Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Ancora sulle pessime madri

Lei scrive:

Cara Eretica,

ho aperto oggi il tuo blog con l’intento di scriverti, ma mi sono trovata davanti delle parole che mi hanno colpita. “Le pessime madri esistono”. Sembravano aspettare solo me e, visto che nella vita agire d’impulso senza seguire il piano lo considero una rara e meravigliosa necessità, eccomi qua a dire qualcosa che non mi aspettavo.

Vorrei rispondere alla persona che ha condiviso la sua esperienza e dirle innanzitutto grazie. Un grazie enorme, se potessi la abbraccerei nonostante sia il tipo da non apprezzare il contatto fisico con chi non conosco. Grazie perché sono tre giorni che lotto con una crisi d’ansia sperando di non finire di nuovo in pronto soccorso perché non mi reggo in piedi, non mangio, tremo e vomito da giorni e stamani mi sono svegliata con la sensazione precisa di aver toccato il fondo, sto per crollare di nuovo. Ieri sera, in un momento di relativa calma, mi sono ricordata di un episodio accaduto al liceo: una ragazza della mia classe aveva scritto una lettera, l’aveva appesa a un palloncino che poi è volato via ed è così che ha conosciuto la sua amica di penna. Si sono scritte, si sono incontrate e chissà, forse sono ancora amiche. Ho sentito il bisogno di fare qualcosa di simile, scrivere qualcosa a chiunque, un@ sconosciut@ là fuori nel mondo e aspettare. Ho bisogno di una sorpresa nella vita, di sapere che da qualche parte c’è qualcosa o qualcuno anche per me e ritrovare la voglia di andare a cercarlo. E poi ho trovato le tue parole.

La mia è una storia un po’ diversa dalla tua, ma forse non poi così tanto. Io sono nata in una famiglia come l’hai descritta tu: lo diceva anche mia sorella, una famiglia apparentemente perfetta e a nessuno, figuriamoci ai servizi sociali, sarebbe venuto in mente di credere che forse quella famiglia aveva problemi.

Mia madre era una presenza costante. Un mastino. Da piccola mentre giocavo entrava nella mia stanza per vedere cosa stavo facendo e, anche se non stavo facendo niente di male, mi sentivo in difetto e sorvegliata come una criminale. Non potevo mai dire la mia, non dava mai spiegazioni: dovevo obbedire in silenzio, mostrarle rispetto e pure col sorriso se no mi lanciava un “non fare quella faccia!”. Non solo ero costretta a fare cose che non volevo, come il corso di musica, di ginnastica, andare al compleanno di bambine che, come tutti gli altri miei coetanei, mi bullizzavano e insultavano ogni giorno dai tempi dell’asilo. Dovevo anche esserne contenta. Una di quelle bambine mi picchiava pure, era la figlia della mia baby sitter e anche compagna di classe: la vedevo tutti i giorni a scuola e fuori. Quando trovai il coraggio di dirlo, mia madre ha creduto alla baby sitter, che non era vero e mi ha liquidata esigendo di sapere perché raccontavo bugie sulla mia amica. Mi ha consegnata a quella aguzzina per tutti gli anni delle elementari.

La casa doveva sempre essere in ordine e pulita, i miei voti impeccabili altrimenti crollava il mondo, le mie risposte erano sempre impertinenti, maleducate, mi chiamava smorfiosa e bestia grama. Ero nata cattiva sai? Con un carattere di m***a ereditato da mio padre, testarda e disobbediente; probabilmente ero troppo stupida per fare quello che mi veniva detto, come invece faceva mia sorella più grande. Cercavo sempre il conflitto, la provocavo fino all’esasperazione, era l’unico modo per tirarle fuori una qualche reazione, una spiegazione, per obbligarla a guardare la verità in faccia: mi stai facendo male, stai facendo male a tutti quanti in questa casa. Le risposte al vetriolo, le grida e gli oggetti spaccati erano l’unico modo che avevo per prendere una misera boccata d’aria, per esistere, per protestare.

Da bambina ero disobbediente e sono stata cresciuta pensando che la scuola è sacra, un brutto voto un fallimento imperdonabile e se non avessi studiato e non fossi andata all’università, le conseguenze sulla mia vita sarebbero state catastrofiche. Diceva poco mia madre, ma si faceva capire benissimo: ero la figlia venuta male, un errore di fabbrica oppure di consegna. Ero figlia di mio padre, cattiva come lui. Mio padre aveva problemi, non ha mai detto una parola in merito ma qualcosa deve essere successo perché quando non avevo l’età per ricordare è diventato un’altra persona: violento verso mia madre, arrabbiato, in casa regnava una costante tensione di allarme. Ma mia sorella ricorda una famiglia che è stata davvero felice.

Almeno per un po’… Io ricordo un padre dagli occhi tristi e il ringhio nervoso, disperato di una tigre in gabbia: le responsabilità in famiglia, la morte dei genitori, problemi mai risolti col padre… E forse anche mia madre fu parte del problema, sospetto abbia sempre avuto una tendenza dittatoriale così come mio padre è sempre stato un introverso; fatto sta che le cose sono degenerate da entrambi i lati e mia madre ha reagito mettendo il collare a strozzo all’elemento più debole della casa, quella che non si poteva difendere e avrebbe dovuto fare tutto quello che la sua mania di controllo le dettava; questo per farla sentire sicura che tutto andava bene, aveva tutto sotto controllo e mi avrebbe tenuta al sicuro dalle brutture della vita ad ogni costo perché è questo che fa una buona madre. Tanto quel costo lo pagavo io… Non potevo respirare, se qualcuno mi dava un regalo o una caramella non avevo il tempo materiale di reagire e dire grazie, lei mi aveva già abbaiato il classico “come si dice?!” che probabilmente è toccato a tutti nella vita. Mi voleva guardare i compiti appena fatti, mi obbligava a ripetere la lezione perché non bastava che dicessi che si, avevo studiato. Dovevo studiare musica perché lo faceva mia sorella e dovevo farlo pure io, poco importa se ancora adesso, dopo tanti anni, toccare quello strumento ormai dimenticato su uno scaffale mi scatena conati di vomito.

Mia sorella… Ecco, io la vedo come la figlia perfetta, docile, affettuosa; io invece detestavo essere toccata da quella donna la cui voce mi faceva male alle orecchie e il cui odore mi disgustava; colpa mia, ero una bambina talmente grama da non volere nemmeno le coccole. Mia sorella studiava, ha finito l’università in orario, non si truccava, non era vanitosa, ha cominciato ad uscire coi ragazzi molto tardi. Per forza, vorrei dire a mia madre, viveva in uno stato depressivo e di scarsa autostima fin dall’infanzia mentre tu eri troppo occupata a restare dentro un matrimonio che danneggiava tutti quanti per accorgerti che il bullismo subito a scuola stava distruggendo anche lei. Non che a mia sorella sia stato risparmiato il processo atto a giudicare tutto ciò che non andava in lei, ma in qualche modo il confronto tra noi due era sempre volto a farci sentire inferiori l’una rispetto all’altra; va al di là della mia comprensione come non ci siamo mai rivoltate a farci la guerra l’una con l’altra; semplicemente ci siamo ignorate.

Ma racconto la mia storia come l’ho vissuta e un certo dualismo è quindi inevitabile.
Sono cresciuta, dopo le medie mi è stata imposta l’ennesima scelta non mia e ho iniziato a frequentare un liceo che non mi piaceva. Mi sono innamorata, avevo 14 anni e mia madre ha reagito con la solita comprensione volta a sostenermi durante la mia crescita, per insegnarmi ad affrontare le situazioni senza paura ma consapevole dei rischi. E’ partita con il tribunale dell’inquisizione per sapere chi fosse il ragazzo, dove l’avevo conosciuto, dove saremmo andati sabato e a fare cosa. Non sarà dunque una sorpresa dirvi che, obbligando una sua amica col cane a farle da alibi, l’ha trascinata al luogo del mio appuntamento per spiarmi e controllare se primo, avevo detto la verità e, secondo, cosa stavo facendo. Quando mio padre mi ha regalato il mio primo paio di scarpe alte e mi ha insegnato pure a camminarci sopra, mi è stato proibito di portarle, anche se sarebbe stato solo per il sabato sera dei mesi estivi: i tacchi rovinano la schiena, fanno venire l’alluce valgo e, se fosse stata credente, si sarebbe pure inventata che nelle scarpe alte risiede il diavolo.

Tutto pur di non voler affrontare il fatto che sua figlia era grande, stava scoprendo il mondo dei trucchi, delle gonne corte e, orrore e raccappriccio, il periglioso universo della sessualità. Gli uomini sono pericolosi, violenti, stupidi e tutti uguali, avrei potuto restare incinta; lei non ha avuto bisogno di tutte queste parole per esprimersi, ma negli anni ho imparato a conoscere il mondo come lo vede lei… Meglio dunque prevenire eventuali disgrazie e farmi, ancora una volta, terrorismo: è risaputo che i risultati di tale metodo sono ottimi e durevoli nel tempo. Era già abbastanza difficile essere il cesso e la puttana della città, guai a portare qualcosa che non fosse la divisa di jeans, t-shirt e scarpe da tennis; se volevi portare una gonna la dovevi giustificare: “ma dove vai? C’è una festa? Un’occasione speciale?”; in più le altre ragazze ti avrebbero guardata male, che esibizionista! Ebbene, a me trucchi, vestiti e tutto il bric a brac che mia madre ritiene roba inutile, dannosa e non femminista è sempre piaciuto. Ma a lei faceva paura e mi ha fatto pagare anche per questo.

Più crescevo e più mi ribellavo, più reagivo e più lei mi strozzava. Guai se rientravo dal coprifuoco con dieci minuti di ritardo: il cielo tremava, lampi e fulmini incendiavano la terra e io venivo trattata come una ragazzina fuori controllo al limite del comportamento criminale; un giorno dopo un litigio minacciò di mandarmi via di casa, un’altra volta di iscrivermi alle lezioni di religione al liceo per non lasciarmi più senza sorveglianza a scuola neanche per un’ora e di dire a tutti i miei insegnanti di tenermi d’occhio anche durante l’intervallo. Perché secondo lei uscire di casa sbattendo la porta per andare dietro l’angolo a sbollire senza chiedere il permesso, ebbene equivaleva a un tentativo di scappare di casa.

Oggi ho 28 anni. Sto ancora studiando e avrei finito se da un po’ non fossi bloccata da crisi di ansia e attacchi di panico che mi impediscono di prendere in mano i libri e preparare un esame. La paura che ho imparato è cresciuta con me e adesso non riesco più a gestirla. Improvvisamente sento nella mia testa una voce che mi ricorda che sono troppo stupida, che fallirò, che sto costando troppo ai miei genitori, soprattutto a mia madre che vorrebbe vivere la sua vita e per lei sono un peso; che non troverò lavoro, che finirò come mia madre a vivere con un uomo che non amo più solo perché mi dà sicurezza e non ho la forza di affrontare il cambiamento o il mondo là fuori da sola. Quella voce mi dice che diventerò come mio padre e mia madre: violenta, fallita, arrabbiata, vendicativa, egocentrica, insicura, maniaca del controllo; un mostro che rovinerà la vita di tutti coloro che mi amano perché sono nata cattiva. Mi ritrovo a piangere e chiedermi cosa ho fatto di male, cos’è che non va in me e perché sono sempre io quella che dà problemi mentre tutti vanno avanti regolari come un orologio. E vorrei riuscire a credere che questa eredità di sangue e violenza può essere fermata, che posso evitare questo destino che è toccato a mia nonna, ai miei genitori e a mia sorella. Vorrei riuscire a fidarmi dei miei amici, vedere il mondo come un posto in cui c’è un po’ di tutto nel bene e nel male, non solo persone sanguinarie che non aspettano altro che saltarmi alla gola e portarmi via l’ossigeno per poi buttarmi quando le deludo o non servo più.

Non so come fare per uscire da questa bolla che mi soffoca, non trovo più nemmeno la forza per arrabbiarmi o ribellarmi. Vivo sentendo solo paura, non riesco a lavarmela via di dosso e dopo tanti anni a cercare di scappare, mi ritrovo senza una via di fuga. Dovrei chiedere aiuto a un@ psicoterapeut@, ma indovinate a chi dovrei chiedere i soldi per pagarl@? Esatto… Non ce la faccio.

Vorrei dire a mia sorella il male che sentivo quando tornava a casa nei fine settimana e mi diceva che dovevo darmi una calmata, capire la mamma, smettere di fare tanti drammi per niente. Vorrei poter dire a lei e ad altri che io non amo mia madre. Non la odio, credo, ma non la amo e non è una fase, non sto facendo l’adolescente capricciosa e no, non c’è nessun fondo nel quale alberga un affetto per lei che non voglio ammettere. Vorrei non vergognarmi o avere paura nel dire che faccio la finta figlia perché lei continui a mantenermi mentre arranco per finire di studiare. Mia sorella dice che dovrei perdonarla, mi farebbe bene. Però io sono troppo “immatura” per perdonare, o forse non è ancora il momento. Sono stanca di dover punire la mia rabbia, rivendico il mio diritto di essere arrabbiata e di giudicare. So perché lo ha fatto, so che mi voleva al sicuro, che l’ansia e la paura fanno agire come dei folli. Capisco. Razionalmente capisco perché lo ha fatto, così come razionalmente so che mi vuole bene. Ma la mia testa e la mia pelle urlano terrorizzati, loro non lo capiscono e non ci credono che quella donna mi vuole bene. Vuole bene ai miei bei voti, ai miei risultati, va in giro a pavoneggiarsi dei miei meriti come se fossero anche merito suo. E tutte le persone che ci fermano per strada non fanno che dirmi che figlia fortunata che sono, ad avere una madre che praticamente è il guru della genitorialità e un esempio per tutti quanti. Forse ho scordato di dirlo prima: mia madre per lavoro si occupa dei bambini all’asilo. E tutti i bambini e relativi genitori la adorano, è una donna comprensiva che sa dosare lo spazio delle regole con quello per l’espressione personale. Questa è la beffa finale… E’ una brava madre coi figli di chiunque ma non con le sue. Quelle preferisce opprimerle, colpevolizzarle e ignorarle.

Se parlassi della mia storia, nessuno mi crederebbe. Forse nemmeno mia sorella, che abita lontana da casa da quando ha finito le medie e conosce una madre diversa da quella che conosco io. Così come nessuno mi ha mai creduta quando i professori al liceo e qualunque altra persona assistevano a qualche battibecco o ai miei episodi di ribellione: mi guardavano e capivo che ai loro occhi ero solo una ragazzina testarda e difficile che andava piegata. Compassione per la mia povera madre…

Vorrei dimenticare tutto. Di avere avuto una madre e il giorno del suo compleanno, l’eco delle cattiverie che mi sono state ripetute per tanti anni. Alle volte vorrei sparire, all’improvviso non esistere più perché non ho mai avuto sta gran voglia di vivere. La vita per me non è un dono, ti capita e basta e non abbiamo molta scelta.

Per una volta vorrei riuscire a togliere quell’invisibile mano che mi tappa la bocca e dire la verità. La mia verità, senza essere sminuita o giudicata. In attesa del giorno in cui riuscirò a metterci anche la faccia, prendo al balzo l’occasione che mi hai dato tu, carissima Eretica, e anche tu carissima Anonima. Voglio dirti che ti ho ascoltata e ti capisco.

Ho passato il pomeriggio a scriverti, mi hai regalato qualche ora senza lo stomaco che si contorce, senza quella sensazione di avere la testa schiacciata e il destino segnato. Per qualche ora non mi sono sentita più impotente. Anche se solo per un attimo, in te ho trovato un’amica.
Grazie.
A.

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2 pensieri su “Ancora sulle pessime madri”

  1. Io non sopporto la mia, ho 15 anni e sono stato rimandato e lei come fa da molti anni oramai ha il solito comportamento di merda che non è mai cambiato, anche la mia deve starmi addosso e rompermi i coglioni 24/24, e adesso che mi hanno rimandato non mi lascia un attimo di respiro, secondo lei dovrei stare tutti i giorni tutte le ore a studiare, oggi ho avuto una specie di attacco di panico. Io odio lei, la sua voce e tutto ciò che le appartiene e mi fa del male o puizioni senza un motivo. Invece con mio padre va alla grande, meno male che c’è lui se no non saprei come fare, però lui deve stare per forza davanti a quella lì dalla sua parte

  2. Cara A.,
    vorrei ringraziarti per aver condiviso la tua storia. Il passato non si puo` cambiare, lo sappiamo, e i genitori fanno spesso grandissimi errori – anche, forse, per l’enormita` del compito che si assumono. Il presente pero` ti appartiene e, se me lo permetti, vorrei provare a darti un consiglio. Per me ha funzionato e anche per molte altre vittime di violenza che conosco. Per gestire ansia, paure e rabbia io non conosco metodo migliore che quello di studiare arti marziali. Poter gridare la tua rabbia e combattere i tuoi fantasmi, poter lottare fino a diventare cio` che vuoi essere, imparare a fidarti di te stessa e degli altri: questa e` la via del Budo e, nella mia lunga e profonda esperienza, funziona meglio di qualunque psichiatra o psicologo. E costa anche meno ; )
    Forse potresti provare? Vedrai che ti sentirai meglio e anche lo studio sara` di nuovo un piacere.
    In bocca al lupo!
    Giulia

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