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Estetica dell’oppressione: il problema del senzatetto è davvero la mancanza di coperte?

Quando accadono eventi in cui si rende chiara la disparità di potere si generano linguaggi differenti che vengono percepiti dai sensi a seconda del significato che quei linguaggi comunicano. La contaminazione attraverso l’uso di parole, immagini e ogni altro mezzo di comunicazione avviene al fine di creare una sorta di parete protettiva per tutto quel che è oppressione. Quella con cui abbiamo a che fare è dunque un’estetica dell’oppressione.

Quando guardiamo un filmato in cui si vede una donna e un bambino tratti in salvo dall’imbarcazione di fortuna usata per migrare quello che vediamo è funzionale al sistema di oppressione. Vogliono dirci che non sono così cattivi da non fare passare proprio tutti. Usano l’immagine di una donna e del bambino come veicolo per legittimare la crudeltà come mezzo di controllo dell’immigrazione.

Quando vediamo un sindaco criticato perché ha gettato via le coperte di un senzatetto l’indignazione sale alle stelle. Quello che non vediamo però è il fatto che quel senzatetto vive in ogni caso tra l’indifferenza generale e quei cinque minuti di solidarietà non cambieranno la vita a lui e a nessun altro. Ha fatto bene il sindaco a buttare le coperte? Assolutamente no. Quello che sto dicendo è che al di là del gesto l’uso che di esso viene fatto serve a raccontare come il fastidio nei confronti della povertà sia dissimulato da molte persone.

Un bel gesto conta perché conta ogni singola azione degli esseri umani ma se quel bel gesto viene travisato e utilizzato per nascondere l’odio e la disumanità che molte persone provano allora del bel gesto non resta proprio niente. Si rafforza invece la visione secondo cui l’oppressione non riesce a sottomettere tutti. Si nutre il bisogno di speranza degli individui e si dà della faccenda una visione semplificata e alla fine anche acritica.

Molte persone credo non siano capaci di scindere la singola azione dal significato che essa può avere e dall’utilità che se ne può trarre. Ma le buone azioni, gli attimi luminosi, servono a normalizzare la rabbia, a dirigerla verso il singolo individuo, per consegnarlo poi alla gogna dei social in cui quel comportamento viene ritenuto sbagliato proprio da chi al passaggio di un senzatetto non dice e non fa assolutamente niente.

L’oppressione economica, per esempio, si nutre di questi stratagemmi. Come interpretare altrimenti la leggenda secondo cui il mondo va avanti grazie alla meritocrazia? Come dare speranza alle persone se non premiando il singolo individuo, uno tra tanti, per lasciar pensare che l’oppressione si può sconfiggere? Basta volerlo, no? Così l’idea che si matura circa i vari livelli di oppressione è quella per cui chi si lamenta fa del vittimismo. Lo chiamano piagnone, dicono che se non ce l’ha fatta è per colpa sua. Ed ogni sistema macroeconomico in cui l’oppressione è presente gioca con piccoli esempi di premiazione del singolo genio. La povertà, dopotutto, dipende solo da te. Ed ecco il perché molte persone percepiscono un senzatetto come un fallito. Il fallimento ci fa paura e lo teniamo alla larga quanto basta per illuderci che tanto non toccherà mai a noi.

Guardate quanti sforzi facciamo per sopravvivere. Gente precaria senza reddito né casa che si indigna ogni volta che altra gente precaria senza reddito né casa scende in piazza per ribellarsi e rivendicare diritti. Una delle regole base dell’oppressione economica è quella che elegge il popolo a utile idiota. L’utile idiota guarda la tv e spera, si lascia irretire dai videogiochi, si lascia normalizzare e non ha più tempo per pensare perché da un lato è troppo stanco per via della lotta per la sopravvivenza e dall’altro ha una serie di cose da fare che gli danno modo di non pensare. Impedire alle persone di pensare, creando emergenze e puntando i riflettori su bei gesti da usare per dare speranza, è l’obiettivo primario di chi vuole fare vincere l’oppressione.

Un popolo povero non pensa, fa troppa fatica a sbarcare il lunario. Un popolo povero crede a tutte le balle che gli raccontano. Spera e dunque ad ogni elezione dà un voto a chi si vende meglio. E’ il mercato dell’orrore che va in scena per mantenere in vita sempre lo stesso sistema di oppressione.

Quel sistema, a mio avviso, non mostra i suoi denti quando qualcuno parla e usa senza filtri il linguaggio dell’odio. La parte peggiore è proprio quella in cui qualcuno fa qualcosa per tranquillizzare il mondo. I migranti restano al freddo in mare ma una donna e un bambino possono sbarcare perché a noi importa della vita di queste persone. Non siamo noi i cattivi, dopotutto.

Perciò sulla faccenda delle coperte e del senzatetto ho qualche dubbio. Non sul fatto e non sull’idea che ho di quel sindaco. Ho qualche dubbio perché c’è chi ha usato quella faccenda per raccontare di quanto gli esseri umani in realtà siano buoni. Gli stessi esseri umani che poi storcono il naso quando spuntano “quelli dei centri sociali” o lo spezzone di immigrati da schedare dal primo all’ultimo per consegnarli alla polizia.

Quando qualcuno dice che il male non sono i migranti ma quelli non “regolari”, i delinquenti e i terroristi, la buona azione consiste nel fatto che si salvaguarda il benessere del popolo italiano. Così le stesse persone che offrono coperte al senza tetto e che si indignano sui social network non hanno nulla da dire sul fatto che si sono dei migranti che muoiono in mare. In fondo la strategia dei porti chiusi piace e piace anche il fatto che i sindaci approvino ordinanze in cui si dice che lo spazio va sgomberato da senzatetto, accattoni (leggasi rom), e da qualunque essere vivente che disturba la vista del mondo.

Quando Salvini si mostra al pubblico con pane e nutella sta dichiarando che non è il mostro descritto dagli altri. E’ una persona, uno di noi, così lo chiamano i suoi fan. Perché l’estetica dell’oppressione non si nutre di demonizzazioni semplificate ma di immagini di ordinaria quotidianità che sfidano il giudizio del mondo.

Il pane e la nutella sono funzionali a legittimare il carattere oppressivo del ministro. Quello che voglio dire, insomma, è che non si può immaginare che tutto vada bene perché i media hanno parlato di un signore anziano cui hanno tolto le coperte. La vera domanda è: perché quel signore si trova a subire il freddo dormendo in strada? Dove sono i servizi, il welfare, gli ammortizzatori sociali? Ed ecco intervenire le organizzazioni religiose, o anche no, che diventano parte integrante del progetto di oppressione. Ogni palliativo, ogni mancata soluzione, ogni silenzio su quel che è la radice del problema, diventa strutturalmente parte dell’immagine che si ha dell’oppressione.

Può essere valutata come non oppressione, oppressione semplice, oppressione necessaria. Quello che si sa è che l’oppressione vive, purtroppo, assieme a noi. Se non impariamo ad andare oltre la superficie, se non impariamo a vederla, non saprei proprio come e dove combatterla.

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Comments

  1. Ci sono discussioni e discussioni sul welfare e sulle associazioni. E pure sulla scelta o no di vivere per strada. Per una volta io direi che invece si debba parlare di un essere che toglie una coperta in pieno inverno ad un altro. A Trieste. Il resto e’ narrazione.

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