fatto di essere sempre disposte a rimettersi in discussione. Loro scrivono una bella pagina di femminismo. Raccontano quel che il femminismo dovrebbe essere, permeato di laicità nel giudizio, di sforzo dialettico, di voglia di condividere il proprio sapere, di una costante richiesta di umiltà nell’offrire critiche costruttive. Guardare a me stessa attraverso le loro parole per me è stato terribile e illuminante allo stesso tempo. Una femminista che parla di colonialismo bianco ed europeo che interpreta perfettamente il ruolo della bianca, privilegiata, europea mentre parla del Messico con lo sguardo di chi pensa di alloggiare su una realtà superiore. Ho commesso un errore nel non cercare informazioni dirette attraverso la rete femminista internazionale, cosa che solitamente faccio tant’è che preferisco tradurre i loro documenti invece che parlare sostituendomi alla loro voce. Ma non ho commesso solo un errore politico. Ho peccato di superficialità nel ritenere affidabili informazioni che non arrivavano da una fonte militante e non arrivavano dal Messico (per la precisione ho tenuto conto di informazioni su testate pubblicate in Spagna come ElPais). Non ne sapevo abbastanza e non avrei dovuto quindi scrivere del Messico. Questa esperienza mi ha insegnato davvero molto. Mi ha insegnato che il mio sguardo da bianca privilegiata europea mi ha fatto scrivere cose che non avrei mai scritto se mi fossi resa conto delle tante imprecisioni che da questo sguardo possono derivare. Ecco perché mi scuso con chi mi ha letta, con il giornale che ha ospitato il mio post e con le compagne che mi hanno fatto pensare a quanto sia alto il valore della “lentezza” in alternativa ai tempi rapidi che possono produrre approssimazione.

Con amore

Eretica

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