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Raccontare il femminismo: violenza domestica e violenza di genere

 

Alla fine degli anni ottanta e per tutti gli anni novanta la violenza domestica non veniva trattata all’insegna della prevenzione. Eppure era logico immaginare quali fossero le strategie violente e di persecuzione di un coniuge fragile, spesso dipendente economicamente e con un figlio che diventava la priorità assoluta giusto per non privarlo di un tetto e di un sostentamento vitale.

Vi faccio un esempio pratico: lui la picchia e i vicini, sempre che a loro interessi, chiamano la polizia o i carabinieri. Questi arrivavano e ascoltavano la versione del violento il quale riduce tutto ad uno schiaffetto e al solito detto “tra moglie e marito non mettere il dito” o “ma si, si litiga, come in tutte le coppie normali”. Di violenza assistita ai danni del figlio non si parlava per nulla. La definizione di normalità in casi di violenza era supportata da una mentalità del tutto legittimata e mai messa realmente in discussione.

Dunque i militari chiedevano alla vittima cosa fosse successo e lei, naturalmente, non poteva dire granché ben sapendo che avrebbe subito da parte del violento delle ritorsioni. Frasi come “hai visto che mi hai fatto fare? hai portato i carabinieri in casa… non te lo perdonerò mai…” e via di seguito venivano pronunciate frequentemente. Solo nel 2001 la legge permise di effettuare l’allontanamento da casa del violento in caso di litigi e violenze. L’allontanamento di per se’ non durava mai e tutto dipendeva ovviamente dal fatto che la figura non fosse strettamente legata ai militari, ad una classe agiata o ad un contesto omertoso e protettivo per lui.

In ogni caso l’allontanamento fu la prima cosa che permise alle donne di respirare almeno per qualche giorno. Diversamente la vittima poteva contare solo su se stessa perché i suoceri appoggiavano generalmente il violento e i genitori non intendevano interferire a meno di non vedere la vittima massacrata pur sperando che tutto si aggiustasse per “tenere unita la famiglia” perché “il figlio ne avrebbe risentito” e perché “è compito della donna mantenere l’armonia familiare”. Molti i casi di tentativi di suicidio dovuti al fatto che così la vittima poteva almeno sfuggire alle violenze il tempo necessario a essere curata in ospedale.

I lividi si nascondevano. Non esistevano i social network e nessuna poteva contare su commenti positivi da parte di persone sensibili. I centri antiviolenza erano stati messi in piedi a metà degli anni novanta e non erano presenti in molte aree salvo alcune città. Dunque non c’erano rifugi, non c’era una cultura del supporto e della solidarietà e la sensibilità sociale era quasi inesistente. Le più fortunate potevano contare sull’aiuto dei genitori e tornavano a vivere in famiglia senza poter elaborare lucidamente il lutto e senza poter ricominciare da capo. La cosa variava di famiglia in famiglia.

Alcune poterono riprendere gli studi o cercare un lavoro e ricevere l’aiuto di altre donne di famiglia nella cura del figlio. Fissata la volontà di ottenere una separazione c’erano vari stadi da superare. A quell’epoca erano necessari tre anni di separazione continuata per ottenere il divorzio. Si fissava un contributo, un mantenimento, da parte del coniuge violento per il figlio e la questione diventava sempre più complicata.

In presenza di una denuncia per violenza domestica il fatto di dover comunque dipendere economicamente dal violento era ed è tuttora un controsenso. Ma quando fu pensata la legge sul divorzio i cattolici influirono molto nelle decisioni parlamentari e dunque prolungare l’attesa e non spezzare il legame era un piano per evitare la rottura della “famiglia naturale” e continuare a pensare all’uomo come sostituto di un welfare inesistente e di mancanza di reddito e lavoro per le donne era il solito rimedio patriarcale.

Incidentalmente tutto ciò cozzava contro altri procedimenti paralleli che riguardavano l’affido dei figli. Il figlio veniva affidato alla madre quale unica persona obbligata a mantenere il ruolo di cura. La madre più spesso non riceveva alcun sostegno dall’ex marito il quale scambiava il pretesto di vedere il figlio con il ricatto perenne contro la ex moglie contattata a scopo di persecuzione. Molti uomini non pagavano alcunché e ritenevano il figlio come un orpello da lasciarsi alle spalle addebitando la conseguenza di tanta irresponsabilità alla ex moglie (“è colpa tua!”).

Non esisteva la legge sullo stalking e i comportamenti molesti non venivano presi in considerazione come segnali di tanti femminicidi annunciati. Il numero di violenze sommerse non si contavano e le poche che arrivavano in tribunale subivano vari strattoni perché le istituzioni patriarcali mal tolleravano le rotture familiari, le reazioni delle donne, il divorzio descritto alla stessa stregua di un intervento diabolico ordito contro il padre padrone.

Non poche le donne che preferivano ritirare le denunce perché non avevano soldi per pagare gli avvocati e perché non volevano suscitare reazioni moleste negli ex sempre armati di mezzi ritorsivi. Ma di certo il punto cruciale era la totale mancanza di una strategia preventiva che giocasse un importante ruolo nella lotta contro una cultura maschilista e violenta che metteva le donne in subordine rispetto all’uomo.

Ottenere che pacificamente un uomo si occupasse dei figli mentre le donne si godevano un week end libero era un fatto raro. Nelle separazioni non consensuali non c’era uomo che volesse tenere i figli per lasciare le donne libere di vivere altre storie, per esempio. Anzi. Mentalità comune voleva che i figli restassero incollati alla madre ben sapendo che questo impegno avrebbe impedito loro di rifarsi una vita alla stessa velocità impiegata dagli uomini senza particolari doveri.

Una battaglia femminista è stata ed è quella volta ad ottenere la equa divisione dei lavori di cura. I figli non possono soltanto essere responsabilità della madre e i padri devono occuparsene di più e farlo senza opporre ricatti nei confronti delle donne. Questo argomento è abbastanza controverso perché esistono contesti reazionari che pretendono che i figli non siano mai disuniti dalle madri ed altri che invece lottano affinché le donne recuperino un tot di indipendenza altrimenti impossibile da ottenere.

La legge sullo stalking arrivò nel 2006/7, se non erro, e da lì ricordo molte battaglie e tante donne in piazza a cercare di ottenere attenzione per un fenomeno sempre crescente: il femminicidio. Il termine non indica “l’omicidio della femmina” ma una particolare dose di violenza diretta a opprimere la donna in quanto donna, ovvero per il ruolo di genere a lei imposto. Il concetto di “violenza di genere” otterrà attenzione solo negli anni a venire, intendo proprio tanti anni, e ancora oggi è quasi un tabù con molti detrattori i quali ne negano l’origine e dunque anche le risoluzioni.

La violenza è di genere quando è imposta sulla base delle imposizioni di ruoli stereotipati e sessisti connessi ad un particolare “genere”. Tra queste violenze possiamo includere quelle omofobiche, transfobiche, contro uomini che sfuggono il maschilismo e contro donne che non vogliono seguire le imposizioni di genere. L’inclusione di più soggetti in quanto vittime di tale violenza non piace ad alcune sedicenti femministe le quali pretendono di avere il monopolio della vittimizzazione di tutte le donne attribuendo loro proprio tutto ciò – fragilità, sensibilità innata e incapacità di difesa o attacco – che proprio la cultura patriarcale ci attribuisce.

Quando il femminismo intersezionale mise in connessione la violenza di genere come elemento connesso alla violenza razzista sulle donne migranti e alla violenza di classe si aprì il vaso di pandora e venne fuori il fatto che le uniche a detenere diritto di parola in questo senso fossero le donne bianche, etero, cis, ricche, borghesi. A nessuna di loro era mai venuto in mente di tenere conto dell’intersezione tra genere, classe, razza, parlando di violenza domestica. Anzi: usavano il tema per eludere responsabilità politiche in fatto di precarizzazione del lavoro e di marginalizzazione delle donne migranti. C’erano donne bianche che usavano la colonizzazione culturale come riferimento per imporre alle donne migranti il proprio modello di “liberazione”.

La lotta contro la violenza domestica divenne un pretesto per evitare che le donne si occupassero di violenza di classe e lotta anticapitalista. La loro premessa era che tutte le donne avessero in comune lo stesso intento senza considerare le differenze e soprattutto il fatto che nessuno le aveva elette quali rappresentanti delle donne. Sentir parlare una donna di destra, violenta con le migranti e priva di considerazione per altre istanza delle donne (per es: l’aborto, la libertà sessuale, etc), di femminicidio ha fatto si che il termine stesso venisse svuotato di significato e diventasse un muro dietro il quale ultracattoliche antiabortiste e omofobe si nascondevano.

D’altronde le discussioni parlamentari lo dimostrano. Va bene usare il termine “femminicidio”, inteso erroneamente come omicidio della femmina, ma non va bene parlare di violenza di genere. Anzi: negli ultimi anni avrete visto quanto impegno gli integralisti cattolici hanno impiegato nel distorcere i contenuti di una lotta sacrosanta e nel criminalizzare quel che loro chiamano “gender“.

Di fatto loro pensano di poter fare coincidere il sesso con il genere. Nasci donna e dunque resti donna con tutti gli stereotipi e i ruoli sessisti che possono esserti imposti. In realtà c’è grande differenza tra sesso, quello biologico, genere, quel che tu vuoi essere, orientamento sessuale, chi o quel che a te piace in termini sessuali.

La legge sul femminicidio approvata poco tempo fa prosegue esattamente questa linea. Non serve a nulla sul piano preventivo perché pare che molti non abbiano ben chiaro il fatto che la violenza di genere è tale (prendi lo stupro per esempio) perché legittimata dalla cultura dello stupro, quella maschilista e sessista e patriarcale. Se non riconosciamo la radice di quella violenza non potremo mai combatterla ad armi pari. In tutto ciò, grazie a molte campagne femministe, molte più donne e anche tanti uomini sono oggi coscienti di quel che subiscono o infliggono. La sensibilità è un po’ cambiata e da ciò dipende anche una diversa strategia istituzionale. Non che progredisca in tempo, anzi. Sempre in ritardo e con aggiustamenti che tendono alla conservazione di antichi privilegi.

Il resto alla prossima.

 

Leggi anche:

Il Capitolo uno su stereotipi di genere e privilegi

Il Capitolo due su cultura dello stupro vs consenso

Il Capitolo tre su ricatto sessuale e omertà

Il Capitolo quattro su Diritto all’istruzione, stereotipi e molestie

Il Capitolo cinque su (Di madre in figlia) L’obbligo di adempiere alle convenzioni sociali

Il Capitolo sei su Il divieto per le donne di ricevere l’eredità e di essere economicamente indipendenti

Il Capitolo sette su  Secoli di torture e stupri sulla pelle delle donne

Il Capitolo otto su Dal reato di adulterio alla legge per il divorzio

Il Capitolo nove su Il corpo giovane e quello “vecchio”

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1 pensiero su “Raccontare il femminismo: violenza domestica e violenza di genere”

  1. Salve a tutti/e, sarò piuttosto lungo e me ne scuso.

    Affidamento parziale dei figli ai padri affinchè le donne possano godersi la vacanza di relax, per potersi rifare una vita, ecc.? Sacrosanto, ci mancherebbe. Ma non c’è solo quello: che un uomo possa sentire il desiderio di coltivare la propria paternità con i figli non è di vostro interesse? Perchè vedete questo problema solo ed esclusivamente nell’ottica di desideri ed esigenze materne? Io condivido la descrizione di alcuni dei temi che affrontate ma, davvero, riguardo le separazioni e l’affidamento dei figli sono in forte disaccordo. Affidarli per parte del tempo al padre avrebbe la precipua e (sembra, leggendo l’articolo) quasi esclusiva finalità di alleviare la madre di un peso? E che un/una bambin* possa (e non per forza “debba”, beninteso) usufruire di una bigenitorialità, dell’amore ANCHE di un padre, non sarebbe un’altra priorità? Mi pare che non ne abbiate parlato. E che un padre, essendo anch’egli genitore (la genitorialità non è fatta solo di obblighi come “per questo weekend ti appioppo i figli, ora veditela tu”, ma anche e soprattutto di amore e di desiderio di condivisione di spazi e di tempi tra genitori e figli), voglia costruire e consolidare il rapporto (unico per i figli, come lo è quello con la loro madre) con i propri bambini/ragazzi, non è anch’esso una priorità? E d’accordo che INCIDENTALMENTE, con un affido condiviso, questi ultimi due obiettivi sono teoricamente (e mi auguro anche in senso pratico) raggiunti. Però non ritenete giusto battervi per l’affidamento paritario dai figli anche direttamente in quest’ottica, senza focalizzarvi quasi solo sui benefici che ne trarrebbero le madri? (Vero peraltro che la cura 24h/24 senza grossi aiuti dall’esterno è opprimente, difatti non contesto questo beneficio che riconoscete all’affido condiviso nell’articolo).

    A me pare che il concetto “l’affidamento condiviso serve per non opprimere le madri”, se non coadiuvato da altri concetti a mio avviso parimenti sacrosanti, possa portare a derive pericolose in ambito familiare, forse anche socio-relazionale: se una donna non ha problemi a gestire per il 100% del tempo i figli, l’affido può diventare tranquillamente esclusivo a suo carico, senza tenere conto delle esigenze dei bambini (salvo casi particolari di vessazioni su di loro da parte di uno dei due genitori) di mantenere il legame con entrambi i genitori (non sempre esprimibili a parole dai figli)? Se una donna fosse felice di esercitare il ruolo materno concretamente senza interruzioni (più che legittimo, sia chiaro, ma dopo una separazione – specie se consensuale – sarebbe a mio avviso cosa buona giungere a compromessi tra ex-coniugi con prole), il padre potrebbe rimanere tagliato completamente fuori dalla vita e dalla crescita dei propri figli?

    In soldoni, nel vostro articolo mi sarebbe piaciuto leggere frasi inerenti allo smantellamento (che giudico un’ottima battaglia femminista) dei ruoli di genere, con la madre non più come esclusiva fornitrice di cure genitoriali e di accudimento e, contemporaneamente, con la riscoperta del valore affettivo-formativo del legame che i figli possono mantenere e coltivare ANCHE con il proprio padre. Non voglio suggerirvi come e cosa scrivere nelle vostre pagine, ci mancherebbe, lo spazio web non è il mio. Solo che, da maschio (e probabilmente anche da femmina, con uno sforzo di immedesimazione nel lettore dell’altro sesso), trovare tratteggiata la figura genitoriale maschile come mero strumento di affermazione della libertà e dell’autonomia femminile mi ha lasciato l’amaro in bocca. Gradirei (eventuali) confutazioni della mia argomentazione, se è possibile.

    Volevo precisare che non ho il dente avvelenato verso una qualche donna nello specifico, men che meno queste faccende mi riguardano in maniera diretta, dato che ho 22 anni e sono ben lungi dallo sposarmi e dal diventare padre (non si interpreti questa frase come un rigetto aprioristico della paternità e della relazione sentimentale con una ragazza/donna: tutt’altro).

    Per concludere, probabilmente non avevate l’intento (più o meno celato) di considerare la discrezionalità materna come unica facoltà decisionale nella dinamica dell’affidamento dei figli, ma ritengo che il vostro articolo contenga le fallacie concettuali che ho descritto. Fatemi sapere, se vi va, cosa pensate a proposito del mio post. Grazie anticipatamente e scusate per la prolissità. Alessandro.

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