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Sbagliato opporre lo stereotipo dell’uomo (sempre) violento a quello della donna (sempre) bugiarda

L’equivoco nasce dalle generalizzazioni. La generalizzazione diventa stereotipo sessista. Quando si dice che la violenza la fanno gli uomini si intende dire proprio che tutti gli uomini potenzialmente sono violenti. Questa è una generalizzazione e dunque uno stereotipo. Meglio dire che alcuni uomini sono violenti così come alcune donne sono altrettanto violente. Noi combattiamo contro la cultura patriarcale e non contro gli uomini.

Quando poi si dice che tutti i padri sono violenti si realizza un altro stereotipo e difficilmente quello stereotipo si può smontare e anzi bisogna fare attenzione al fatto che possa essere strumentalizzato per dire che le femministe sono tutte fanatiche quando esse lottano per diritti fondamentali che riguardano tutt* noi. Alcuni padri sono violenti e altri padri invece no.

Per esempio: Marco, separato da anni e vicino di casa della sua ex. Hanno diviso l’appartamento e i figli vanno e vengono come gli pare in una divisione che non può mai essere fatta al dettaglio. La divisione dipende dagli impegni di lavoro, di vita, di tutto. Ecco perché è sbagliato formulare regole rigide che rendono la vita di ogni giorno un vero e proprio pantano.

Ettore è divorziato da tre anni. La separazione era consensuale. Hanno concordato per l’affido condiviso ma in realtà lui poteva far visita al bambino nei fine settimana e 15 giorni l’anno per vacanze varie. Non gli bastava perché lui quel bimbo lo aveva cresciuto, coccolato, cambiato, lavato, nutrito e giacché il ruolo di cura non ha più una destinazione precisa è ovvio che si debba ripensare alla diversa relazione affettiva che un padre potrà avere con quel figlio. Dapprincipio la madre ha detto di no, perché il bimbo le mancava troppo quando era con il padre, ma poi, con il tempo, ha realizzato che affidare il bambino alle cure del padre significava più tempo per se stessa e ne ha colto i vantaggi, inclusa la serenità del figlio cresciuto in un clima pacifico e amorevole. Questo significa saper discutere, seppur in disaccordo, mettendo comunque al primo posto la serenità del bambino.

Giordano e Mirella sono separati consensualmente e la famiglia di lui ospita il figlio e la nipote, ogni qual volta lei sta col padre. Non ci sono grandi problemi e non possono e vogliono decidere quando e come. Semplicemente concordano di volta in volta sulla base delle esigenze della bambina e degli adulti che di lei si prendono cura.

Questo è quello che accade quando tutto è consensuale e la separazione si svolge mantenendo buon senso e toni civili. Si parla di separazione non per violenze ma per altri, tanti, motivi che potrete intuire. Sminuire la portata di queste relazioni e della divisione del ruolo di cura è azzardato e si finisce per generalizzare. Quindi un uomo per essere abbastanza dalla parte delle donne dovrebbe rinunciare a vedere il figlio. Il tema che si pone riguarda casi limite, quelli in cui la separazione non è consensuale e in maggioranza si tratta di casi in cui uno dei due coniugi usa i figli per fare un dispetto all’altro o tenta di proteggere i figli dalla violenza dell’altro. Nulla si può escludere e nulla può essere deciso a tavolino negando a priori che tali condizioni si possano realizzare.

Allora, e mi riferisco alle discussioni di questi giorni sul ddl Pillon, non si sta parlando di tutti gli uomini e di tutti i padri ma di situazioni a rischio che devono essere previste in ogni legge che si rispetti, a tutela del bambino e di qualunque altra vittima di violenza.

Il rischio di una certa campagna politica è quella di sempre: dare spazio a fanatismi da una parte e dall’altra. Perciò non posso tollerare che si dica che i figli appartengono alle madri, che sono loro a doverli crescere, così come non posso tollerare che si dica che tutte le denunce per violenza fatte dalle donne siano false. Quel che si nota è che in entrambi i casi si realizza un cortocircuito culturale che spinge entrambe le parti nella stessa direzione. Le mamme chioccia a interpretare esattamente un ruolo patriarcale, dunque a realizzare una norma per tutte, incluso quelle che non vogliono aver cura da sole dei figli, subendo una stigmatizzazione in negativo. I padri violenti a includere nel loro discorso tutti i padri servendosi del bisogno affettivo di tutti per motivare le proprie assurde richieste. In entrambi i casi, per l’appunto, si giunge ad una posizione orribilmente normativa e sessista per chiunque.

Mi scrivono uomini che lamentano la generalizzazione in corso d’opera e che dicono di non condividere i punti del ddl Pillon ma vorrebbero si desse spazio anche alla loro narrazione. Una narrazione che invece viene cancellata da donne che stanno cucendo loro addosso un brutto abito che li definisce tutti. Sostituirsi alla loro voce e dunque sovradeterminarli diventa una azione per nulla femminista. Prendere spunto dalle azioni di padri violenti per opporre una generalizzazione su tutti i padri non è diverso da quel che i maschilisti fanno quando giudicano le donne, tutte, potenziali infanticide.

Spostando l’asse del discorso si ottiene che entrambi giocano la carta del possesso per rivendicare il non rivendicabile. Il bambino è mio, no, invece è mio. Così la voce stessa del bambino, inascoltata per via dei pregiudizi di partenza, viene negata e ignorata.

Renato è un ragazzo di 32 anni che ancora oggi vive con il padre con il quale, così come dice, vive un rapporto splendido. Ha avuto problemi nell’adolescenza quando i genitori divorziarono ma espresse il desiderio di stare con il padre perché lei era una donna dal carattere vivace, diciamo così, e non faceva che rompere cose, battersi i pugni in testa e farsi male. Il clima violento generava incertezze per Renato e lui scappò, prima dalla madre e poi, affidato ai servizi sociali, dalla casa famiglia, fino a quando non festeggiò il diciottesimo compleanno e potè rimanere con il padre. Il mancato ascolto di quel ragazzo non ha alcuna giustificazione e così sarebbe stato nel caso opposto. I figli vanno ascoltati e non stigmatizzati minando la loro credibilità ritenendoli tutti comunque manipolabili. Dipende dall’età e dalle esperienze e non da regole fissate per rinominare le testimonianze come non credibili a priori.

Ascoltando queste persone mi sono chiesta del perché non facciano sentire la propria voce prendendo le distanze da qualunque generalizzazione e tutti mi dicono che quando hanno provato a esprimere perplessità durante una discussione vengono aggrediti da commentatrici che li definiscono “maschilisti”, quando maschilisti non sono, perché scettici e critici nei confronti di alcune posizioni fortemente stereotipate. Mi dicono che restano schiacciati tra due posizioni rigide in cui non c’è spazio per la complessità. Due posizioni che assumono egualmente i toni di una crociata.

Fare alcune distinzioni a me sembra necessario e così vedrete, comunque, come già accaduto, che molt* mi daranno addosso. I maschilisti perché non do ragione a loro e alcune femministe perché se non sei come loro sei contro di loro. Si finisce in ogni caso per viaggiare in branco e chi sta fuori dal branco non viene accettat@ da nessun@. A me però sembrava giusto dirvi queste cose e invitarvi a riflettere sulla genuinità di alcune obiezioni sul carattere pesantemente ideologico di certa comunicazione. Per sottolineare la propria posizione non si può contrastare una generalizzazione con altra generalizzazione. Le donne non sono tutte bugiarde e gli uomini non sono tutti violenti. E’ talmente palese che non ci sarebbe proprio bisogno di dirlo ma tant’è.

 

Leggi anche:

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