Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Raccontare il femminismo

Raccontare il femminismo: dal reato di adulterio alla legge per il divorzio

Proviamo a fare una sintesi delle leggi che bene o male ci hanno creato molti problemi. Potreste dare per scontato ciascun diritto di cui ora fruite. Così non è. E’ servito tanto tempo per fare in modo che le donne fossero considerate persone dentro e fuori la famiglia. Serve ancora del tempo per assicurarci che i diritti guadagnati non vengano smantellati da chi vuole portarci indietro. Alle leggi che seguono potreste aggiungere la legislazione sulla discriminazione delle donne nel lavoro. Si tratta sempre di roba recente, non credete. Se vi viene in mente altro ditemi.

Andiamo con ordine. Per esempio:

Adulterio

L’infedeltà coniugale nel diritto italiano era disciplinata dagli articoli 559 e 560 del codice penale, che prevedevano rispettivamente le fattispecie di adulterio e concubinato. Per la moglie costituiva reato il semplice adulterio, che vedeva punito anche l’amante della donna. La pena era prevista in misura maggiore nel caso di relazione adulterina di maggiore durata. Il delitto era punibile a querela del marito.

Quando a commettere il reato era il marito, invece, l’infedeltà era punita solo nel caso in cui avesse tenuto una concubina nella casa coniugale o altri luoghi noti.

La Corte costituzionale esaminò le proposte di modifica e più tardi – con sentenza 19 dicembre 1968, n. 126, – ha dichiarato incostituzionali i commi primo e secondo dell’art. 559 c.p. (reato dell’adulterio semplice compiuto dalla moglie).

La Corte fece ulteriori modifiche con sentenza 3 dicembre 1969, n. 147, e dichiarò incostituzionali sia i commi terzo e quarto dell’art 559 c.p. (reato di relazione adulterina della moglie), sia l’art. 560 (concubinato del marito).

Delitto d’onore

Strettamente connesso alla faccenda dell’adulterio è il delitto d’onore. Si trattava di un tipo di reato caratterizzato dal movente di chi lo aveva commesso. Il reato legittimava la salvaguardia dell’onore, della reputazione, nei contesti familiari, matrimoniali, elle relazioni sessuali.

In Italia, sino alla fine del XX secolo, un delitto commesso al fine di salvaguardare l’onore (ad esempio l’uccisione della coniuge adultera o dell’amante di questa o di entrambi) era sanzionato con pene inferiori rispetto ad un omicidio di diverso movente. Si riconosceva infatti che l’offesa all’onore arrecata da una condotta “disonorevole” valeva di gravissima provocazione, e la riparazione dell’onore non causava alcun biasimo da parte della società.

Il testo originario della norma diceva:

Codice Penale, art. 587
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.

L’art. 587 del codice penale consentiva quindi che fosse ridotta la pena per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia”. La circostanza prevista richiedeva che vi fosse uno stato d’ira (che veniva in pratica sempre presunto, un po’ come per il fantomatico “raptus dei giorni nostri, retaggio di decenni che furono).

Dopo il referendum sul divorzio (1974), dopo la riforma del diritto di famiglia (legge 151/1975), e dopo il referendum sull’aborto, le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate con la legge n. 442 del 10 agosto 1981.

Matrimonio riparatore

Per matrimonio riparatore si intende una soluzione adottata per sistemare una “situazione” ritenuta, per una ragione o per l’altra, disonorevole per le persone coinvolte. Praticamente si trattava di un matrimonio forzato (più spesso) a seguito di uno stupro.

Nella Bibbia, notoriamente femminista (oh certo!) si legge:

«(23)Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, giace con lei, (24) condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete a morte: la fanciulla, perché, essendo in città, non ha gridato, e l’uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così estirperai il male in mezzo a te. (25) Ma se l’uomo trova per i campi la fanciulla fidanzata e facendole violenza giace con lei, allora dovrà morire solo l’uomo che è giaciuto con lei, (26) ma non farai nulla alla fanciulla. Nella fanciulla non c’è colpa degna di morte: come quando un uomo assale il suo prossimo e l’uccide, così è in questo caso, (27) perché egli l’ha incontrata per i campi. La giovane fidanzata ha potuto gridare, ma non c’era nessuno per venirle in aiuto. (28) Se uno trova una fanciulla vergine che non sia fidanzata, l’afferra e giace con lei e sono colti in flagrante, (29) l’uomo che è giaciuto con lei darà al padre di lei cinquanta sicli d’argento; ella sarà sua moglie, per il fatto che egli l’ha disonorata (…)»
(Deuteronomio, 22,23-29)

Il versetto (29) è una delle prime attestazioni del costume del “matrimonio riparatore”: era concepito come una forma di risarcimento per la donna, che avendo perduto l’onore, non sarebbe più potuta essere presa in moglie da nessun altro uomo.

Il costume del matrimonio riparatore sopravvisse nella cultura occidentale fino a tempi molto recenti: in Italia fino al 1981, allorché un uomo commetteva, nei confronti di una donna nubile e illibata, stupro o violenza carnale punibile con la pena prevista dall’art. 519 e segg. del codice penale, per evitare il processo o per far cessare la pena detentiva inflitta, poteva offrire alla ragazza il matrimonio riparatore cancellando così ogni effetto penale e sociale del suo delitto (art. 544 cod. pen., ora abrogato). Se la ragazza rifiutava la riparazione offerta subiva il disprezzo sociale, e non si sarebbe più sposata.

Lo stupratore, affinché potesse fruire del beneficio di legge, doveva offrire il matrimonio alla ragazza addossandosi altresì tutte le spese della cerimonia e senza poter pretendere alcuna dote. Questa barbarie è stata legalmente abolita nel 1981 attraverso l’abrogazione dell’art. 544 del codice penale (art. 1 L. 5/8/1981, n. 442).

La prima donna italiana a ribellarsi al matrimonio riparatore fu la siciliana Franca Viola nel 1966, rifiutandosi di sposare il suo rapitore e stupratore.

Legge sulla violenza sessuale

La originaria previsione del codice penale distingueva tra due distinte fattispecie delittuose:

la violenza carnale;
gli atti di libidine violenti.

Entrambi i delitti erano previsti nel Libro II, Titolo IX, Capo I del codice, sotto la rubrica “Dei delitti contro la libertà sessuale”, nell’ambito della categoria dei “Delitti contro la moralità e il buon costume”.

Congiunzione carnale violenta. Si trattava di un reato in due tempi, il primo rappresentato dalla costrizione violenta o minacciosa, il secondo dall’atto materiale della congiunzione carnale.

Gli “Atti di libidine violenti”, previsti dall’art. 521 c.p., si distinguevano dalla violenza carnale, sul piano del reato, così l’azione sanzionata consisteva soltanto nel compimento di “atti di libidine diversi dalla congiunzione carnale” ed essi erano puniti con una pena ridotta di un terzo. Sostanzialmente se c’era penetrazione era considerata congiunzione carnale violenta altrimenti erano solo cazzatine.

Con la legge del 15 febbraio 1996, n. 66, si cancellò la differenza che ho citato (tutto quel che è abuso sul corpo a fini sessuali è violenza sessuale e non v’è differenza a seconda dei centimetri di penetrazione) e tutto ricadde sotto la categoria dei delitti contro la persona (precisamente quelli contro la libertà personale), ponendo in rilievo il carattere offensivo delle condotte violente nei confronti del bene giuridico della libertà sessuale e non più di quelli della moralità e del buon costume. Tutto ciò ora è disciplinato dagli artt. 609-bis e seguenti c.p.

L’art. 609-septies c.p. prevede che lo stupro e altra violenza sessuale siano perseguiti solo dopo che la vittima abbia presentato querela di parte. Per presentare tale querela, la vittima ha sei mesi dalla data del reato. Oltre la scadenza dei sei mesi, il reato non è perseguibile. Se la vittima presenta querela nei tempi stabiliti (sei mesi dal reato) il reato può comunque andare in prescrizione, regolata dall’art. 157 c.p. (15 anni). Le pene previste vanno dai cinque ai dieci anni o dai sei ai dodici anni a seconda della gravità del reato. Va ricordato il fatto che nel caso in cui la vittima fosse in stato di confusione, ubriaca, drogata, non abile mentalmente e fisicamente, lo stupratore dovrebbe essere punito con il massimo della pena senza attenuanti. Nella nostra cultura invece se una donna non è pienamente lucida viene perseguitata e braccata come colpevole.

Aborto

La legge italiana che regola l’accesso all’aborto è quella del 22 maggio 1978, n. 194, approvata dal parlamento dopo vari anni di mobilitazione per la decriminalizzazione e regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. La legge arrivò anche grazie ad una enorme raccolta di firme per l’abrogazione degli articoli del codice penale riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Da dire che dopo secoli infine, la Corte Costituzionale, nel 1975 consentiva il ricorso all’aborto per motivi molto gravi.

La legge 194 consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica. La legge 194 istituisce inoltre i consultori come istituzione per l’informazione delle donne sui diritti e servizi a loro dovuti, consigliare gli enti locali, e contribuire al superamento delle cause dell’interruzione della gravidanza grazie alla prevenzione con una informazione precisa sui metodi contraccettivi. La legge stabilisce che le generalità della donna che ricorre all’IVG rimangano anonime. Il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza (purtroppo e con cifre altissime di obiettori che impediscono la corretta applicazione della legge). La legge dice anche che, tuttavia, il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza quando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

Questa legge è stata confermata dagli elettori con una consultazione referendaria il 17 maggio 1981.

Ius Corrigendi

Lo ius corrigendi era: l’esercizio del diritto della violenza correzionale sulla moglie da parte del pater familia. Nato nel mondo romano, promosso facilmente nel medioevo, permetteva all’uomo di usare violenza perché la donna era considerata debole, e quindi andava protetta e corretta anche con la forza.

«L’uomo era condannabile se esagerava: si consigliava all’uomo la moderazione e alla donna la pazienza.».

Soltanto nel 1956 la Corte di Cassazione fa decadere l’art. 571 (ius corrigendi): il marito perde il potere educativo e correttivo del pater familia che comprendeva anche la costrizione fisica sulla moglie e nei confronti dei figli.

Pater Familias

Tale figura era prevista fino a poco tempo fa. Si trattava di un padre e padrone (avente la patria potestà che solo oggi chiamiamo potestà genitoriale, di entrambi i genitori e non solo del padre).

Così si poteva considerare il capo famiglia nell’antica Roma. Era il capo indiscusso di tutto il clan, a lui erano sottomessi la moglie, i figli, gli schiavi, le nuore. Su tutti costoro egli aveva la patria potestas, potere che conservava vita natural durante e che comportava enormi facoltà insieme ad un potere punitivo che si estendeva fino alla vitae necisque potestas, al diritto di vita o di morte, come a quello di venderl@ come schiavo.

Più recentemente ricorderete come la figura del “capo famiglia” descrivesse solo l’uomo.

Il ruolo del pater familias fu cancellato definitivamente nel 1975 con l’approvazione (e menomale) del nuovo diritto di famiglia.

Diritto di famiglia

La riforma del diritto di famiglia italiano è del 1975. Le norme modificarono sostanzialmente la disciplina del diritto di famiglia attraverso la modifica e l’integrazione di alcuni articoli del codice civile italiano.

Le norme:

Legge 8 marzo 1975, n. 39 (“Attribuzione della maggiore età ai cittadini che hanno compiuto il diciottesimo anno e modificazione di altre norme relative alla capacità di agire e al diritto di elettorato”);
Legge 19 maggio 1975, n. 151 (“Riforma del diritto di famiglia”).

Tra le modifiche sostanziali apportate, vi furono:

il passaggio dalla potestà del marito alla potestà (ora “responsabilità genitoriale”) condivisa dei coniugi (come già detto sopra);
l’eguaglianza tra coniugi (si passa dalla potestà maritale all’eguaglianza fra coniugi);
Il regime patrimoniale della famiglia (separazione dei beni o comunione legale/convenzionale);
la revisione delle norme sulla separazione personale dei coniugi (dalla separazione per colpa alla separazione per intollerabilità della prosecuzione della convivenza);
l’abbassamento dell’acquisizione della maggiore età da 21 a 18 anni.

Fino a poco tempo prima l’uomo era a capo di tutto, non esisteva uguaglianza tra coniugi, la gestione del patrimonio della donna (ereditato) passava comunque al marito, una donna poteva essere ripudiata, giammai separata. Ricordo che ancora oggi le donne che vogliono separarsi vengono a volte uccise dagli ex mariti che non accettano la separazione. La mentalità maschilista continua a legittimare la cultura che privilegia le scelte dell’uomo in ogni circostanza.

Divorzio

Nel 1965, in concomitanza con la presentazione alla Camera dei deputati di un progetto di legge per il divorzio, iniziava la mobilitazione per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’istituzione del divorzio in Italia. Soprattutto dopo il 1969, il partito radicale insieme alla Lega italiana per l’istituzione del divorzio (LID), si mobilitava con grandi manifestazioni di massa e una continua azione di pressione sui parlamentari laici e comunisti ancora incerti.

Il 1º dicembre 1970 il divorzio veniva introdotto nell’ordinamento giuridico italiano; nonostante l’opposizione di catto/fasci/monarchici vari, venne approvata la legge 1º dicembre 1970, n. 898 – “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. Nello stesso anno il Parlamento approvava le norme che istituivano il referendum con la legge n.352 del 1970, proprio in corrispondenza con le ampie polemiche che circondavano l’introduzione del divorzio in Italia.

Il referendum abrogativo fu al centro di numerose manifestazioni. I catto/fasci/monarchici di cui sopra si organizzarono per abrogare la legge attraverso il ricorso al referendum.

Il 12 maggio 1974, con il Referendum abrogativo del 1974, meglio conosciuto come Referendum sul divorzio, il no all’abrogazione vinse e la legge sul divorzio rimase in vigore.

Successivamente, la normativa fu modificata da altre leggi. In particolare si ridussero i tempi necessari per giungere alla sentenza definitiva di divorzio (ora serve un anno per  per ottenere il divorzio giudiziale e sei mesi per un divorzio consensuale). Attorno alla questione del divorzio ancora si parla di ulteriori modifiche al fine di renderlo più agile e, separatamente, per definire le questioni relative alle questioni economiche, l’affido dei figli e così via.

In tutto questo le femministe, le donne, hanno avuto un grandissimo ed efficacissimo ruolo. Pensate sia ancora finita? Non è così, come dicevo al principio. Ancora lottiamo per il diritto al lavoro, contro ogni discriminazione, per il congedo parentale per uomini e donne, per molti e molti diritti ancora ritenuti un’utopia.

Alla prossima.

 

Leggi anche:

Il Capitolo uno su stereotipi di genere e privilegi

Il Capitolo due su cultura dello stupro vs consenso

Il Capitolo tre su ricatto sessuale e omertà

Il Capitolo quattro su Diritto all’istruzione, stereotipi e molestie

Il Capitolo cinque su (Di madre in figlia) L’obbligo di adempiere alle convenzioni sociali

Il Capitolo sei su Il divieto per le donne di ricevere l’eredità e di essere economicamente indipendenti

Il Capitolo sette su  Secoli di torture e stupri sulla pelle delle donne

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1 pensiero su “Raccontare il femminismo: dal reato di adulterio alla legge per il divorzio”

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