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Transizioni Tempestose: il muro burocratico

Lei scrive:

Ciao Eretica, ciao tutte
Vorrei condividere questo piccolo resoconto dei miei primi mesi in transizione.
E’ un racconto molto personale e lo scopo non è solo generare un piccolo report di autocoscienza trans ma anche evidenziare gli attuali problemi della sanità pubblica a Milano per quanto riguarda le transizioni. Teoricamente l’Ospedale Niguarda dovrebbe essere l’avanguardia in Italia, purtroppo non è più così, ma non se ne parla abbastanza.
In fondo all’articolo riporto qualche informazione utile per chi sta intraprendendo percorsi di transizione in Lombardia, oltre a contatti essenziali.
E’ molto basato su un carattere regionale, ma purtroppo online non si trovano informazioni e per sapere tutto questo ho dovuto viverlo in prima persona.

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Sono alcuni anni che rifletto sulla transizione di genere.

Da quattro mesi ho avviato effettivamente questo percorso. Posso solo dire che sono felice, felice come non sono mai stata.

Sono probabilmente una privilegiata, poiché i miei percorsi politici, le mie amicizie, la mia famiglia, non solo comprendono e non giudicano, ma supportano attivamente i miei sforzi.

Oggi mi rappresento in ogni ambito, il mio genere da sempre sepolto sotto strati di vestiti ora esplode tra leggings, shorts, magliette con la pancia di fuori e mascara.

Non ho ancora avviato la medicalizzazione, e voglio avviarla nel più breve tempo possibile.

Non mi considero una donna trans, né voglio diventarlo. Mi considero una persona trans.

Per me la medicalizzazione non è un transito da A a B, ma semplicemente l’attuazione dei miei desideri. Supporto attivamente chi invece vuole passare da un sesso ad un altro, e penso che una persona che transita abbia il diritto, se lo desidera, di essere riconosciuta come l’uomo o la donna che sta diventando.

Da quando ho deciso di cominciare questo percorso ho capito che il supporto psicologico mi era necessario, uno specchio del mio essere, un’ulteriore attuazione di ciò che già avevo deciso.

Così la mia psicologa ha preso atto, semplicemente e con molta cura, che la realizzazione dei miei desideri era l’obiettivo primario delle nostre sedute. Semplicemente mi ha accompagnato nell’avviare il percorso.

Questa è la storia di un inizio senza una fine.

 

1.0 L’IMPEGNATIVA

Ho scritto a un medico dell’Ospedale Niguarda, estremamente disponibile, che mi ha suggerito la procedura per avviare il percorso.

Serve un’impegnativa dal medico di base, con riportata la semplice descrizione “Visita Ginecologica (Prima Visita)”, nella diagnosi “Adeguamento di genere”.

Ho dato per scontato che il medico si fosse confuso, leggendo nella mia mail sia un nome femminile che uno maschile, e che pensasse che io transitassi dal sesso femminile.

Mi sbagliavo. La prassi è in ogni caso scrivere “Visita Ginecologica”, da qualsiasi sesso si transiti.

Ma questo lo scoprirò solo successivamente.

 

1.1 IL MEDICO DI BASE

Avevo appena cambiato il medico di base, ero quindi decisamente prevenuta sugli esiti di una possibile visita in cui dichiaravo la mia volontà di transizione. Non sai chi puoi trovarti davanti, non sai se il medico, che ha la tua vita, i tuoi percorsi e le tue aspettative tra le mani, deciderà di supportarti o no.

Mi trovo nella sala di aspetto. Una visita prenotata quasi due settimane prima a nome maschile, quello sul mio codice fiscale. Ho i capelli abbastanza lunghi e un trucco parecchio evidente, e fa ancora caldo, quindi gli shorts sono necessari per resistere al caldo oltre che necessari alla rappresentazione di chi sono.

Il medico sbuca dal suo studio e chiama solo il mio cognome, mi alzo. Lui è stupito, evidentemente, ma subito cambia espressione e come se non fosse accaduto nulla mi accoglie nel suo studio.

Chiude la porta e si scusa immediatamente della sua espressione di stupore. Dice che avendo visto una ragazza semplicemente non stava capendo. Eppure nella sala d’aspetto non ha posto ad alta voce nessuna domanda e mi lascia con serenità spiegare perché sono lì.

Capisco che la roulette della mutua ha girato in mio favore.

Ho davanti una persona non solo educata, ma anche consapevole.

Lui mi anticipa che segue pazienti trans ma che non ha mai avviato percorsi di transizione quindi non sa cosa deve fare.

Gli spiego quindi quello che so io. Insieme decidiamo che evidentemente “Visita Ginecologica”, per il mio caso, non ha alcun senso. Scriviamo quindi “Visita Andrologica”.

Insieme proviamo a prenotare la visita.

Il programma di prenotazioni della Regione Lombardia non trova tra le diagnosi “Adattamento di Genere”.

Proviamo con “Riassegnazione del Sesso”.

Niente.

Proviamo “Transessualismo”.

Niente.

Proviamo ogni combinazione.

Il programma in dotazione ai medici di base non riconosce la natura della mia prestazione.

Ci incazziamo in due. Io per cause evidentemente più personali.

Decidiamo quindi di scrivere comunque l’impegnativa.

Ci salutiamo e io esco, felice di avere in mano un pezzo di carta che rappresenta molto per me.

Ancora non so, da novellina quale sono, che quella impegnativa è sbagliata.

 

2.0 LA PRENOTAZIONE FISICA

Con la mia impegnativa, appena arrivo a casa, provo a prenotare la visita online.

Mi accorgo solo ora che non posso prenotare online, proprio a causa del mancato riconoscimento del sistema informatico della natura della mia prestazione.

Chiamo il medico. Mi vengono confermati i miei sospetti: devo prenotare direttamente all’Ospedale Niguarda.

Ho le mattine impegnate per qualche giorno, finalmente mi libero e cerco lo sportello di prenotazione più vicino.

Con la mia impegnativa nella borsa attraverso Milano e arrivo allo sportello.

Trovo un’impiegata disponibile e gentile, che però mi dice che: “Purtroppo impegnative per questo genere di prestazioni devono essere portate direttamente alla sede centrale, nel reparto di riferimento.”

Prendo il tram. Penso all’assurdità di tutto questo. Devo semplicemente prenotare una “Visita Andrologica”, come riportato sulla mia impegnativa. So che è una visita di routine, che mi aprirà la strada ad un’altra prenotazione, quella di Endocrinologia, utile ad impostare la mia terapia ormonale.

Arrivo al Niguarda, trovo il padiglione giusto, gli sportelli per la prenotazione delle visite. Prendo il numerino e guardo il tabellone.

Ho 134 persone di fronte a me, in attesa di prenotazione.

Sono qui, in attesa, perché non mi è possibile prenotare online e gli sportelli fisici mi rimbalzano fino alla sede centrale.

Inganno il tempo alla ricerca di maggiori informazioni e vie per aggirare la coda immensa: cerco il reparto di Transizione.

Sul sito internet del Niguarda il reparto che effettua transizioni di genere non è indicato.

Avevo scoperto solo attraverso alcuni siti di sportelli trans che il reparto di riferimento è il Reparto Sterilità. Nello stesso reparto, quindi, ci sono persone che non possono e vogliono avere figli, e persone che con il proprio corpo in transizione si sottopongono a terapie che portano anche all’impossibilità biologica di averne, per scelta. Un mix esplosivo.

A quanto pare il reparto che effettua le transizioni non è solo invisibile online ma anche nel mondo analogico. Non c’è nessuna indicazione.

Penso che forse sia una scelta per tutelare le persone in transizione che vogliono rimanere anonime ma mi sorgono spontanee delle domande.

Le persone che non hanno come me un percorso alle spalle e cercano il reparto anche per fini di sportello, per consultarsi, come fanno se è invisibile?

Se l’invisibilità è una scelta per tutelare l’anonimato perché l’unico modo di prenotazione è lo sportello fisico in cui si è costrette e costretti a dichiarare i nostri intenti “mutanti” davanti a una platea di gente in attesa?

Con queste domande retoriche nella testa e dopo quasi tre quarti d’ora di vana ricerca del reparto ritorno agli sportelli di prenotazione.

In tre quarti d’ora sono passate 12 persone, restano ancora 122 persone davanti a me, e nel pomeriggio ho un altro appuntamento burocratico.

Me ne vado.

Decido che proverò la prenotazione telefonica, che ho evitato fino a questo momento per un semplice motivo: se dall’altro capo del telefono ho qualcuno che non vuole farmi prenotare la visita io sono nelle mani di questa persona, senza neanche la mia presenza fisica a testimoniare la mia volontà di transizione.

Può essere una scelta stupida ma ho voluto tenerla come ultima possibilità.

Prima però decido di riprovare con il primo sportello, nella sede secondaria. Decisa a litigare, se serve, questa volta.

Lo sportello questa volta è affollato. Aspetto un’ora.

Non c’è più l’impiegata gentile.

Ora quando arrivo allo sportello e dichiaro le motivazioni delle mia visita mi sento rispondere questo: “Noi non trattiamo queste cose”.

La nuova impiegata ha una faccia evidentemente schifata. Mi sento sprofondare. Insisto.

La nuova risposta è agghiacciante: “Non ne so niente. Dovrebbe provare allo sportello centrale del Niguarda.”

Me ne vado, abbattuta.

 

2.1 LA PRENOTAZIONE TELEFONICA

Ritorno a casa e provo a telefonare per prenotare la visita.

Dall’altro capo del telefono ho un’impiegata cordiale.

E ho un nuovo problema: l’impegnativa è sbagliata.

E’ riportato sull’impegnativa “Visita Andrologica”, ma la prassi per le transizioni richiede che ci sia scritto “Visita Ginecologica”.

Le sottolineo il fatto che io provengo dal sesso maschile, e che una visita ginecologica comporterebbe solo un certo imbarazzo tra me e il medico di riferimento.

Mi viene risposto che è una prassi comune a tutti i sessi.

Le sottolineo che sulla mia impegnativa c’è scritta una frase che rende abbastanza assurdo tutto questo: “Adeguamento di Genere”. Evidentemente il punto non è che tipo di visita fare ma il fatto che io stia intraprendendo una transizione.

Mi viene risposto di no, la prassi richiede la dicitura “Visita Ginecologica (Prima Visita)”.

L’impiegata è sinceramente dispiaciuta, e mi assicura che appena ho l’impegnativa posso richiamare per prenotare immediatamente.

Prenoto una nuova visita dal medico di base, per richiedere una nuova impegnativa.

Una settimana di attesa.

Il medico di base il giorno successivo alla prenotazione mi chiama e mi consola. Ridiamo insieme dell’assurdità della prassi che richiede “Visita Ginecologica” sull’impegnativa.

Qualche giorno dopo sono da lui e ritiro la nuova impegnativa. E’ sera e aspetto il giorno seguente per telefonare e provare con una nuova prenotazione.

 

2.2 IL CRASH

Il centralino è efficientissimo, mi rispondono immediatamente.

Dichiaro i miei intenti.

Mi fanno attendere in linea alcuni minuti, questa volta.

Mi chiedono altre informazioni minori.

Ritorno ad attendere in linea alcuni minuti.

C’è un problema.

Per la mia visita oggi è impossibile prenotare, i sistemi sono in crash.

Chiedo almeno di quanto tempo è stimata l’attesa per avere la prima visita.

Mi viene risposto con voce calma e tranquilla: “182 giorni.”

Sei mesi.

Sprofondo e non so cosa fare.

 

2.3 IL NON EPILOGO

Passato il weekend provo a richiamare.

Questa volta mi viene detto che i sistemi non sono più in crash, è la mia visita che è “particolare”.

Così “particolare” che mi invitano a recarmi direttamente al Niguarda, nel reparto preposto.

Rispondo che tutto questo è assurdo e violento.

Mi viene risposto che sono direttive del Niguarda stesso, e loro non possono farci nulla, in quanto centralino regionale.

 

2.4 RABBIA E POSSIBILI SOLUZIONI

Sono molto arrabbiata e frustrata.

Sei mesi.

Sei mesi per avviare un percorso che mi porterà a prenotare un’altra visita dopo ulteriori sei mesi.

Sei mesi per una prima visita che semplicemente attesta burocraticamente una scelta presa da tempo.

Sei mesi sono una violenza che non accetto e non comprendo.

Decido quindi di sentire nuovamente il medico del Niguarda che mi consiglia un’unica soluzione: gli sportelli trans, dove poter sveltire le procedure. E’ una soluzione più costosa, il triplo del costo del ticket, ma la accetto e mi rendo conto che è l’unica via.

Una via che non è accessibile a tutt@ le persone che vogliono intraprendere una transizione.

Chiedo poi spiegazioni al medico del Niguarda: perché questi tempi di attesa assurdi?

Mi viene spiegato che il primo ospedale in Italia per transizioni di genere oggi è in una situazione critica.

C’è un solo medico dedicato alle prime visite.

Una sola endocrinologa.

Devono gestire tutto il flusso in autonomia.

A chi dice che: “Questo è ovviamente perché le persone che vogliono fare transizioni sono poche, non possiamo certo spendere validi medici per chi vuole fare delle transizioni!”

Rispondo che sei mesi di attesa, evidentemente, testimoniano che le persone trans non sono poi così poche, anzi.

Questo è solo l’inizio per me, sono una novellina delle difficoltà, ma voglio che si sappia cosa sta succedendo al Niguarda.

Vorrei anche ricapitolare la trafila di informazioni corrette per l’accesso al Niguarda, che mi hanno permesso di arrivare fino a qui:

  • Impegnativa dal medico di base.

Tipologia di visita: “Visita Ginecologica (Prima Visita)”, da qualsiasi sesso si provenga.

Diagnosi: “Adeguamento di genere”.

  • Prenotazione: Solo fisica, agli sportelli della sede centrale.
  • Tempi di attesa attuali, 8 ottobre 2018: sei mesi di attesa per la prima visita.

 

Soluzioni alternative:

Lo Sportello Trans Ala, Milano http://www.sportellotransalamilano.it/sportellotrans/

Il MIT di Bologna http://mit-italia.it/

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Comments

  1. Grazie per aver condiviso questa esperienza, è stata davvero toccante.

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