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#metoo, ronaldo, argento e il garantismo di convenienza

Ogni volta che leggo di assenza di garantismo legata al movimento #metoo mi viene in mente Asia Argento e le altre, tante, donne accusate e giudicate senza che vi sia stato alcun processo. Stavolta si tratta dei tifosi di Ronaldo e di tutte le chiacchiere a proposito di donne profittatrici che vorrebbero spennare il calciatore. Quel che però non si capisce è che il movimento #metoo non si sostituisce alla giustizia e non raccoglie attorno a se (solo) giustizialiste e forcaiole. E’ vero che esistono persone che non sanno distinguere un discorso culturale da quel che è riservato ad un’aula di giustizia ma quelle persone prescindono dal #metoo. Si tratta dei giustizialisti e delle giustizialiste di sempre che sono spesso assai distanti dalle posizioni di quelle che invece danno voce alle tante questioni che la società e la politica relegano al margine. Chi parla di molestie subite spesso lo fa senza neppure nominare il molestatore ma parlarne consente ad altre di sentirsi meno sole, con la consapevolezza di non essere le uniche a pensare e sentire quelle precise sensazioni. Molte molestie avvengono all’insegna dell’ambiguità. E’ tra i confini di comportamenti colpevolizzanti e subdoli che va rintracciata una molestia e spesso si tratta solo di un problema di percezione. I molestatori ti dicono che il disagio percepito è sbagliato e che sei matta, colpevole, stupida. Le donne che hanno certezza di essere molestate combattono contro tutto questo e aiutano altre a sentirsi, per l’appunto, “sane” mentre parlano di quello che hanno subito e dicono a chiare lettere che si tratta di una ingiustizia e non del frutto inaffidabile della propria immaginazione.

Nessuna emette una condanna compiuta nei confronti delle persone citate perché quelle condanne devono seguire a indagini, processi e sentenze. La cosa riguarda poco le femministe come me, soprattutto perché sappiamo quanto il carcere sia inefficace nel prevenire e risolvere determinati comportamenti. Quello che è rivoluzionario è il fatto che la voce delle vittime diventa visibile e che ad essa si presta finalmente ascolto. Da lì si parte affinché cambi la percezione di quello che ai molestatori sembra normale. Se le donne non avessero parlato non ci sarebbe la percezione di un danno sociale neppure quando si parla di stupro. Basta vedere come sono cambiate le leggi e come sia diventato offensivo vedersi accusati per stupro.

Una volta sarebbe stata una medaglia al merito. Oggi è una vergogna che è seguita dall’onnipresente richiesta di omertà o dal discredito nei confronti delle vittime. Dunque, anche per i vari Ronaldo che si rispettino non si parla di vederlo rinchiuso ma di quello che culturalmente cambia. Ed eccoci alle critiche: c’è chi dice che così si pregiudica la credibilità dell’accusato e che si dovrebbe parlare di presunzione di innocenza. Certo che si ma, ripeto, la questione è culturale e se ne segue una giudiziaria non dipende da noi.

Stessa questione si dovrebbe porre nei confronti di Asia Argento, eppure tutti quelli che parlano bene degli accusati di molestie e violenze oggi non hanno dubbi nei suoi confronti. Le malelingue le sono costate il lavoro, l’immagine pubblica e non esiste una sentenza di condanna nei suoi confronti. E se anche si volesse pensare che a lei resti attaccato solo lo stigma della donna con comportamenti immorali è già troppo. Quando si parlò di sedicenni in relazione a Berlusconi si elevò il coro a beatificarne l’innocenza. Al solito si creò un dibattito complesso, ovvero si delineò uno scenario nel quale la sua, di lui, presunzione di innocenza, come da copione, corrispondeva all’immoralità delle donne. Il dibattito fu infarcito di luoghi comuni e tra le accusatrici e gli accusatori c’erano quelli che facevano parte di un contesto moralista. Se ne parlò a lungo e ne parlai anch’io distinguendo le analisi femministe da quelle di chi voleva solo usare strumentalmente la faccenda per fare una divisione tra donne perbene e donne per male: tra sante madri e mogli e puttane.

Oggi la stessa cosa si fa con Asia Argento, la quale, ovviamente non ha nulla a che fare con Berlusconi, viene guardata male per aver infranto una specie di codice morale che non viene tirato in ballo quando si tratta di Weinstein o altre persone accusate. Alcuni dicono che le persone accusate non dovrebbero perdere i ruoli che rivestono ma se si tratta di personaggi pubblici ovviamente il loro è un problema di immagine. Di quella vivono e di quella possono socialmente morire. Se è vero che esiste un’inquisizione composta da donne che farebbero in modo da fare licenziare, per esempio, un personaggio pubblico come Strumia per le sue opinioni misogine, allora ce n’è una che vuole Asia Argento fuori dal mercato televisivo. Con il garantismo dunque come la mettiamo?

Nulla da dire quando si tratta di aziende che assumono per la bella presenza ma tutto da dire quando il posto di lavoro è relativo alla sola immagine pubblica del personaggio? Di fatto Strumia quelle battute misogine le ha dette. Asia Argento è diventata un simbolo della lotta contro le molestie prima accusata e poi pubblicamente assolta perfino da chi ne aveva denunciato i presunti errori su twitter. Quando vale il garantismo e quando no? La questione che ci riguarda è del tutto culturale e culturalmente le donne hanno presunzione di colpevolezza sempre e gli uomini presunzione di innocenza sempre. Perciò quando si parla del movimento #metoo serve ricordarsi di queste cose e farlo a lungo. Per restare al fianco di chi lotta per progredire e non di chi vorrebbe che tacessimo per svendere inostri diritti.

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Comments

  1. “Quando vale il garantismo e quando no?”

    Purtroppo, come spesso succede, dipende dalla persona accusata: basta vedere i due casi di Matteo Salvini e di Domenico Lucano a confronto per rendersene conto…

    Non sono però del tutto d’accordo con questa affermazione:

    “la questione è culturale e se ne segue una giudiziaria non dipende da noi”.

    Sono due ambiti separati, è vero, ma penso che non possiamo far finta di non vedere che il secondo spesso denegera perché manca il primo.

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