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Un’amica, ex sex worker, racconta come vive adesso

Dopo alcuni anni mi contatta una donna che già in passato aveva voluto condividere con noi la sua storia. Studentessa, sex workers part time e contraria ad ogni messaggio proibizionista di chi pretende che anche le sex workers per libera scelta si autodefiniscano vittime. Né vittime né colpevole, aveva detto, annunciando che quel lavoro le avrebbe permesso di studiare e realizzare la vita che voleva. Oggi mi riscrive per aggiornarmi e a parte scambi personali ci siamo parlate su quello che sta succedendo in Italia con una parte del movimento femminista che persegue a tutti i costi la vittimizzazione delle sex workers delegittimando la loro lotta per ottenere la regolarizzazione e l’abbattimento dello stigma che pesa loro sulla testa.

Allora, cara XXXXX, a che punto sei con la tua vita?

Ho preso la laurea e ho ottenuto un dottorato di ricerca all’estero. Non avrei potuto fare niente di tutto questo se non fossi stata in grado di mantenermi da sola.

Non lavori più come sex worker, quindi?

I soldi che avevo messo da parte e lo stipendio da ricercatrice mi sono sufficienti per vivere. Ho smesso prima di partire per raggiungere questa nazione straniera e ho detto addio a molti clienti affezionati che hanno continuato a tifare per me.

Hai dei rimpianti?

Nessuno, se ti riferisci al lavoro che ho svolto. Mi sono divertita, sono stata bene, mi sono sentita gratificata per le relazioni umane che ho costruito e per le esperienze delle quali conservo ogni insegnamento. L’unico rimpianto è non aver iniziato prima con il sex work e aver perso tempo come cameriera in nero pagato per due soldi per svariati mesi.

Sei riuscita poi a fare coming out con le tue amiche? Ricordo che avevi detto che per te era la parte difficile.

L’ho fatto solo alla fine, prima di partire. Una mi ha chiesto perché non glielo avessi raccontato prima. Due amiche sono rimaste male e mi hanno risposto che se avevo problemi di soldi avrei potuto chiedere aiuto a loro. Quando ho detto che mi piaceva quel lavoro mi hanno guardata con compassione, come prevedevo. Mi hanno comunque augurato buona fortuna. Ci sentiamo ancora, qualche volta.

Perché secondo te hanno reagito così?

E’ una domanda superflua. Lo sai già. Pensavano che non fosse un lavoro dignitoso e che chi lo svolge accetta di farlo solo sotto coercizione. Il concetto di libera scelta non era per loro accettabile. Quel modo di pensare è diffuso e mi ha costretta a vivere una doppia vita. Potevo essere in grado di lavorare alla luce del sole ma la mentalità degli altri mi avrebbe imposto colpe e vergogna. Se lo avessi detto alla mia famiglia poi – tu ricordi che ti dissi che – loro avrebbero pianto per me credendomi morta. Questa cosa penso sia difficile per molte, se non tutte le sex workers che sono costrette a lavorare nell’ombra.

Lavorare nell’ombra ti ha procurato altri problemi a parte la doppia vita di cui parli?

Beh, si. C’è stato chi per telefono minacciava di farmi questo e quello se non accettavo la protezione. Io me ne sono fregata e ho risposto per le rime dicendo che non avrei avuto problemi a denunciare. Se avessi potuto svolgere il mio lavoro alla luce del sole non si sarebbero sentiti in diritto di pensare di impormi la protezione. Mi preoccupa di più, comunque, lo stato delle lavoratrici straniere costrette a lavorare per strada. Il fatto che il loro lavoro non è riconosciuto le costringe ad essere sfruttate. Su questo in Italia c’è una grande ipocrisia.

Di che parli esattamente?

Del fatto che i bravi padri di famiglia ultra cattolici dicono di volerle aiutare e poi pretendono servizi sessuali gratuiti. Tra i membri delle forze dell’ordine c’è chi sfrutta la situazione facendosi ripagare con il sex work. Lavorare al buio significa dover subire tutti i ricatti del mondo. Per non parlare di certe femministe che, come sai bene, dicono di voler aiutare le “prostitute” con il proibizionismo, perciò ricacciandole nell’ombra. Una cosa offensiva dettata dall’ignoranza per non dire della malafede. Dicono di volerle aiutare scegliendo chi può parlare e chi no. Una sopravvissuta d’accordo con loro diventa la rappresentante di tutte. Ma noi possiamo parlare di noi senza problemi. Basterebbe solo chiedere.

Se fossi una di loro ti metterei in difficoltà chiedendoti perché allora tu non ti firmi con nome e cognome, mettendoci la faccia insomma.

E io risponderei che è anche a causa loro che sono stata costretta a mentire. Se la professione fosse stata riconosciuta non ne avrei avuto bisogno.

Altre potrebbero dirti che tu eri privilegiata e quindi non conosci le situazioni delle donne sfruttate.

Privilegiata in che senso? Il mio privilegio era di essere istruita e in grado di comprendere quali fossero i miei diritti. Per il resto dove credono che io abbia iniziato a lavorare? La strada è stato anche il mio ufficio. Per un periodo molto breve ma mi è bastato per capire quello che succede alle ragazze straniere e alle donne trans considerate – perché straniere e trans – donne di serie B alle quali si poteva fare di tutto. Una ragazza straniera senza permesso di soggiorno non ha alternative se non quella di farsi “proteggere” da sfruttatori. Una donna trans non ha alcuna alternativa se non accettare le botte di gente transofoba che va apposta alla ricerca di qualcuna su cui sfogarsi. Il rischio non è solo per loro comunque. Anch’io ho dovuto difendermi, come ho detto, ma essere cittadina del Paese in cui facevo la sex worker mi ha senza dubbio aiutata.

Faresti lo stesso lavoro nel Paese in cui vivi adesso?

Direi di si. Non ne ho il tempo e mi piace quello che sto facendo adesso e quindi non c’è spazio per altro al momento ma, se dovessi preferire di tornare al mio vecchio lavoro, sicuramente prima mi guarderei attorno per capire come si muovono qui le lavoratrici del sesso. So che ci sono associazioni di quelle che ci mettono la faccia, per l’appunto, e sicuramente mi rivolgerei a loro. Sono adulta e non sono sprovveduta. Non mi lancerei in una simile impresa senza conoscere tutto.

Allora ti chiedo un’ultima cosa: sei felice?

Ma che domande fai? Che cos’è la felicità? Me lo chiedi perché ex sex worker o lo chiederesti a qualunque persona? In tal caso cosa risponderebbero gli altri o le altre? Sto bene, sono soddisfatta della mia vita e non mi pento di nulla.

(…)

 

qui si interrompe l’intervista pubblica e lascio per me le altre confidenze private.

Un abbraccio a lei e a tutte le sorelle sex workers che devono sapere che qui c’è sempre spazio per loro.

 

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