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Figlia di una richiedente asilo: “la mia lettera contro il dl sicurezza”

Mi chiamo A. e sono figlia di una donna che ha patito tante sofferenze per portarmi in Italia. Ha ottenuto lo status di richiedente asilo e per questo ha trovato lavoro, io sono riuscita a frequentare la scuola e dopo tanti anni vedo mia madre preoccupata per il decreto sicurezza. Si chiede se siamo al sicuro, se basterà il permesso di soggiorno e il rispetto dei diritti umanitari. L’altra sera, scuotendo la testa, ha detto che se non basta quello che ha dovuto passare per fuggire dal suo paese e per portar me al sicuro allora non sa proprio cosa fare. Di punto in bianco lei potrebbe diventare una “clandestina” e io una minorenne (ho 17 anni) espulsa o senza una madre.

Vi dico cosa le è successo. La guerra le ha ucciso i genitori, il fratello, il marito e durante il viaggio è morto il mio fratellino di soli due anni. Non lo dico per esagerare ma per spiegare che la condizione di chi cerca rifugio non è quella di chi spera di ottenere la “pacchia”. Mi vergogno di chi pronuncia certe parole senza capire niente di solidarietà umana. Anche le mie amiche si chiedono che fine farà mia madre o che fine farò io. Non sappiamo davvero cosa pensare.

Quando mia madre è scappata con due figli in braccio ha dovuto pagare ogni cosa, con i soldi o in natura. Io lo ricordo vagamente perché ho rimosso qualcosa che forse recupererò in futuro ma non stento a credere a quello che mi dice mia madre. Io e mio fratello siamo stati tenuti in ostaggio da chi prima ha accettato di portarci via e poi ha stuprato mia madre tante volte. Il cammino è stato difficile, lunghissimo. Siamo stati in viaggio per un anno e sette mesi. Mia madre è stata rinchiusa in una cella e non le permettevano di vederci. Quando ogni stronzo l’ha stuprata cento volte l’hanno rilasciata. Magra, affamata, in pessime condizioni di salute. Ci siamo fermati per un po’ prima di riprendere il viaggio perché mia madre rischiava di morire. Una persona è stata gentile e ci ha aiutati senza chiedere niente per portarci vicino al mare.

Durante il viaggio su un barcone pieno di persone mio fratello è morto, disidratato, ha preso un’infezione per le scarse condizioni igieniche (scarse è dire poco). Quando siamo arrivati mia madre stava male ma ancora mi teneva in braccio nonostante avessi 4 anni e mezzo. Lei è stata in ospedale per mesi e io sono stata in un posto con altri bambini stranieri. Quando lei guarì venne a prendermi e da lì iniziò la nostra nuova vita. Mia madre non si perdonava per la morte di mio fratello ma era felice di essere riuscita a salvare me. Ha avuto incubi per anni e si svegliava per toccarmi e capire se respiravo ancora. Il suo mondo era crollato e le restavo solo io. Oggi è una donna che si mantiene e mantiene me. Non abbiamo mai ricevuto tutti quei gran contributi di cui parla la Lega. Vorrei vedere loro a vivere quello che abbiamo passato noi. Altro che pacchia!

Le nostre vite, mia e di mia madre, sono radicate qui e se decidono di cacciarci via non sapremmo dove andare. Nel posto da cui veniamo non c’è più niente per noi. Non c’è niente per nessuno tranne un grande livello di mortalità infantile e tante ragazzine stuprate prima dei dodici anni. Quelli che dicono “torna nel paese tuo” non capiscono che quel paese è morte per molte persone che scelgono di affrontare quel viaggio disperato, a costo di morire prima che finisca, invece di restare. Mandare via mia madre e me sarebbe come condannarci a morte sicura. Chi la pensa così non è altro che un assassino. Un assassino che non ci vede come persone ma come oggetti da spostare dove vuole.

Scrivo questa lettera per condividere la nostra preoccupazione ma anche per far riflettere chi non conosce la situazione dei rifugiati, richiedenti asilo e quant’altro. Non siamo criminali. Criminali siete voi che volete condannarci a morte.

Grazie Eretica per la pubblicazione della mia lettera.

A.

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