Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

Le femministe radicali e il loro pregiudizio nei confronti della sessualità maschile

Uno dei temi ricorrenti nelle discussioni tra donne è quello della sessualità maschile. Così emergono anche alcuni stereotipi espressi dalle donne stesse. Le preferenze personali non possono essere messe in discussione ma quel che noto sempre è quella tendenza a generalizzare sovrapponendo il proprio sentire a quello di tutte le altre.

Se a lei non piace la penetrazione dirà che “ogni penetrazione è stupro”, mettendola dal punto di vista della femminista radicale Dworkin che di preconcetti contro la sessualità maschile ne aveva davvero moltissimi. Di conseguenza a tutte le donne alle quali piace la penetrazione viene detto che sono traditrici della causa. Il pregiudizio sulla sessualità maschile in questo caso soffoca gli stessi desideri di molte donne. Le femministe radicali, quelle della seconda onda, si scontrarono molto su questo punto con le altre femministe dette sex positive. Le ultime erano quelle che non criminalizzavano la sessualità maschile e non chiedevano che se lo mozzassero prostrandosi pentiti per tutto il male che altri uomini avevano fatto alle donne.

Così come per i cattolici vale il peccato di Eva come precedente per schedare tutte le donne al fine di fare scontare loro una pena eterna, fin dalla loro nascita, allo stesso modo quel femminismo si pose nei confronti degli uomini. Fin dalla nascita avevano ereditato il peccato di stupratori e violenti per il quale dovevano pagare tutti gli uomini a venire. Questo pregiudizio di colpevolezza basato sulla colpa di essere femmine o quella di essere maschi è sempre stato all’origine di molte discriminazioni. Il fatto di non concedere il beneficio del dubbio alle donne o agli uomini ha compromesso parecchio la crescita culturale basata su sentimenti laici.

Allora sarebbe bene parlare di rancore come motivazione assoluta che ha spinto alcune femministe a formulare convinzioni strategicamente attribuite alla vita di ogni donna. Quelle che non aderiscono a tali convinzioni sono considerate traditrici. La santità del corpo femminile, inviolabile, non alla portata del maschio come eterno peccatore, è una attribuzione voluta da quella categoria di femministe. I cattolici chiamavano le donne che lo facevano con gli uomini, prima del matrimonio o in generale, puttane. Le femministe radicali le chiamavano e le chiamano tuttora traditrici della causa. Dove sta la differenza? In ogni caso resta uno stigma che pesa sulla testa di ogni essere senziente.

Il pregiudizio sulla sessualità maschile è stato fonte di ispirazione per la richiesta di norme che censurassero il porno. Oggi vediamo come è finita. In alcuni paesi quelle femministe si unirono a fascisti e reazionari cattolici dell’ultradestra per ottenere una censura su video che entrambe le categorie volevano sparissero dalla circolazione. Le motivazioni potevano essere diverse ma nei fatti combattevano per la stessa cosa. Così negli anni ottanta i catto-reazionari statunitensi si spesero per censurare video in cui finalmente veniva mostrata la sessualità gay e lesbica. Ce l’avevano soprattutto con quella gay. Delle faccende etero non gli importava affatto. Le femministe radicali invece avrebbero voluto cancellare ogni sospiro di film che in effetti erano concepiti per il piacere maschile. Ma se non era possibile dare spazio al piacere femminile, se le donne non erano state interrogate su quel che preferivano, quella censura rischiava semplicemente di mettere un punto alla nostra ricerca soggettiva.

Oggi possiamo dire che la rappresentazione del piacere femminile esiste nei porno. Si è addirittura inventata una categoria porno femminista per rappresentare il nostro piacere. Le femministe radicali però non si arrendono e di recente le abbiamo viste combattere in Inghilterra favorendo norme che volevano censurare soprattutto il piacere femminile. Squirting, cunnilingus e altre prestazioni di fatto incluse nei porno grazie alle donne che hanno preteso di rappresentare il proprio piacere. Quando ci si allea con i catto-fascisti però questo dovremmo aspettarcelo. Loro vogliono censurare quello che da sempre gli dà fastidio. La sessualità gay, il piacere delle donne e non aiutano affatto a rimettere in discussione i canoni della cultura che determina maschilismo e oggettificazione delle donne.

L’altra cosa contro la quale le radfem si sono schierate in quegli anni è la prostituzione. Badate bene: non lo sfruttamento ma la prostituzione in se’. Le donne, si dice, non possono scegliere liberamente di fare le sex workers. Lo fanno per sottomettersi ai bisogni sessuali maschili. E anche questa visione parte dal pregiudizio secondo cui tutta la sessualità maschile sia egualmente sporca e difettosa, se si pensa che ogni penetrazione è stupro allora ci vuole poco per convincersi che la prostituzione sia solo stupro a pagamento. Il consenso delle donne viene escluso. Non ne tengono conto quelli che vivono di cultura maschilista e violenta e non ne tengono conto neppure le femministe radicali. Di fatto le radfem incoraggiano a ignorare i sentimenti delle sex workers sostituendosi a loro mentre giudicano quelle scelte impossibili da fare per tutte le donne.

Parlano di bisogni economici che spingerebbero a quella scelta ma, come abbiamo già scritto molte volte, le donne che lavorano molto spesso non amano il proprio lavoro e se oggi molte studentesse pagano gli studi e si mantengono facendo le escort non possiamo giudicare loro e non possiamo salvarle violentemente se non vogliono essere redente né salvate. Il pregiudizio contro le sex workers ricordo che è nato in piena età vittoriana, quando le dame di carità volevano impedire che certe malattie, trasmesse da uomini alle donne e da quelle donne agli uomini (vedi la sifilide), fossero trasmesse ai propri uomini. Quelle donne difendevano il proprio territorio e delle prostitute non gliene fregava niente. Tant’è che venivano colpevolizzate e rinchiuse in conventi a fare le schiave per dimostrare volontà di redenzione. Mentre l’Inghilterra era il luogo in cui l’Isteria cominciava a essere messa in discussione, giacché veniva curata con stimolazione pelvica e infine con il vibratore inventato proprio per questo tipo di “terapie”, dall’altro lato il piacere femminile veniva colpevolizzato. Le puttane rinchiuse e i mariti o i figli salvi.

Nessuno metteva in discussione il fatto che lo stigma pesava sempre e solo sulle donne. La redenzione offerta alle prostitute altro non era che un modo per controllare la sessualità femminile, quella che non veniva vissuta a scopo riproduttivo e nell’ambito del matrimonio. Le femministe radicali hanno abbracciato appieno quella cultura giudicando le sex workers che per scelta vendono servizi sessuali come traditrici, serve del patriarcato, troie che godono dopo aver fatto un pompino (gravissimo!). Se gli uomini sono giudicati tutti stupratori alle donne alle quali piace vivere liberamente la propria sessualità con essi spetta il peggior stigma possibile. Dunque le abolizioniste non hanno un reale interesse per le sex workers. Metterle a tacere, invisibilizzarle, dare ascolto ai preti e alla loro frenesia di offrire redenzione, fa delle radfem le attuali moralizzatrici autonominatesi controllore della nostra sessualità e dunque le complici del patriarcato.

Quale contributo allora noi possiamo dare – a parte dichiarare che il consenso dato da noi e l’autonomia del nostro piacere non dipendono dai dogmi delle radfem o dei preti – per combattere nella giusta direzione? Noi non criminalizziamo la sessualità maschile. Sono gli stessi uomini che ne hanno abbastanza di essere giudicati perché gay o perché non rappresentano l’ideale machista con un pene di 30 centimetri pre-erezione. Sono loro che stanno mettendo in discussione il concetto di mascolinità e virilità e sono sempre loro che si confrontano con le donne comunicando e ascoltando sempre i propri e gli altrui desideri. Non ricordo, fino ad ora, di aver conosciuto un partner sessuale che mi abbia offesa o che abbia ignorato il mio consenso. Salvo nel caso di uno stupratore che non amava essere rifiutato. Non parlo di uno che si scagliava addosso alle prede ma di una figura un po’ più diffusa la quale serbava rancore e risentimento e lo mostrava in ogni momento della sua vita nei confronti di tutte le donne o di alcune in particolare. Anche quella è violenza. E figuratevi che veniva definito come un brav’uomo.

Ho conosciuto invece molti uomini fragili, dalla sessualità incerta e dirgli che erano stupratori in erba non li aiutava affatto. Anzi. Stavano rimettendo tutto in discussione e si lasciavano guidare. Erano eccitati all’idea che una donna prendesse l ‘iniziativa e li aiutasse ad esplorare il piacere sotto altri punti di vista. Li ho visti godere del piacere reciproco e no, la penetrazione non era affatto uno stupro. Il consenso di una donna vale. Se dichiaro che vale quando dice di NO deve valere anche quando dice SI. Non si può dire che ella è influenzata dalla cultura maschile e che l’unico modo per dichiararsi libera sarebbe quello di dire no a tutti i maschi della terra.

Non mi compete dire agli uomini come devono elaborare la propria sessualità. In che direzione andare e che cosa diventare. E’ la loro ricerca che li condurrà lontano dai padri e dai nonni e dalla cultura maschilista che criminalizza loro stessi. Non devono essere gay per farmeli piacere e non devono essere necessariamente quel che io vorrei diventassero. La loro autonomia non può essere messa in discussione. Hanno tutto il diritto di sentirsi offesi quando qualcuno li chiama potenziali stupratori. Hanno tutto il diritto di sentirsi colpevolizzati, criminalizzati per il fatto di avere un pene. Non se lo taglieranno e di questo dobbiamo convincerci. Non ci è affatto utile e di certo non è utile a loro. Hanno perciò il diritto di sentirsi lontani dal femminismo radicale e di sentirsi invece coinvolti dal femminismo intersezionale. E qui arriviamo a noi. Ci piacciono i movimenti misti perché coniughiamo le lotte antisessiste con quelle antirazziste, antifasciste, anticlassiste, anticapitaliste.

Non abbiamo problemi con il pene e non per questo i nostri ragionamenti dipendono da esso. La loro sessualità ci riguarda, ebbene si, riguarda anche noi, e criminalizzarla senza fare lo sforzo di conoscerla non è un’azione strategicamente e politicamente utile. A chi serve mandare via le donne trans dai bagni delle donne? Lo dico per fare un esempio. Perché le radfem credono che il potere criminale insito nel pene condizioni la vita di chiunque ne sia in possesso. La persona trans che ha un pene dunque sarebbe pericolosa per le donne. Che importa se si tratta di persone discriminate da chiunque e che dobbiamo includere nelle nostre, di tutt* noi, lotte.

E arriviamo alla conclusione. Le radfem si sono incarognite contro trans e gay perché oggi i generi sono più di due e non coincidono con la biologia. Non possono stare in schieramento contro chiunque possegga un pene perché il pene non è più neppure rappresentativo dell’essere maschio. D’altro canto neppure la vagina risulta in dotazione solo alle donne fedeli alla biologia. Le cose si fanno più complesse e che fa un gruppo di reazionarie quando è di fronte a qualcosa che non capisce?  Quel gruppo torna indietro a cercare certezze dove i conservatori continuano a serbarle. Si nutrono di ideologie follemente omofobe e transofobe (vedi quella no/gender) perché se gli togli l’odio per il pene non sanno più che cavolo dire e così crolla il loro banale castello di carta. Un castello che è tenuto in piedi solo da una cosa ovvero dal pregiudizio contro la sessualità maschile. Allora io inviterei gli uomini a raccontarsi, a dirci della loro sessualità, qualunque essa sia, perché a noi interessa che gli uomini siano consapevoli nella loro crescita. E la consapevolezza arriva solo dopo che hanno smesso di stare sulle barricate a difendersi perché criminalizzati. Gli stupratori sono stupratori, la sessualità maschile non è sporca a prescindere, così non lo è quella femminile se le donne amano il pene e se ne vantano. A ciascun@ il proprio muro da abbattere. Noi abbiamo finalmente abbattuto questa muraglia e ne siamo liete.

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4 pensieri su “Le femministe radicali e il loro pregiudizio nei confronti della sessualità maschile”

  1. Forse pero’ pure le femministe oltranzista hanno diritto di esistere. Forse se ne parla troppo. E forse alcune hanno pure il diritto di vedere il pene come vogliono. Non so. Rancore o no del pene si deve ridiscutere. Con gente col pene. Io direi che un uomo intelligente non si offende e capisce il senso. Condivido parte di quello che si dice ma forse qui il livore lo vedo in te. Alla fine io credo che certi estremismi sono passi dovuti e si sciogliranno pian piano. Per ovvieta’

    1. Hanno il diritto di esistere, non credo che nessuno lo neghi. Ma bisogna conoscere il loro discorso ed essere capaci di disarticolarlo perché purtroppo il loro é un movimento egemonico molto potente in ambito intellettuale (non solo negli USA) e politico (sono presenti in forza in tutti i partiti socialisti europei). Quindi non si possono evitare perché stanno letteralmente dettando l’agenda politica in molti paesi e il loro discorso é esclusivo: le istanze delle trans, delle prostitute, delle femministe nere e delle femministe velate sono costantemente marginalizzate e invisibilizzate. Ovunque la loro offensiva egemonica é presente. In Italia, dove la destra é completamente egemonica, il problema sembra relativo. Ma basta andare nella vicina Francia o in Spagna (dove hanno cercato esplicitamente di espellere le sex workers dalla piattaforma dell’8 marzo) per rendersi conto che la battaglia per l’egemonia é in atto. Rinunciare alla battaglia significa regalare loro l’egemonia del discorso femminista.

  2. “Non mi compete dire agli uomini come devono elaborare la propria sessualità. In che direzione andare e che cosa diventare. E’ la loro ricerca che li condurrà lontano dai padri e dai nonni e dalla cultura maschilista che criminalizza loro stessi.”

    Non te la prendere, ma secondo me fai rientrare per la finestra quello che per tutto il tuo post tenti di buttare fuori dalla porta.
    La contrapposizione tra sessi (biologici) è la premessa che dà senso a quella frase.

    Se escludiamo che il maschilismo o il patriarcato sia qualcosa di prodotto come lo sperma dal maschio umano, se il maschilismo è una “cultura” allora il suo legame con l’avere un certo apparato riproduttivo esterno dovrebbe essere trascurabile rispetto a come le persone vengono educate a seconda dell’apparato riproduttivo esterno che i loro futuri educatori vedono alla nascita.
    Perché questo si che è un fatto sperimentabile da tutti: a seconda del sesso, vieni sottoposto/a dalla società a pressioni differenti affinché tu ti uniformi a ciò che la società considera “da uomo” o “da donna”. Non discuto qui nel merito di questi “desiderata” più o meno espliciti, più o meno pressanti che “la società” (quindi anche ciò che della società interiorizziamo fin dalla nascita) pretende da noi in quanto uomo o donna, e non perché non sia importante riconoscere questi “deidrata” e discuterne, intendiamoci.
    Ma se assumiamo che quei “desiderata” sono costrutti culturali, o comunque la loro radice biologica sia ormai evolutivamente un qualcosa di vestigiale, tipetto a quanto determinato dalla cultura, allora non solo gli uomini odierni non possono essere considerati più responsabili delle loro coetanee (e tanto meno delle loro madri o nonne) di quanto ereditano di un qualsiasi costrutto culturale, ma anche i loro padri e nonni, o gli uomini di una qualsiasi generazione.
    Se assumiamo che la natura determina nella nostra specie solo riflessi neonatali che nulla hanno a che fare con i ruoli sociali acquisiti successivamente in base al sesso, chiunque, non può essere ritenuto responsabile di ciò che assorbe nei primi anni di vita anche solo per poter parlare e relazionarsi, e tutti sono responsabili di ciò che con le proprie scelte coscienti hanno perpetuato, rafforzato, criticato di un qualsiasi costrutto culturale mediante il quale si sono interfacciati con el altre persone.
    In altri termini non ci può essere nessuna responsabilità a priori per sesso riguardo all’esistenza, conservazione, elaborazione di un costrutto culturale né, per le stesse ragioni, una de-responsabilizzazione. A meno di non ritenere le donne nate prima del femminismo persone incapaci di comprendere l’ambiente culturale e sociale nel quale si trovavano a crescere e a crescere i loro figli. Ma anche in questo caso, cosa renderebbe i figli maschi di queste donne più responsabili delle loro madri di quei costrutti culturali che avrebbero reso le loro madri automi esecutori privi di coscienza?

    Torniamo alla frase citata all’inizio.

    “Non mi compete dire agli uomini come devono elaborare la propria sessualità. In che direzione andare e che cosa diventare. E’ la loro ricerca che li condurrà lontano dai padri e dai nonni e dalla cultura maschilista che criminalizza loro stessi.”

    Faccio un esempio concreto.

    Mia madre vedeva nelle ragazze che stavano con me delle puttane. “Puttana” era quello che le leggevo in faccia quando le guardava. Ma compresi presto che non era solo una mia impressione. Le faceva stare a disagio, la sua ostilità era palpabile, i suoi discorsi avevano sempre un qualcosa di ostile mentre sorrideva forzatamente e come sottinteso c’era sempre il messaggio “so bene che già scopate, so che se succede qualcosa la colpa è tua non del mio bambino, stai attenta troia”. Ho smesso presto di portare a casa dei miei “le fidanzatine” (così le chiamava) anche perché, di norma, dopo un paio di volte che erano state a casa accampavano scuse per non tornarci. Poi sono andato a studiare (e poi a lavorare) lontano da casa e difendere la mia vita affettiva da quel veleno diventò relativamente più facile. Col senno di poi mi chiedo se le reali motivazioni di quell’andare lontano non fossero state quelle e non lo “studio”.
    Mio padre aveva l’atteggiamento che avevano i padri di quelle ragazze o meglio quello che immagino avrebbe avuto per una figlia e mostrava genuina felicità nel sapere che eravamo felici. A differenza di mia madre nulla nelle sue parole e nei suoi sorrisi violava una sfera che apparteneva a noi, a me e la ragazza con cui stavo. Non so spiegarmi meglio. Non metteva a disagio.
    Non condanno mia madre perché so che non è facile “allontanarsi” da culture tossiche, dove “tossico” sta per “che fa stare male se stessi e gli altri”, e nella famiglia in cui è cresciuta ce ne sarebbe da scavare.
    Non così in quella di mio padre che tra l’altro, per carattere, per quel suo essere felice come un bambino per la felicità altrui, assomiglia molto a sua madre, mia nonna, forse la persona più odiata da mia madre.
    Ora, posto che non potrei essere come mio padre, o mia nonna, perché la velocità con cui cambia il mondo non permette materialmente più come in passato di non allontanarsi troppo dai genitori e nonni, perché mai dovrei desiderare di allontanarmi da lui più di quanto desidererei allontanarmi non da mia madre (che vorrei potesse sentire quanto le sono vicino), ma certamente dal veleno (culturale) che la fa soffrire (e anche me)?

    “E’ la loro ricerca che li condurrà lontano dai padri e dai nonni e dalla cultura maschilista che criminalizza loro stessi.”

    La cultura maschilista criminalizza gli uomini perché c’è chi li categorizza come il sesso ideatore della cultura “maschilista”. Per cui quel sesso dovrebbe “fare una ricerca” che “li condurrà lontano dai padri e dai nonni” e nel frattempo magari chiedere scusa per l’esistenza della cultura maschilista.

  3. Cara Eretica, sei sempre una ventata d’aria fresca, non puoi capire quanto avevo bisogno di questo testo, perché vengo da un paio di giorni di profondo pessimismo della ragione.
    Solo un paio di appunti:
    -Perché chiarmarle radicali quando difatto il loro discorso rinfroza il patriarcato? so bene che loro si definiscono così ma le parole sono importanti. Il tuo discorso é molto più radicale del loro! La loro radicalità apparente é puro conformismo.
    -Un accenno all’apoca vittoriana. Josephine Butler, la fondatrice dell’abolizionismo alle quali amano riferirsi certe femministe bianche, era tutt’altro che puritana. Ti consiglio vivamente di leggere qualche suo testo perché lei era tutt’altro che conformista, conosceva le prostitute e si batteva per loro. Per me é una precursora assoluta del concetto di Biopolitica é forse la prima ad accorgersi del passaggio di consegne dalla Chiesa all’Istituzione Medica nel controllo dei corpi femminili. Il suo linguaggio era puritano, perché quello era il mondo in cui viveva, ma in realtà la sua riflessione profondamente rivoluzionaria.
    La storia del movimento abolizionista é controversa e nessuno si é preso la briga di scriverlo, soprattutto le abolizioniste attuali. Altrimenti dovrebbero ricordare che loro stesse usavano il termine sex-workers (travailleuse sexuelle) quando occupavano insieme alle prostitute militanti Note Dame de Paris nel ’75.
    Le abolizioniste attuali non vengono dalla militanza ma dal mondo cattolico, cosa che nascondono con cura. Il passaggio di consegne é dovuto all’esplosione del SIDA che ha allontanato le vecchie abolizioniste dal lavoro militante e sindacale con le prostitute.

    Grazie, mi hai davvero rallegrato la giornata!
    Un uomo in crisi ma in cerca delle giuste barricate

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