Antiautoritarismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

“Un figlio malato è un dono di Dio”? No. Meglio l’aborto terapeutico!

Lei scrive:

Cara Eretica ti scrivo la mia testimonianza riguardante un possibile aborto terapeutico.

Conobbi mio marito online, stava facendo uno stage in Canada. Inizialmente eravamo amici, finché abbiamo continuato a scriverci tutti i giorni, da luglio 2007 a giugno 2008.
Ricordo ancora la nostra prima telefonata, il mio poco inglese che andava sempre migliorando, l’amore per un qualcuno mai toccato, la prima videochiamata.. Finche arrivò finalmente giugno, lui decise, come ultimo stage, l’Italia come meta.

A febbraio, esattamente il 14, mio padre fece un incidente al lavoro. Gli costarono un polmone collassato, costole rotte, ustioni di terzo grado che gli hanno lasciato bruttissime cicatrici e la perdita del braccio sinistro.

Colui che oggi è mio marito stette accanto a me e alla mia famiglia, ci aiutò tantissimo, ogni giorno erano 180km totali, avanti ed indietro. Quei km ci costavano non solo fatica, ma gravavano anche economicamente.

Mio padre si riprese, e nel 2010 andai per la prima volta nel paese di mio marito.
Venni rifiutata per 3 anni dai suoi genitori, e finalmente nel 2011 mi invitarono in casa loro.
Loro vivono negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai, musulmani di religione. È brutto dirlo, ma è la verità, per loro noi “europee” siamo tutte cristiane e poco di buono.
I miei suoceri infatti si stupirono di quanto fossi educata e timida.

Nel 2013 espressi a mio marito il desiderio di un figlio, insieme andammo ad ufficializzare il matrimonio, e per fare ciò servono le analisi del sangue di entrambi i coniugi, e ti spiego anche il perché: tra musulmani è comune sposarci tra cugini, e bisogna anche vedere se c’è incompatibilità ed entrambi siano portatori di malattie genetiche.
In tal caso, il dottore che firmerà il figlio può persuadere la coppia dal sposarsi. Qui molte coppie vengono ancora decise dai genitori, perciò il fidanzamento si può tranquillamente annullare per incompatibilità genetica.

Io e mio marito scoprimmo di essere entrambi portatori di Thalassemia minore, sapevo già di me stessa in quanto mia madre anche lo è, ma con mio marito fu per entrambi una sorpresa. Scoprimmo che sua nonna paterna ne era portatrice.
Da qui inizia il calvario. Inizialmente il medico ha cercato di persuaderci, ci ha dato un mese di tempo per pensarci, ha privato a farmi pressione psicologica in caso rimanessi incinta e tanto altro.

Ovviamente io e mio marito, entrambi innamorati, abbiamo lottato per avere quella firma. Iniziano così appuntamenti su appuntamenti con genetisti, consulenze su consulenze, siamo anche andati all’estero.

La soluzione era una fecondazione in vitro con ICSI, una tecnica di riproduzione dove vengono selezionati un ovulo sano che sarà inseminato con una micro iniezione da uno spermatozoo sano, spesso utilizzata nei Centri di Procreazione Assistita.
Ci dissero oltre ai prezzi(carissimi) di provare a concepire in modo naturale, e al terzo aborto di tornare al Centro.

In caso di una gravidanza che raggiunga le 10 settimane, di fare villocentesi, un test invasivo che permette di prelevare i villi cordiali, da cui avremmo potuto avere una mappa cromosomica e il test del DNA del feto.

Il problema era che qui a Dubai non è concesso l’aborto, a meno che sia in stato di grave emergenza in cui la madre è in pericolo di vita a causa della gravidanza.

Qui a Dubai ci dissero con molta nonchalance che non avrebbero accettato nostro figlio per trasfusioni di sangue settimanali perché pieni, e quindi di cercare all’estero. Prova ad immaginare ad andare all’estero ogni singola settimana per trasfusioni di sangue che dovrà fare tuo figlio, e non potrai farne a meno perché in gioco c’è la sua vita.

Dopo 3 mesi rimango incinta, ero felice? Non lo so, piangevo e basta. L’ho voluta tanto quella gravidanza, ero eccitata all’idea di diventare madre, non posso negarlo, ma nella mia testa pensano che non dovevo, non potevo assolutamente affezionarmene.
Decido di fare la villocentesi in Italia, preparata nel caso vada male e debba abortire, almeno avrei avuto accanto la mia famiglia.

Sapevo già che essendo iscritta all’AIRE avrei pagato tutto di tasca mia.
Mi ero informata online, e grazie a mia sorella che eseguiva le telefonate per conto mio, in quali centri andare e in cui era possibile abortire, raccogliendo anche in vari forum informazioni e testimonianze. Non sto nemmeno a raccontarti come queste povere donne siano state maltrattate perché come me, non hanno considerato “un figlio malato come dono di Dio”.
Psicologicamente era pronta, sia io che mio marito, che non mi ha mai lasciata sola un attimo.

Quando la decisione si prende in due, e la si porta avanti, per esperienza personale posso dire che mi ha fatto sentire più forte e decisa.
La ginecologa era molto brava, ho un bel ricordo di lei e posso dire che ho avuto la fortuna che non fosse un medico obiettore, anzi, lei stessa ha combattuto per fare in modo di passare avanti, così che io possa avere un aborto in modo chirurgico prima delle 12 settimane di gravidanza, altrimenti oltre per legge avrei dovuto praticare un aborto terapeutico. Lei stessa mi disse testuali parole: “vorrei proprio evitartelo, sarebbe uno shock, anche perché molti colleghi non sarebbero soft nei tuoi confronti”.
Arrivano i risultati, nostra figlia avrà la thalassemia del padre. Ha scongiurato una thalassemia major.

Ci sono persone che vivono con la thalassemia major, facendo trasfusioni di sangue dal primo giorno di vita, ci sono bambini che sono andati sotto i ferri molteplici volte, ci sono adulti che hanno avuto un’infanzia negata perché si sono sentiti “diversi”, sempre in ospedale, non poteva correre, affaticarsi, giocare come ogni bambino.. E ci sono neonati che non ce l’hanno fatta, morti nelle braccia della madre. Tutto dipende dal tipo di thalassemia, perché non ne esiste uno o due solamente, ma migliaia e migliaia, dal meno al più aggressivo.

L’anno prossimo abbiamo deciso di provare ad avere un altro figlio. Anche con quest’ultimo varrà la stessa idea di un ipotetico aborto in caso di malattia.
Avrei voluto tornare in Italia, dalla stessa ginecologa, mi proietto sempre un possibile aborto, perché sia per me che mio marito un figlio malato sarebbe impossibile dare alla luce, sappiamo i nostri limiti e comprendiamo che non sarebbe vita nè per noi, nè per questo figlio, costretto a subire chissà cosa.

Purtroppo con quello che sta succedendo in Italia stiamo pensando di andare in Iran ad abortire, perché lí entro le 12 settimane abortire è legale.
Vorrei tanto dare ad ogni singolo politico un figlio malato in braccio da crescere, e vedere ogni giorno, ogni anno, come vivono, quanto soffrono, quanto siano felici e quanto siano ancora convinti se rendere l’aborto illegale.

Nessun genitore vuole vedere i figli soffrire, o combattere per la vita, o peggio ancora, morirgli tra le braccia, per me e mio marito l’aborto è anche un gesto d’amore nei confronti di quel figlio che ameremo sempre e comunque, anche se additati da molti come assassini, onestamente non ce ne importa, perché è facile dire “tenetevelo con voi”, tanto loro mica lo dovranno crescere e vedere star male, o peggio ancora, morire.

Preferisco che muoia dentro di me alla grandezza di un fagiolo che un neonato fatto o un bambino che crescerò per anni per vedermelo portare via dalla malattia.

D.

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