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#Catania – Storia di Lucy, vittima di violenze inflitte da “compagni”

Ringraziamo le compagne catanesi per aver diffuso questa storia e solidarizzando con Lucy vorremmo dare alle sue rivendicazioni tutta la visibilità che possiamo. Noi siamo con te. E’ per specificare chiariamo che la molestia sessuale, lo stalking, lo stupro, sono azioni oppressive e dunque fasciste. Altro che compagni.

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Non Una di Meno – Catania accoglie e rilancia la denuncia di Lucy (pseudonimo), una compagna che frequenta un centro sociale catanese, intenzionata a sollevare la questione delle molestie sessuali negli spazi politici e di aggregazione sociale. Da femministe sappiamo che, anche nella nostra città, le aree di sinistra e di movimento sono attraversate dalle stesse logiche eteropatriacali che pervadono l’intera società. Anche nei luoghi predisposti dagli uomini per la nostra emancipazione politica rischiamo di essere messe di fronte al ricatto: accettare la nostra subalternità o farci silenziosamente da parte.

Con la forza del #metoo spezziamo il silenzio e le catene di complicità. Manifestiamo la nostra determinazione a far saltare le regole del gioco. Questa denuncia accresce la nostra forza e alimenta lo stato di agitazione permanente che ci porterà nuovamente in piazza il 24 novembre e Lotto Marzo.

Per ogni donna violata e offesa, siamo tutte parte lesa!

Non una di meno!

#HermanaYoTeCreo #wetogether #NonUnaDiMeno #StatoDiAgitazionePermanente

Questa la testimonianza di Lucy:

“Spesso parliamo di violenze e di sessismo come se noi ‘di sinistra’ fossimo risparmiati da questo retaggio culturale, come se non facessero parte dei nostri spazi politici e di aggregazione. Ci sbagliamo di grosso, io mi sono sbagliata di grosso in primis. Dentro casa mia ho subito per mesi mobbing, violenza psicologica e minacce da parte di un noto frequentatore di centri sociali. In tutte le case si litiga, in tutte le case ci sono dei problemi da affrontare ma io non ho dovuto affrontare delle discussioni tra coinquilini e basta. Io mi sono dovuta sentire urlare «puttana, sei solo una succhiacazzi ti dovresti fare pagare visto che lo fai già gratis». La stessa persona che poi mi ha lanciato un tavolo in casa addosso con furia. Sono stata minacciata di essere privata di un farmaco per me vitale che tengo in frigo. La notte non dormivo e quando dormivo sognavo di dormire abbracciata al frigorifero (perché non si sa mai quel pazzo al piano di sotto potrebbe pensarsela e staccare il frigo dove la tengo lasciandomi a terra) e tutto questo perché non ho rispettato le regole del padre padrone (un uomo molto più grande di me) che in camera ha il poster di bob marley, che nel suo profilo inneggia all’antifascismo e che frequenta spazi di aggregazione antagonisti. All’apparenza uno che potremmo definire ‘uno di noi’. Ma non è stato l’unico caso protagonista della mia estate.

Ho preso parte a una gita sull’Etna proposta da un gruppo di compagni. La notte ci accampiamo in un rifugio. Tutti dentro ad accendere il camino, a mangiare, bere vino cantando bella ciao. Una normalissima serata tra compagni, una di quelle serate in cui dovresti sentirti a tuo agio. E’ il tuo mondo, i compagni e le compagne, mamma Etna e le canzoni comuniste. Sbaglio una seconda volta. Durante la sera, sono stata una delle prime a crollare su un tappetino per terra. Ero provata dalla lunga camminata, dal molto vino e dalle molte canne (e chi si scandalizza davanti a questo è un ipocrita). Nel cuore della notte, pian piano tutti iniziano a crollare. Un uomo, a detta sua un compagno, sulla sessantina si sdraia accanto a me. Io quasi non me ne accorgo ma comincia ad avvinghiarsi a me e a prendersi delle confidenze non richieste. Da lì ho veramente vissuto un incubo durato una notte intera. Mani ovunque, nei genitali, nei fianchi, nel sedere. Ha anche provato ad abbassarmi i pantaloni mentre si strusciava su di me, tanto mi ha tenuta stretta (mentre provavo a divincolarmi ma non troppo) che per tenermi ferma ha cominciato a darmi testate sul seno lasciandomi un livido. E’ durato letteralmente tutta la notte. Io davo gomitate, lo spostavo, ma non sembrava cambiare niente. Perché non ho svegliato tutti? Perché non ho buttato un urlo? Perché non ne ho parlato con nessuno la mattina dopo ma ho aspettato la fine della gita per parlarne?

La verità è che non lo so. La verità è che non ti prepara nessuno. La verità è che ero ubriaca, poco reattiva e poco cosciente. La verità è che non mi andava il sangue al cervello, e che nel panico ho pensato che avrei scatenato una rissa, un putiferio perché nel rifugio c’erano altri uomini che sicuramente non gliel’avrebbero fatta passare liscia. La verità è che mi vergognavo, perché non è facile urlare a tutti «ooh qua c’è un pervertito che mi sta toccando aiutatemi». La verità è che da chi canta bella ciao non te lo aspetti, rimani spiazzata, ti senti tradita. La verità è che ci sono donne che subiscono cose come questa e non dicono nulla a nessuno per anni, anche nel nostro ambiente, anche nei centri sociali, anche nella politica. Oggi una donna non è al sicuro da nessuna parte.”

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Comments

  1. Grazie per aver condiviso questa storia. Forse non c’entra nulla, ma anch’io sono stato vittima di feroce omotransfobia negli ambienti antagonisti.

  2. Hai fatto bene a mettere la parola “compagni” tra virgolette.
    Quelli non sono compagni e vanno smascherati!
    Un saluto a pugno chiuso VERO!

  3. Si dovrebbe parlare di piu’ di questo. Della vergogna a parlarne che ci accomuna tutte e della assurdita’ che quello che ci fa violenza invece di vergogna non ne abbia per nulla. Si dovrebbe spiegare dello stupore della reazione da coniglio attaccato. Si sta ferme immobili perche’… perche’… perche’… tanti perche’ ma mai perche’ si era accondiscendenti.

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