Autodeterminazione, Personale/Politico, R-Esistenze

Non è mai troppo tardi per smettere di essere vittime

Attorno al post “Lui mi picchia e mi piace così” si è realizzata una discussione costruttiva sulla quale penso valga la pena riflettere.

Per prima cosa si è realizzato l’ascolto di cui la protagonista del racconto aveva bisogno. Lei stessa mi dice che ha letto i commenti con serenità e sta riflettendo su tutto. Che arrivi ad una conclusione per noi accettabile o meno non importa. Ma si è aperto un varco dove sarebbe stato impossibile trovarlo in uno scontro cui consegue sempre e solo l’autoisolamento.

Quando lei avrà bisogno di dirci di quello che vive noi siamo sempre qui e il fatto di esserci senza giudicarla o imporle una idea precisa è un fatto importante. I commenti hanno dato varie letture della vicenda. Potrebbe trattarsi di rapporto tra dominatore/dominata, anche se lei non l’ha esattamente definito così. Potrebbe essere un rapporto di dipendenza e molte hanno suggerito un approccio laico e di relazione con un centro antiviolenza dove persone con esperienza possono aiutare a fare chiarezza. Potrebbe essere un rapporto patologico, ma se lei lo vive bene? E’ così?

E’ importante che la donna che ci ha scritto non abbia avvertito i commenti come interferenze paternaliste e che invece, come ha scritto in privato, abbia letto “in ogni commento le esperienze delle altre”. Da ogni chiave di lettura si percepisce il vissuto di chi la propone. Un confronto di esperienze è sempre il punto di partenza per non interrompere il filo che lega tante di noi e quindi anch’io commento a partire da me.

Ho vissuto una relazione violenta che ho faticato a interrompere. Tra le varie ragioni di difficoltà, che non sto qui a precisare, c’era una dipendenza dal ciclo della violenza. Quello che so è che per un certo periodo mi sono sentita molto sola e lui mi sembrava il rifugio di una protesta contro le ingerenze altrui. Ingerenze non utili, non comode, solamente ricattatorie e autoritarie. Se avessi trovato una persona disponibile ad ascoltarmi senza farmi sentire sbagliata forse il tempo di assunzione di consapevolezza sarebbe stato più breve. O forse il mio tempo sarebbe stato lo stesso. A distanza di anni so che non c’è il bianco e il nero e che elaborare una separazione è come elaborare un lutto. Riscattare se stesse e trovare la forza di ricominciare richiede fatica, a me ha richiesto molta fatica, e tutto dipende dal livello di co-dipendenza. Lui che dipende dalla violenza inflitta e dal perdono ricevuto e lei che dipende dalla violenza subita e dalla sensazione di potenza (falsa) nel momento in cui lui si fa debole, chiede scusa, e la posizione di vittima dà a lei una posizione di dominio (falsa).

Nella relazione violenta pensavo di avere tutto sotto controllo, cosa ancor più sbagliata, l’idea, ereditata di madre in figlia eccetera, che se la donna agisce in un certo modo fa l’uomo migliore. Dunque se lui non era abbastanza quieto era colpa mia. Io guidavo, io scatenavo l’ira e io mi nutrivo di un desiderio che mutava in sessualità senza ricordi per ogni volta in cui dopo le botte c’era l’orgasmo. Fino a che i brutti ricordi non furono troppi e non ebbi troppa paura a stargli accanto. La dipendenza equivale a quella di una tossica che deve farsi di una dose altrimenti affronta l’astinenza. E’ la mia storia. Non deve somigliare ad altre. Non si può mai generalizzare e questo è ciò che ho imparato ascoltando e respirando varie, tante, storie di violenza. Ogni storia somiglia a se stessa e questo è importante ricordarlo. Vi sono tratti comuni e linguaggi differenti.

Un tratto comune: la dipendenza che ti fa tornare più volte dal carnefice. Il fatto di non percepire la pericolosità del carnefice fino a quell’ultimo – a volte mortale – appuntamento. Difficile dirsi “non me lo merito” se per molto tempo ti hanno insegnato che come donna non meriti nulla. Che l’unica cosa della quale dovresti essere felice è il fatto di essere stata scelta e presa in moglie. A vent’anni il sesso confuso con l’amore mette in subbuglio molte anime. Capisci dopo che il sesso e l’amore non sempre conciliano e sforzarsi di farsi piacere una persona perché ci stai bene a letto è sbagliato. Il sesso usato come sedativo alla fine stanca e quello che si cerca è sensualità e incontro tra interessi, scambi di vario genere, senza alcun meccanismo di dominazione, a meno che non ci si accordi per vivere un bsdm solido e consensuale.

Tutto questo però è successivo al momento di euforia, quando si pensa che tutto sia cambiato per poi accorgersi che non è cambiato niente e che quello che vivi non ti piace, provi disagio, non ci stai, non dici di si. Le voci dicono che non è vero, sei pazza se non ci stai bene. dall’esterno possono dirti che sei pazza se ci stai bene. Non sai che dire e questo stare sospesa accerchiata dalla voglia di metterti in croce per togliere di mezzo la responsabilità sociale e culturale che ha legittimato quella violenza, di certo non aiuta. Bisogna trovare in se stesse la forza di incontrarsi, percepirsi davvero, fino al punto di fottertene di quello che dicono gli altri. Quando hai superato quello stadio diventi altro. Cresci. Io sono cresciuta. I giudizi di altre persone non mi sfioravano per quanto vivessi le conseguenze psicologiche di quello che ogni sopravvissuta vive.

Alla fine cosa siamo noi se non l’unione di culture, educazione ambientale, mentalità, individualità sospese o archiviate in attesa di poter distruggere tutte le sovrastrutture. Ci vuole molto tempo e quando hai capito la vita ti è passata davanti. Sopravvivere ad un rapporto violento per me è stato come mettermi su una macchina del tempo e aver raggiunto un livello di crescita e di consapevolezza che altre avrebbero raggiunto dopo molti anni. Si cammina in fretta, tanti ostacoli da superare per arrivare al punto in cui una persona con educazione e certezze diverse ha già a portata di mano.

Non do un giudizio sulla storia della donna che ha scritto ma oggi posso dire che la mia era dipendenza, abitudine alla violenza, incapacità di uscire da dinamiche di potere che comunque avevano caratterizzato la mia infanzia. Non si nasce forti, mi sono detta. Forte lo sono diventata. E ho guardato tutto con occhi differenti. Auguro a tutte voi una vista di 11/decimi fin da subito, nel frattempo, o poi. Non è mai troppo tardi per smettere di essere vittime. Mai.

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