Autodeterminazione, R-Esistenze, Raccontare il femminismo

Raccontare il femminismo: il divieto per le donne di ricevere l’eredità e di essere economicamente indipendenti

6° capitolo

Sul divieto per le donne di ricevere eredità e di essere economicamente indipendenti

 

Secondo voi, e parlo di quelle che ancora oggi pensano che le donne dovrebbero stare a casa a badare alla famiglia invece che pretendere di “occupare posti di lavoro maschili”, come direbbero i conservatori, quanto tempo è stato necessario affinché le donne potessero conquistare un’indipendenza economica? Millenni, secoli. Non importa quanto apprezziate oggi il fatto di poter godere del diritto al lavoro. Potete scegliere di non fruirne ma ciò non va a demerito della libertà di scegliere. Su questo spero siamo tutte d’accordo.

Quando le donne venivano considerate al pari delle bestie – e non lo dico per specismo ma, anzi, considerando il fatto che esistono gradi di oppressione ancora presenti – non potevano ricevere alcuna eredità, non potevano possedere nulla. Il passaggio di averi passava direttamente da padre a figlio, maschio, e da padre a genero come dote che spettava al marito gestire. Le donne non potevano succedere alla gestione dei beni di famiglia salvo – e questo accadrà con molti secoli di ritardo – quando il figlio erede era un bambino e dunque bisognoso di una figura tutoriale. Più spesso era comunque nominato un tutore maschio a gestione dell’eredità. Uno zio, un consigliere, una figura maschile “rispettabile”.

Le donne dovevano soltanto sfornare figli, preferibilmente maschi, affinché continuasse la stirpe e affinché il marito potesse acquistare punti nella scala sociale. Ad una vacca non lasci denaro e proprietà da gestire. Questo è stato per troppo tempo. Ecco perché le donne che non potevano avere figli cadevano in disgrazia ed ecco perché anche quando era lui ad essere sterile la colpa ricadeva sempre sulle donne. Dare un figlio al coniuge era un obbligo. Le figlie femmine facevano la fine di sempre. Servivano ad unire patrimoni, a siglare patti, a sventare guerre. Erano merce di scambio per alleanze tra regni o tribù. Erano strumento nelle mani maschili. (vedi post sull’obbligo di prendere in marito il lui scelto dalla famiglia)

Ed ecco perché le donne morivano in tante all’ora del parto obbligato. Ecco perché le nobili rubavano figli alle povere o si facevano mettere incinte da un maschio fertile  presente qui e là. I figli dovevano essere riconosciuti dal padre. Se non lo erano venivano considerati bastardi, più tardi li avremmo chiamati illegittimi. L’illegittimità era definita dal fatto che non potessero ricevere eredità. Le madri povere ingravidate da ricchi le provavano tutte per far riconoscere i propri figli, quando non li lasciavano in convento o ad annegare nei fiumi. Era l’unico modo per poter godere di una fonte di sostentamento dovuta a quel figlio.

Il ruolo della “madre” (subito dopo quello di concubina dei Re) dunque conferiva alla donna la posizione sociale più alta in assoluto. Senza figli niente madre e dunque nessuna utilità per quella donna. Affinché si assicurasse la discendenza dei mariti la donna era costretta ad essere vergine al matrimonio e a non commettere adulterio. Così la sessualità delle donne veniva controllata a dominata da uomini che le vedevano, per l’appunto, solo in quanto vacche. Da lì la retorica del valore della verginità e, non ultima, dell’eterosessualità intesa come “normale”. Chi non aderiva a queste norme finiva molto male, non serve che lo dica.

Il diritto ereditario, nei secoli, cambia di pari passo al diritto di famiglia. Prima ancora derivava dal considerare una donna come persona. Solo più recentemente possiamo parlare di donne chiamate a gestire le ricchezze del marito o del padre alla sua morte. Parliamo comunque di famiglie ricche e nobili e più tardi di ricca borghesia. Per le donne comuni non cambiava nulla. Povere nascevano e povere perivano. Tuttavia dovevano comunque far moltiplicare la specie e dare al marito il contentino con la continuità del cognome. Le leggi maschili sono sempre state condivise trasversalmente alle classi. Per quanto i maschi poveri fossero considerati schiavi nel lavoro potevano godere del potere di essere “maschio” al di sopra di qualunque donna appartenente alla stessa classe e alla stessa razza.

Restavano indietro le persone non-bianche, in quanto schiave tra le persone schiave, e il loro diritto a possedere un pezzettino di terra, come sapete, è stato concesso ancora più recentemente. Le donne non-bianche venivano consegnate a quelle bianche e lì l’oppressa scaricava sadismo e cattiveria contro quella ancora più oppressa. Le donne che poterono occuparsi per prime delle imprese familiari erano le bottegaie e nell’ottocento furono immesse nel lavoro, sfruttate a dismisura, bambine e donne massacrate dalla “rivoluzione industriale”. Quelle più fortunate, si fa per dire, potevano fare le badanti di bambini altrui e/o le insegnanti considerate come baby badanti di bambini che altrimenti sarebbero rimasti soli in casa. Durante il corso delle guerre alle donne si lasciava il compito di gestire lavori definiti “maschili”, con il patto di restituirli agli uomini di ritorno dalle battaglie.

La donna “serva”, in ogni caso, continua ad esserlo anche oggi. La scala di oppressione si sposta continuamente ma solo per sfruttare chi ancora è marginalizzata e discriminata. Dalla donna povera e bianca alla donna nera o comunque straniera, la questione non cambia. Dalla madre di famiglia all’operaia di fabbriche in cui i diritti umani non erano considerati affatto, in un contesto di svuotamento delle aree rurali per produrre capitale per i ricchi, la donna resta sempre una schiava tra gli schiavi dopotutto.

Non esisteva coscienza di genere e neppure di classe. Siamo al tempo in cui il diritto al voto viene concesso perché in ogni caso le donne sono già in qualche modo uscite di casa e le battaglie venivano compiute da donne istruite, spesso mogli di uomini facoltosi o figlie di illuminati che smettevano di esserlo quando le donne minavano il terreno in cui gli uomini esercitavano il potere. Le leggi le fanno gli uomini, questa era la convinzione. Elevare la donna alla condizione di persona non cambiava nulla per le classi povere. Le povere continuavano ad essere oggetto di abusi dentro e fuori casa. Ma ogni guerra combattuta dalla borghesia pian piano trasferiva le culture emergenti anche nei contesti poveri.

Questa è una vignetta che si riferisce al periodo fascista e colonialista in Italia. Mentre gli italiani andavano in Africa a stuprare bambine lasciavano che si pensasse che fossero l’uomo nero ad essere cattivo.

 

Non pensate che le donne bianche lo facessero per altre donne non-bianche o povere, in ogni caso. Si sperava che i privilegi restassero tali e che certe soluzioni comunque non intaccassero lo stato di schiavitù produttiva o razziale. Il femminismo post coloniale o intersezionale, che smonta passo passo i femminismi delle donne bianche e borghesi, è recentissimo. Ci sono molte donne bianche che ancora non si rendono conto dei loro privilegi e del posto che occupano nella scala delle oppressioni.

Ogni diritto acquisito nel mondo del lavoro è stato prima ottenuto a beneficio degli uomini. Prima ancora di uomini ricchi, aristocratici, più recentemente borghesi, bottegai, proprietari di banche dalle quali poteva dipendere l’esito di conflitti tra Stati. Le donne hanno dovuto lottare molto affinché fossero riconosciute al pari dei lavoratori maschi. Ancora oggi, però, possiamo vedere quanto influisca nell’autonomia delle donne il gap salariale, la differenza di salario tra uomo e donna che esercitano la stessa, identica, mansione lavorativa.

Le donne non venivano assunte e se lo erano venivano comunque discriminate. Parliamo di un tempo in cui le molestie nel lavoro e gli stupri non erano considerati reati. La differenza di salario e il fatto che le donne non facessero mai carriera erano prova di quel che le donne dovevano subire. Le donne disabili non potevano in assoluto essere considerate come “lavoratrici” con pari diritti, con il dovere di metterle in condizione di poter lavorare ovunque e in ogni caso. Non si poteva godere del congedo di maternità. Essere donne in quanto donne era considerato un handicap, salvo per quelle che avevano balie al proprio servizio. Quanto è cambiato da allora se le donne devono essere costrette ancora a firmare dimissioni in bianco e a rinunciare alla maternità per essere assunte? Quanto se ancora si combatte per l’equa divisione del lavoro di cura, per il congedo parentale per i padri?

 

Oggi che le donne possono ricevere eredità, gestire imprese e creare il proprio futuro – si fa per dire data la precarietà che opprime tutt* – tutto ciò può apparire poco interessante ma se potete esercitare scelte che vi portino all’autonomia economica lo dovete a tante donne che hanno lottato affinché altre donne potessero rivendicare e fruire di diritti. La mentalità comune, ancora oggi, è delegittimante per le donne che lavorano, per quelle che scelgono la carriera ai figli, per quelle che non vogliono dipendere da un marito. L’espressione “donne in carriera” è stata coniata al fine di screditare le donne che lavorano e di riportarle al focolare. Tanti uomini ancora pensano che le donne non dovrebbero “rubare” posti lavoro. Proprio come i razzisti  pensano che gli stranieri non dovrebbero “rubarli” ai bianchi. Se occupi posti di lavoro che spetterebbero ai maschi, affinché essi mantengano controllo e potere sulle donne, se dunque non te ne torni a casa a fare la calza e a badare ai figli devi aspettarti che ti molestino. Nel 2018 ancora vediamo convinzioni sparse circa il fatto che le lavoratrici apprezzino le molestie sul lavoro e altri abusi. Perciò ogni denuncia che faccia uscire dall’isolamento tante donne molestate è importante.

Guardate quel che hanno fatto le tante donne del passato per noi che fruiamo del presente. Guardate quanto ancora abbiamo da conquistare per poter assicurarci l’indipendenza economica. Oggi si investe sull’istruzione delle donne e non si assicura la dote per consegnarla ad un marito/padrone. Oggi il lavoro è un diritto anche per noi, salvo alcune discriminazioni ancora presenti (molestie, obbligo di essere belle, apparenza vs competenza, preferenza di maschi pur possedendo gli stessi titoli). Oggi la violenza sessuale è un crimine e le molestie sul lavoro sono considerate un ricatto violento. Oggi esiste la definizione di violenza economica nei contesti familiari. Oggi siamo libere di scegliere come vivere alla maggiore età. Oggi non siamo obbligate a fare figli, se non dagli antiabortisti e integralisti fanatici religiosi. Oggi nel diritto di famiglia le donne non sono seconde al pater familias e ancora non sono escluse dall’eredità, anzi ne ricevono la maggior parte, quando quell’eredità esiste. Oggi non è il figlio maschio che controlla il destino della madre e le donne possono aprire un conto corrente, essere co-intestatarie di conti in banca, possono chiedere mutui (prima tutto ciò era impossibile), possono comprare con i propri soldi quello che preferiscono.

Oggi le donne non devono restare con mariti violenti (ecco l’importanza della legge sul divorzio di cui parlerò in seguito) “per il bene dei figli” o per “non restare in mezzo alla strada”. Che di fatto l’autonomia delle donne sia ancora molto minata per assenza del diritto al reddito e della disoccupazione femminile non significa che quel che altre hanno conquistato per noi non sia importante. E’ oggettivamente necessario quindi che il femminismo sia intersezionale, dove le donne devono considerare la coscienza di classe. Collettivizzare le lotte per conquistare diritti nel lavoro ha portato alla costituzione di sindacati e ogni volta che le femministe compiono lotte riconoscendo di dover aggregarsi come “sindacati” di varie categorie, includendo le une il lavoro di altr*, si fa un grosso passo avanti. Ecco perché, per esempio, l’inclusione delle sex worker unite in sindacati va supportata. Ecco perché l’inclusione delle donne nere (delle straniere), unite come gruppo che ha assunto coscienza di genere e di razza, è fondamentale per le pratiche femministe. Perché non sono le donne che si adeguano al femminismo ma è il femminismo che culturalmente progredisce verso l’inclusione di tutte le soggettività esistenti.

Al prossimo capitolo.

Leggi anche:

Il Capitolo uno su stereotipi di genere e privilegi

Il Capitolo due su cultura dello stupro vs consenso

Il Capitolo tre su ricatto sessuale e omertà

Il Capitolo quattro su Diritto all’istruzione, stereotipi e molestie

Il Capitolo cinque su (Di madre in figlia) L’obbligo di adempiere alle convenzioni sociali

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2 pensieri su “Raccontare il femminismo: il divieto per le donne di ricevere l’eredità e di essere economicamente indipendenti”

  1. Bello. Che oggi le donne non debbano rimanere con mariti violenti lo contesto. Non devono . Chiaro. Ma lo fanno lo stesso. Io ho lasciato uno che amavo prima e che temevo poi. Non lavoravo.dono tornata da mamma . Ho avuto amiche che mi hanno fatto sentire protetta. Nessuno ti protegge pero’. A meno che le cose non siano gravissime. La maggior parte delle volte sono gravi ma non gravissime. Mica sono idioti. Idiote sono solo le leggi e i modi per proteggere le donne. Le ipocrisie dell’ e’capitatoaleiamenoncapiterebbe. Nella gran parte dei casi se le cose sono gravi ma non gravissime te le tieni dentro e rimani col tizio ” gentile”. Soprattutto se hai figli.

  2. Ho letto che in Scandinavia, prima del cristianesimo, la condizione della donna era migliore rispetto a quella delle coeve nel resto d’Europa, con l’eccezione delle donne celtiche. Nel “Gesta Danorum” di Saxo Gramaticus, è raccontata la storia di Blenda eroina di Småland (Svezia), che in prossimità dell’invasione di un armata danese, reclutó 300 donne (le Shielmaiden rese famose dalla serie TV Vikings). Con l’astuzia e l’inganno, uccisero gli invasori. Furono premiate dal re concedendo molti diritti, tra cui il diritto a ereditare la terra alla morte di padri e mariti; divorziare dal marito se fedifrago o violento ottenendo un risarcimento; il diritto a portare armi, in tempo di guerra o in assenza degli uomini. Blenda è stata dimenticata, ricordiamola ora.

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