Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze, Raccontare il femminismo

Raccontare il femminismo: rileggere le proprie esperienze per recuperare autostima

Foto, purtroppo censurata perché già cancellata da Facebook, di Flora Negri. Ritrae donne in lotta contro la cultura dello stupro. QUI la versione non censurata.

 

Oggi voglio raccontarvi come il femminismo ha influenzato positivamente il mio punto di vista e come tale influenza mi ha arricchito e mi ha dato la possibilità di vedere tutto in modo diverso, più chiaro, più vero.

Qualcuno potrebbe pensare che il femminismo non sia utile nelle nostre vite ma quel che ho compreso è che senza di esso io sarei ancora ad autoflagellarmi nella convinzione che tutto fosse colpa mia. Ogni danno subito, ogni molestia, ogni violenza. Tutta colpa mia.

Perché il femminismo agisce sulla cultura e dà voce ai soggetti che così trovano la forza per rinominarsi e riconoscersi in altre mille esperienze di resistenza attiva. Le voci delle donne sono quelle che sono arrivate anche a me e mi hanno dato forza. Mille voci come mille braccia a sostenerti per darti sicurezza, per dirti che non sei pazza e che non sei sola.

Ancora oggi credo che il femminismo sia un punto di forza per molte. Lo è perché la cultura continua ad essere infettata dal morbo maschilista. Lo stesso morbo che ti fa credere di non aver capito bene quel che ti succede.

Quando nasci femmina non parti da zero. Hai già un peso enorme da portare sulle spalle. L’educazione fatta secondo stereotipi sessisti, i modelli culturali disegnati per farti sembrare una perfetta idiota quando ti ribelli, i ruoli imposti fin dalla prima infanzia.

Sono nata femmina e sono sempre stata molto felice di questo. Ho accolto il mio sesso e ho determinato il mio genere. Ho vissuto liberamente il mio orientamento sessuale e tutto consegue ad una lotta costante che corrisponde ad una costante ricerca di me.

Femmina, dunque madre e moglie. Da istruire per ottenere la propria indipendenza e questo era un passo avanti rispetto alle prospettive offerte da altre famiglie. Il mondo esterno però era un’altra cosa. L’intimità era un’altra cosa. Vedevo la prepotenza come segno di sicurezza. Immaginavo che la gelosia fosse un elemento utile nelle relazioni. Il fatto che io non fossi gelosa mi faceva sentire anormale ma ero solo io.

A scuola una toccata di culo era segno di interesse. Eccerto, perché se non ti toccano il culo puoi essere certa che non piaci. Questo il mondo circostante mi insegnava. La parolaccia con chiaro riferimento sessuale non mi faceva ridere. Arrossivo e mi dicevano che ero troppo timida per apprezzare. Quando un tale mi mise spalle al muro e provò a baciarmi e toccarmi io rividi le mille scene dei drammi con protagonisti che si amano in seguito a quella che oggi posso serenamente chiamare una violenza. Non un approccio, non una prova. Una violenza, questo era.

E stupida io che dissi di no. Avrei dovuto dire “forse”? Poi mi dissero che era stata una verifica. Ero risultata idonea alla serietudine. Ma non mi sentivo “seria” affatto, solo non volevo essere oggetto delle scelte e dei desideri altrui quando non li condividevo affatto. Un altro chiuse la porta dietro di se e disse “ora non puoi resistere”. Riuscì a toccare le mie labbra e a stropicciare il mio corpo ma mi dimenai e dopo, quando lo accusai di violenza, tutti dissero che era un così bel ragazzo e avrei dovuto sentirmi lusingata per il suo interesse.

Di contro se non gliela davi dicevano che ero una che voleva conservare la verginità per il matrimonio. Di fatto non era così ma chi poteva opporre allo stereotipo della puttana qualcosa di diverso da quello della santa? Ho avuto la mia prima relazione sessuale presto e non me ne pento. L’ho scelto e mi è piaciuto quella e mille altre volte dopo. Le mie letture mi facilitavano. Chi avrebbe mai detto che leggere delle riunioni di autocoscienza tra donne, del loro modo di condividere suggerimenti sulla contraccezione e poi sull’interruzione di gravidanza mi avrebbe facilitato nel trovare una mia consapevolezza sessuale?

Qualche tempo dopo per un preservativo rotto rimasi incinta e a quello, causa mentalità comune, seguì un matrimonio riparatore naufragato tra le botte e i mille oggetti frantumati contro le pareti. Il mondo diceva che dovevo sopportare in nome della famiglia eccetera ma io mi ribellavo perché ogni giorno leggevo di donne morte ammazzate o massacrate a legnate dai mariti e l’idea di finire come loro non mi piaceva. Solo quando la violenza divenne un tentato omicidio il mondo mi osservò in modo differente. Perché il mondo perdona una donna vittima di un uomo irriducibile. Si dice che a quel punto sia lui che non tiene alla famiglia. Il giudizio cambia a seconda dei punti di vista, tra un “fra moglie e marito non mettere il dito” e un “ma è stato solo uno schiaffetto”, ma c’è una sorta di compassione paternalista per le donne che sono vittime di violenze. Poverina, le è capitato uno tutto fuoco e passione e gelosia che andava tanto di moda trent’anni prima ma non con me.

Essere soffocata, perseguitata, stalkerizzata, controllata, non fa parte delle scelte d’amore. Se non avessi letto di femminismo non sarei sopravvissuta, giuro. Il femminismo mi ha salvato la vita. Ho combattuto contro i miei sensi di colpa, tantissimi, contro i pregiudizi e contro chi ancora vedeva la ribellione delle donne come un segnale di pericolo per il mondo passato. Non tutto è lineare in queste cose. Accogliere la complessità è un vantaggio. Si passa dal sentirsi vittime al riconoscersi come soggetti attivi che scelgono di smettere di essere tali. L’azione del cambiare strada implica ovviamente un tempo in cui ci si rimette in discussione. Si mette in discussione ogni valore di cui siamo state nutrite fino a quel momento. Non consideri romantico il fatto di essere molestata. Non ritieni gentile una presenza che ti soffoca. Ma per arrivare a quel punto devi uccidere il percorso che ti ha portato fin lì. Devi passare dalla fase di resistenza ribelle a quella di persona che pretende di non dover più resistere nel proprio privato.

Il mondo diventa diverso. Lo stronzo che ti insegue mentre tu vai in bicicletta è uno stronzo e non un corteggiatore mancato dal quale ti senti lusingata. Colui che ti molesta su un treno notturno e ti prende la mano per farsi fare una sega non è uno bisognoso di esprimere sentimenti e attenzioni ma è un molestatore. Sapete quanto sia difficile alzarsi in piedi, accendere la luce e guardare in faccia il tizio che voleva usarti come seghista non consensuale? E’ difficile alzare la voce e dire “questa sono io”. Ti dicono che vuoi attirare l’attenzione, che crei problemi, che rovini l’atmosfera, che sei esagerata, in fondo che vuoi che sia. Ti dicono che non puoi denunciare il tuo datore di lavoro molesto perché altrimenti rischi di perdere l’impiego.

E’ difficile perché è un po’ come fare vertenza quando qualcuno vuole fregarti nel lavoro. La società, l’impresa, qualunque cosa sia, che riceve notizia di vertenza ti usa come esempio in negativo per intimidire le colleghe. Ti consuma un tanto al giorno, meticolosamente, ricoprendoti di insulti e di messaggi minacciosi. Finisce che il lavoro lo perdi e che nessuno del settore ti assumerà più. Siamo in Italia e dunque nel luogo in cui può lavorare solo l’amico del figlio dell’amico del figlio del consuocero e del nipote acquisito. La vertenza nasce come modalità “civile” di porgere una rivendicazione affinché sia accolta e soddisfatta.

La vertenza è un atto di ribellione quando tu vuoi dire che quel che ti succede non ti sta bene e vuoi godere di maggiori diritti. Ma non esiste un sindacato per noi che sintetizzi le regole civili da proporre alle istituzioni che ti considerano un ammortizzatore sociale e agli uomini che vogliono comunque conservare il proprio ruolo di superiorità. Non sconfiggi le oppressioni se prima non le riconosci come tali. Se gli operai non si fossero dati forza l’un l’altro non sarebbero scesi in piazza e non avrebbero chiesto alcun diritto.

Il femminismo rappresenta quella forza perché raccoglie le idee di lotta di tantissime donne, spesso in conflitto tra loro ma comunque in grado di comunicare e di combattere per esigere un reale riconoscimento. Per questa e per molte altre ragioni il femminismo è puro ossigeno. Come sempre, però, se non comprendi che il tuo respiro è monco e che quell’ossigeno serve anche a te, in quel caso il femminismo lo guardi come entità lontana o come mezzo di indottrinamento. I maschilisti dicono che sia un mezzo per creare l’oppressione della donna sull’uomo. Come dire che i neri vogliono creare un sistema di oppressione per i bianchi. Il femminismo è liberazione e non un mezzo per schiavizzare qualcuno.

Liberarsi comprende uno sforzo inimmaginabile. Riconoscere di essere soggetti oppressi, cercare di trovare ciascuna una propria via di liberazione, mai l’una uguale all’altra perché puntiamo a libertà diverse, è faticoso e ha un prezzo. Il mio concetto di libertà non è detto che debba somigliare a quello di un’altra. Liberarsi significa non tradurre il nostro mezzo di liberazione in dogma. Chi ritiene che “libertà” corrisponde alla visione di poche persone – perciò le rappresentanze sono il male – non è divers@ dall’atteggiamento imperialista, colonialista e bellicoso degli Stati Uniti D’America nei confronti di altre nazioni da “civilizzare”. Cambiare senza aver cura di considerare il proprio equilibrio non serve a molto, secondo la mia esperienza. Alla fine si torna indietro e l’andirivieni costituisce un ostacolo che appare insormontabile.

Io spero che le ragazze capiscano prima e meglio quel che le rende libere, ciascuna a modo proprio, perché essere libere di scegliere è un fatto fondamentale per avvicinarsi non dico alla felicità assoluta ma almeno al mantenimento della propria integrità. Così respiri, piena, integra, più sicura. E no, non sto facendo uno spot per un assorbente. Si chiama femminismo ed è una lente fucsia che ci permette di vedere il mondo in modo molto diverso. Ci permette di assumere la coscienza di genere. Coscienza di razza e coscienza di classe non possono infatti stare da sole. La coscienza di genere è un fondamento per la costruzione di individu* liber*. Il femminismo diventa i femminismi. Il mio femminismo è intersezionale, ma questo, suppongo, lo sapete già.

Grazie per aver letto fin qui.

Alla prossima.

Leggi anche:

Il Capitolo uno su stereotipi di genere e privilegi
Il Capitolo due su cultura dello stupro vs consenso
Il Capitolo tre su ricatto sessuale e omertà
Il Capitolo quattro su Diritto all’istruzione, stereotipi e molestie
Il Capitolo cinque su (Di madre in figlia) L’obbligo di adempiere alle convenzioni sociali
Il Capitolo sei su Il divieto per le donne di ricevere l’eredità e di essere economicamente indipendenti
Il Capitolo sette su  Secoli di torture e stupri sulla pelle delle donne
Il Capitolo otto su Dal reato di adulterio alla legge per il divorzio
Il Capitolo nove su Il corpo giovane e quello “vecchio”
Il Capitolo dieci su Violenza domestica e violenza di genere

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