Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Corpi di donne: dai parti post-mortem alle sterilizzazioni coatte

A proposito della donna in coma che in Arizona sarebbe rimasta incinta per grazia dello spirito santo e ha partorito un bambino di cui nessuno in quell’ospedale si era accorto. Ho letto alcuni commenti in cui si diceva che in Italia questo non accadrebbe mai. Invece non è così. Non c’è stato un parto in seguito ad uno stupro, forse, ma del fatto che i corpi delle donne in coma siano corpi di Stato si è parlato eccome. Basta pensare alla diffusione di una cultura tutta incentrata sul divieto di fine vita poiché, così si disse durante la battaglia legale portata avanti dal padre di Eluana Englaro, lei avrebbe potuto benissimo partorire un bambino. Ne accennò Berlusconi in un tentativo di compiacere la parte ultracattolica che continuava a disegnare Beppino Englaro come un mostro a tre teste e insisteva per fornire alla donna in coma l’alimentazione forzata.

Pensare al fatto che un corpo già clinicamente defunto, tenuto in vita solo dalle macchine, possa essere usato come una incubatrice fa già abbastanza orrore. Fa altrettanto orrore pensare che un feto possa crescere dentro il corpo di una donna in coma. Senza contatto diretto, senza calore, senza niente. Eppure il parto post mortem è una prassi. Prima accadeva spesso e senza il consenso dei familiari. Ora, per lo meno, in alcune nazioni, si chiede ai familiari se vogliono che si tenga in vita (vita è una parola grossa) il corpo della madre affinché esso porti a termine la gravidanza. Pensate comunque all’eventualità per cui a voi venga impedito di dare il vostro consenso a fare un figlio. E se lei non volesse essere madre? Ma il ruolo di una donna, d’altro canto, per gli antiabortisti è solo quello di fare da incubatrice, per l’appunto, per sgravare un bambino anche se non lo vuole.

Per gli antiabortisti una donna, da questo punto di vista, è meglio morta che viva e conscia del diritto di poter chiedere l’aborto, per esempio. La faccenda diventa un po’ più complicata per le donne povere e di “razze” considerate inferiori. Qui è necessario intersecare la questione di genere a quella di classe e di razza. Pensate che fino agli anni novanta nelle carceri di alcuni Stati d’America si usava la sterilizzazione coatta per le donne afro o latino americane. L’idea di Erode, quella di imporre un genocidio per eliminare una etnia o una religione, in fondo non è mai morta e va avanti da millenni. Lo sterminio dei bambini e delle donne incinta è alla base delle attuali politiche di immigrazione. Che ce ne frega se i bimbi di pelle nera muoiono nel mediterraneo? E che dire dei figli ebrei che ebbero la sfortuna di essere sterminati durante l’olocausto? Non era forse per fare in modo che la discendenza ebrea perisse con essi?

Altri metodi sono stati usati per portare avanti la pulizia etnica: ricorderete gli stupri che i serbi imposero alle donne bosniache. All’epoca in Italia si parlava del fatto che le donne non potessero pretendere di abortire i figli degli stupri. Dunque alle donne non è richiesto affatto che esse diano il consenso per restare incinta e partorire. Basta che lo voglia lo Stato, l’esercito, la chiesa. E tutto questo, a mio avviso, si chiama violenza di genere.

Dei parti post mortem e della mancanza di rispetto nei confronti di quei corpi usati solo come contenitori parla Caterina Botti nel libro “Madri Cattive“.

Dal libro di Caterina Botti, capitolo 6, pag. 185/186:

“(…) vorrei discutere delle donne incinte in stato di morte cerebrale che vengono mantenute collegate a macchine vicarianti per permettere ai feti che hanno in grembo di raggiungere uno stadio di sviluppo che renda possibile la loro sopravvivenza fuori dal corpo materno. Questa è infatti una delle situazioni più problematiche su cui la riflessione pubblica e bioetica è carente e, al contempo, è la più rappresentativa della tendenza diffusa ad annullare la figura della donna nella riproduzione, ovverosia della facilità con cui si soprassiede sulla soggettività e libertà femminili, considerando le donne incinte come corpi da manipolare più che persone.

Si sono dati infatti diversi casi di donne incinte che, dichiarate in stato di morte cerebrale, sono state ciò nonostante mantenute – anche per diversi mesi – collegate a macchine che permettevano lo svolgersi di alcune “funzioni vitali” per consentire alla gravidanza di progredire fino al punto in cui il feto poteva essere fatto nascere (le virgolette sono d’obbligo: trattandosi di individui in morte cerebrale parlare di “funzioni vitali” e anche di funzionalità cardiaca o respiratoria può essere fuorviante; una descrizione più appropriata sarebbe quella di cadaveri a cui è impedito di imputridire o cadaveri ventilati). In alcuni casi si è trattato di donne che erano vicine alla fine della gravidanza, i cui feti già viabili, cioè già capaci di vita autonoma fuori dall’utero, sono stati lasciati nell’utero ancora per qualche tempo (giorni o settimane) per permettere un loro maggiore sviluppo. In altri casi invece le donne erano più vicine all’inizio della loro gravidanza e sono state mantenute collegate alle macchine per mesi. Si noti che in entrambi i casi, nei paesi in cui queste vicende sono avvenute, dato lo stato di morte cerebrale delle donne, i sanitari avrebbero potuto o dovuto procedere a staccare le macchine e non lo hanno fatto. Si noti inoltre che, soprattutto nel caso in cui è necessario mantenere attaccate le donne ai supporti per molto tempo, il grado di accanimento sul corpo, a livello fisico e farmacologico, è elevatissimo, e l’esito è incerto, sia per quanto riguarda la possibilità che abbia luogo un aborto spontaneo (che vanifichi gli sforzi, per così dire), sia per quanto riguarda il rischio di nascite fortemente premature o di effetti dannosi che gli interventi sul corpo delle donne possono avere sulla salute dei bambini che ne nasceranno. Hilde Lindemann Nelson, autrice di uno dei pochi testi che analizza a fondo la questione , illustra bene come anche solo mantenere la temperatura o la pressione a livelli compatibili con la gravidanza richieda un enorme sforzo di monitoraggio e un intervento farmacologico massiccio, per non parlare di altre complicazioni che possono sorgere. Quanto all’esito, molti di questi casi si sono chiusi con degli aborti spontanei, anche se in alcuni casi sono nati dei bambini prematuri ma, per quel che si sa, sani. Il rischio che i bambini possano  portare il segno degli interventi subiti non è comunque remoto.

(…) Due casi ad esempio: una donna alla 17esima settimana di gravidanza, in stato di morte cerebrale, attaccata alle macchine per 105 giorni, finché un bambino venne fatto nascere con parto cesareo. (…) Una ragazza di 18 anni, entrata in coma a seguito di un incidente, dopo pochi giorni dichiarata in stato di morte cerebrale, fu mantenuta attaccata alle macchine perché si scoprì che era incinta di 13 settimane. (…) Nel primo caso i familiari e il compagno della donna erano informati e consapevoli. Nel secondo caso furono i medici a scegliere anche contro il parere dei genitori.

Questi casi hanno sollevato molto clamore mediatico e poca riflessione approfondita. Nella letteratura bioetica non ce n’è quasi traccia. Eppure (…) sollevano questioni morali importanti. Per di più, se lasciati inesplorati, possono rafforzare l’idea che il ruolo delle donne nella riproduzione non sia quello di agenti, ma si riduca a quello di meri contenitori o incubatrici di carne. Quest’idea, nascosta dietro molte considerazioni proposte su altre questioni che riguardano la gravidanza, viene in questo caso tradotta in realtà. (…) Lindemann Nelson sostiene, nel suo articolo, che la gravidanza post-mortem è “un’icona distruttiva che sminuisce la soggettività femminile”.  (…)”

Vi segnalo alcuni link che potete usare per approfondire ancora, se volete:

Su parti post-mortem

Su sterilizzazione forzata

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5 pensieri riguardo “Corpi di donne: dai parti post-mortem alle sterilizzazioni coatte”

  1. Un discorso analogo (o quasi) si potrebbe fare per quei casi in cui compagne di uomini defunti decidono di tentare un’inseminazione artificiale usando i loro gameti crioconservati.

    In entrambe le situazioni, idealmente ci si dovrebbe poter affidare all’opinione espressa dalla persona defunta mentre era in vita: il seme era stato raccolto in vista di una paternità? La donna in coma voleva portare avanti la gravidanza?

    Nel caso della donna in coma, poi, qualcuno potrebbe dire che tanto vale cercare di salvare la vita ancora salvabile, per così dire…

    1. la questione del seme donato può essere paragonata a quella degli ovuli donati. questo è il paragone giusto. ci sono casi di uomini in coma stuprati e poi lasciati incinta fino al parto? a me non pare.

      1. Secondo me concedi troppo

        “la questione del seme donato può essere paragonata a quella degli ovuli donati. questo è il paragone giusto.”

        Non credo. Ovuli e semi donati NON sono una persona. O vogliamo fare un favore agli antiabortisti? Se diventeranno una persona lo diventeranno nel corpo di una donna, una persona a tutti gli effetti che ha diritto di deciderlo.
        Il punto, che condivido, è che la donna deve sempre avere questo diritto di decidere, pertanto come prassi predefinita, in assenza di esplicite disposizioni in merito date in vita, il suo corpo NON può essere usato per far diventare persona dei gameti o un embrione.
        Cerchiamo però di non dare troppa corda a chi gli prude e si sente defraudato di un diritto (poi sotto lo esaminiamo quale diritto) se rivendichiamo il diritto ad essere persone.

        Il maschio a cui hai risposto ha voluto solamente far deragliare la tua analisi e ha usato un paragone che non sta in piedi. Per vedere cosa voleva dire, prova a ricostruire il contesto che lo farebbe stare in piedi.
        Il vero messaggio del suo commento, che è anche la premessa taciuta sul quale lo fonda (prova a rileggerlo alla luce di quanto segue), è che l’aver fecondato un ovulo nel corpo di una donna dia diritto al maschio di decidere su quella gravidanza e quindi sul “mezzo” per portarla termine.
        Sa di non poterlo dire qui esplicitamente quindi ci gira attorno ma il centro di gravità dell’orbita sta lì e credo che tu te ne sia accorta.
        Come femministe sappiamo bene che l’ideologia che sta dietro agli antiabortisti scava scava è nulla di più e nulla di meno che il patriarcato, il punto di vista maschile sul mondo, lasciato cedere, e alla bisogna anche imposto, come universale, da cui l’idea che la donna fecondata dal MIO seme mi appartenga, come mi appartiene la MIA prole.
        Da questa articolazione patriarcale del “diritto di proprietà” del maschio sulla donna si crea tutta l’ideologia (ideologia nel senso di: narrazione tesa a far credere al dominato che l’utile del dominatore sia il suo stesso utile) sulla “sacralità della vita” che inevitabilmente trova la sua contraddizione nel vedere che una volta costretta la donna a partorire e una volta nata una persona, a nessuno interessa più nulla nè della madre nè dei suoi figli. Ma questo è perché si tratta di ideologia, e tutto ciò non è certo in contraddizione col diritto di proprietà patriarcale del maschio sulla donna, un dettato la cui ratio è garantire la fruizione di un bene che gli appartiene mica a salvaguardare la vita di qualcuno.
        Che al maschio che ha fecondato una donna e ne ha acquisito la proprietà (fatte salve le condizioni patriarcalmente legali di tale acquisizioni, ossia il rispetto dei diritti di proprietà preesistenti di altri maschi su quella donna) non interessi nulla del destino di quella donna e spesso nemmeno della prole, non è un problema all’interno di questo diritto: una cosa mia la posso anche buttare e abbandonare no?
        E qui passiamo allo stupro, il punto centrale che il maschio a cui hai risposto nemmeno mette in periferia del suo discorso.

        “ci sono casi di uomini in coma stuprati e poi lasciati incinta fino al parto? a me non pare.”

        Infatti, non mi pare nemmeno a me. Non può per forza di cose essere. Non solo, ma cerchiamo di non mettere in secondo piano che quella donna non è stata stuprata da una persona il cui sesso sia una opinione o una “costruzione culturale”. A proposito di sessualità maschile… Non procedo oltre su questo tema perchè rispetto il tuo essere femminista e il tuo impegno e non voglio litigare, cercherò quindi di stare sulle cose che condividiamo (credo).
        Ho già detto che come femministe, entrambe sappiamo bene che “patriarcato” significa una visione maschile elevata ad universale.
        Come saprai per esperienza diretta va di moda ormai far passare il femminismo come una “esperienza derivata” dal cd “pensiero moderno” e “illuminista” e svilirlo come se le donne avessero scimmiottato gli uomini nell’esercitare il “libero pensiero” e avessero solo attuato la direttiva della libertà della persona indipendentemente dal sesso arrogandosi poi (ridicole noi) ciò di cui dovremmo ringraziare i maschi.
        Ciò che mostra come un fatto innegabile l’operazione di rimozione patriarcale del femminismo in questi discorsi è il nostro stesso corpo sessuato. La Differenza.
        Non sono una di quelle radfem di cui fai spesso la caricatura, o forse si, ma di certo sono una femminista che non si bea di deridere quello che continua a fare la differenza tra femminismo e quel pensiero maschile sulla libertà della “persona astratta” dal corpo sessuato, pensiero sotto il quale continuiamo a essere oppresse e che tanto mi ricorda il giochino sulla “sacralità della vita” per nascondere una codificazione del diritto (patriarcale) di proprietà sul corpo femminile che continua oggi a essere applicato nel femminicidio quando il “corpo oggetto” decide di essere persona.
        Anche perchè, scusami, ma non mi pare che le tue analisi, che trovo comunque interessanti, pur negandola a parole, possano fare a meno di quella Differenza, e non a caso, dato che le questioni che analizzano nascono necessariamente da lì.
        Mi fermo qui e ti auguro buona lotta.

        Antonella

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