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Raccontare il femminismo: cultura dello stupro vs consenso

La Fontaine – Tales and Novels in verse – v2

 

Proseguendo la narrazione sull’analisi femminista a beneficio della libertà dei corpi.

2° capitolo

Cultura dello stupro Vs Consenso

 

Dall’infanzia condita di stereotipi alla adolescenza. Dalla differenza dei sessi all’attribuzione di ruoli secondo il principio del riduzionismo biologico. Bambini e bambine cresciut* a suon di stereotipi non arrivano indenni all’adolescenza. Ogni pensiero è condizionato dalle norme che hanno appreso e che sono state loro imposte. Quelle norme, gira che ti rigira, riguardano sempre i corpi e la sessualità. La prigione diventa una morsa che stringe forte ogni ambizione di libertà. Ogni ricerca di spazio per praticare il diritto all’autodeterminazione. La capacità di rivendicare la libertà di scelta è indebolita e a volte totalmente compromessa.

Se nell’infanzia le bambine venivano chiamate “smorfiosette” nell’adolescenza diventano “zoccolette” o “puttanelle”. Il corpo delle ragazze è considerato una provocazione per persone inclini alla molestia e allo stupro. Se non corrispondente ad un modello di bellezza standard diventa giustificazione per varie forme di bullismo. Se non del colore della pelle preferito dai razzisti quel corpo può essere giudicato immondizia o disponibile a prescindere (vedi lo stereotipo che definisce le nere, le latine o le rumene come troie giusto per il colore della pelle e la nazionalità). Una adolescente subisce un’impronta indelebile che la condurrà a diverse forme di autolesionismo, rinunce, divieti. Il corpo non è osservato quale fonte di efficienza, energia, salute ma solo in relazione agli sguardi maschili. Se parliamo di ragazze disabili l’oppressione cresce al punto che la disabilità non viene vista come difficoltà a vivere in salute ma semplicemente come una colpa, un difetto fisico, una mancata e quasi volontaria adesione ai modelli imposti.

La disabilità viene considerata un difetto estetico e ne consegue il fatto di considerare una persona disabile come oggetto non desiderabile e dunque privo di valore. L’obbligo è quello di corrispondere, in poche parole, al modello che a lui può procurare un’erezione. Se il corpo di una persona disabile viene vissuto quasi un disturbo della quiete grezza del segaiolo di passaggio lo stesso dicasi di corpi che vengono visti come difettosi pur non essendo portatori di alcuna difficile e pesante disabilità.

Il corpo disabile come insieme di difetti estetici e il corpo non “perfetto”, benché non disabile, come espressione di malattia. Il corpo di una ragazzina di pelle nera colonizzato dall’imposizione di modelli di bellezza in cui la bianchezza ha la precedenza su tutto e il corpo definito “difettoso” e utilmente oggetto di stupro perché considerato come carne di “razza inferiore”. “Sbagliato” è considerato il corpo di una ragazza che mostra i primi segni di cellulite, le smagliature, la ciccia. Se non gli piaci non hai diritto di esistere. E a usare gli stessi parametri di valutazione sono anche altre ragazze che sono state premiate perché adeguate, “all’altezza” del desiderio maschile.

Non si colpevolizzano i gusti dei singoli né certamente si criminalizzano le fantasie di chiunque. Quello che qui è in discussione è il fatto che il corpo di una ragazza diventa terreno di battaglie infinite, tra i tanti “che bel culo… che belle bocce che hai” e i non richiesti “che cozza… evita di metterti gli shorts se non hai cosce perfette”. Non c’è momento della vita di una ragazza che non sia condizionato da valutazioni estetiche non richieste. Non c’è momento della vita di una adolescente cresciuta in un ambiente povero in cui la povertà non diventi la colpa (colpa di non vestire griffate o di non aspirare ad essere delle fashion teen). In lei si vedrà un che di inferiore che la farà apparire come “facile”, disposta a darla via per niente. Il corpo “povero” diventa così l’errore che caratterizza la vita di quella ragazza. In questo senso il corpo diventa teatro di battaglie che condizionano l’importante processo di assunzione di consapevolezza che dall’essere un oggetto ti rende soggetto desiderante.

Sei tu che scegli, tu desideri, a te piacciono o meno le persone che incontri e da soggetto quale sei hai il potere di rivendicare la possibilità di ribellarti a ogni tipo di molestia e quella di dire No a chi non ti piace. Nulla di male nel voler piacere ma se è assente la capacità di piacersi quel corpo che ti porti appresso come una zavorra condizionerà la tua sessualità e anche la forza di dire di No e di non sentirti in colpa per questo.

Proprio per questo sarebbe utile che scuole e famiglia fossero disponibili a far frequentare a figli e figlie corsi di educazione sessuale che possono aiutare a scardinare e a rimettere in discussione gli stereotipi che li imprigionano.

Ciò che non aiuta affatto è la vittimizzazione che vorrebbe sostituire la fragilità emotiva  e sessuale. Mentalità paternalista vorrebbe che le ragazze fossero consegnate alla protezione e al controllo di tutori che vanno dai padri ai fratelli alle polizie allo Stato. Non si insegna alle ragazze a esprimere con forza il proprio consenso o dissenso ad una relazione sessuale. La tendenza, che resta comunque sempre all’interno dello schema patriarcale, è quella di considerare le ragazze incapaci di intendere e volere e dunque non in grado di dire Si oppure No. Sarà il padre, reale o simbolico, a decidere per lei.

Quando le femministe chiesero e ottennero una diversa formulazione della legge contro la violenza sessuale (da violenza contro la morale a violenza contro la persona) ottennero anche che l’età del consenso fosse un tantino abbassata perché alle adolescenti va riconosciuta, e loro vanno messe in condizione di riconoscere, la capacità di scegliere. In Italia l’età del consenso è fissata a 14 anni e non a 16 o addirittura a 18 come in alcuni Stati americani. La protezione dello Stato non può sostituire il fatto che ad una ragazza vanno forniti strumenti culturali che la rendano un soggetto consapevole di quel che desidera e le piace.

Le femministe – parlo degli anni ’80 e ’90 – volevano fare in modo che i corpi delle ragazze fossero svincolati dalla protezione del padre, del fratello, delle istituzioni repressive. Quello su cui puntavano era invece, e ancora è, la prevenzione attraverso quelle modalità educative delle quali ho già accennato. Modalità che dovranno contestare il giudizio oppressivo sui corpi e raccontare la sessualità come esperienza soggettiva in cui sono attivi tutti i 5 sensi e si può considerare sensuale la cellulite e la voce, l’odore, l’intelligenza fisica oltre che mentale.

Quello che il femminismo combatte è quella cultura che non lascia a chiunque la libertà di piacere ma anche di piacersi. Svincolarsi dallo sguardo maschile ovviamente è vietato per chi continua a guardare i corpi delle ragazze come oggetti e vorrebbe che le ragazze fossero educate a essere prede e non compagne paritariamente capaci di esprimere consenso. Le adolescenti che subiscono una categorizzazione ridotta al dettaglio fisico e reagiscono fregandosene e mostrandosi senza problemi, infatti, vengono massacrate di giudizi taglienti, messe alla gogna, processate come streghe e lapidate virtualmente e nella realtà.

Noi lo sappiamo perché ogni volta che abbiamo attivato la campagna #bodyliberationfront abbiamo dovuto difendere con le unghie e con i denti quelle che raccontavano di fregarsene di quel che gli altri dicevano e che affermavano di voler scegliere di apparire come preferivano. Qualcuno ha perfino suggerito una legge in divieto degli shorts per le cosce con cellulite o di andare al mare senza depilarsi o senza nascondere la magrezza, stigmatizzata come la grassezza, o anche la presunta perfezione vissuta in modo problematico.

L’adolescenza dei corpi oppressi e piegati al giudizio altrui corrisponde al trauma pericoloso che rende le ragazze insicure, fragili, dipendenti dallo sguardo maschile (se gli piaci allora lo fai perché consideri il suo desiderio come premio, anche se lui non ti piace affatto). Quel che ne consegue sono i disturbi alimentari, l’autolesionismo, il bisogno di controllare qualcosa in un mondo che non consente il controllo di nulla, la depressione, l’autolimitazione per te che non riesci ad andare al mare perché ti porti dietro un corpo vissuto con vergogna e senso di colpa.

Se in passato qualcuna diceva “il corpo è mio e lo gestisco io” era proprio perché è necessario riappropriarsi, per quel che possiamo, senza sentirci in difetto se non succede, del corpo per gestirlo come vogliamo. Le ragazze fin da subito vengono espropriate del corpo la cui gestione è infatti consegnata ad altri. Recuperare la gestione del proprio corpo può essere un lento processo che non si conclude neppure con l’età adulta. Non preoccupatevi di non seguire dettami dell’orgoglio femminista come fosse un dogma. Il femminismo è una chiave di lettura che ti dà proprio quegli strumenti che possono aiutarti a guardare te stessa e il mondo che ti circonda con occhi diversi e senza sensi di colpa. Il femminismo ti dà la possibilità di non sentirti mai sola e di individuare obiettivi che perseguirai per arrivare alla realizzazione della tua libera scelta.

Il controllo del corpo e della sessualità parte già dall’infanzia e nell’adolescenza rivela tutta la sua forza distruttrice. Distrugge l’individualità, l’autonomia affettiva e sessuale e lo fa a partire dalla diffusione di pregiudizi, mantra per nulla comprovati in quanto leggi dell’universo. Cose che sembrano innocue ma che influenzano la ricerca del piacere. Avrete sentito frasi come:

  • si masturba solo chi non ha un pene disponibile
  • le lesbiche ripiegano sulle donne perché non c’è nessuno che le desideri

Dove per “nessuno” si intende l’unico e immensamente narcisista ed egocentrico maschio etero incapace di comprendere la sessualità di una ragazza come indipendente dalla propria. Incapace di accettare il fatto che la ricerca del piacere può essere vissuta in totale autonomia, per conoscersi meglio e per capire a cosa o a chi dare consenso per vivere una reciprocamente appagante relazione sessuale.

Viviamo ancora in un tempo in cui la ricerca autonoma del piacere e il sacrosanto diritto di scegliere in base al proprio desiderio e non a quello altrui, di riflesso, sono considerati una violazione al volere maschile. Se c’è ancora chi dice che lui ti molesta o ti violenta perché tu l’hai provocato, perché portavi la minigonna. Se esiste ancora un linguaggio stigmatizzante e sessista che dovrebbe essere stato archiviato diversi secoli fa, quando le ragazze e le donne chiesero a gran voce di essere considerate persone. Se si distribuiscono giudizi moralisti e colpevolizzanti nei confronti di ragazze consapevoli che esigono rispetto quando dicono di No. Se le ragazze che usano contraccettivi, a prevenzione di gravidanze non desiderate e di malattie sessualmente trasmissibili, vengono definite “troie”, come se la contraccezione fosse responsabilità esclusiva delle ragazze. Se succede ancora tutto questo e se voi lo vivete sulla vostra pelle, allora vi sarà chiaro come la battaglia che si compie sui vostri corpi, a vantaggio di chi continua a volervi considerare oggetti contro la vostra rivendicazione soggettiva,  allora diventa un po’ più chiaro il perché della negazione del vostro diritto al consenso. Il perché del victim blaming dopo uno stupro. Il perché la lotta di liberazione dei vostri corpi sia così ardua e comporti moltissime resistenze sociali e culturali da parte di chi vuole che tutto resti com’è.

Abbiamo ancora una legge, la 194, che oltre a riconoscere il diritto all’aborto vi dà il diritto ad essere informate sui metodi di contraccezione presso consultori laici che non dovrebbero essere popolati da operatrici no-choice. Le stesse che vorrebbero convincervi che se non conservate la verginità fino al matrimonio e se usate un metodo contraccettivo sareste nel peccato. In realtà, come forse avrete letto o, peggio, vissuto sulla vostra pelle, volontarie no-choice imperversano in prossimità dei consultori la cui presenza territoriale diventa sempre più rara e sempre meno laica. Così anche per la legge 194 che è in ostaggio di cattolici che continuano a negare il vostro diritto alla libera scelta. Essi sono, contemporaneamente, portatori sani di cultura dello stupro. Perché tu sei figlia di Eva e dalla nascita porti con te il peccato originale e dovrai pagare per ogni cosa e soprattutto per aver provocato quel demente di Adamo niente po’ po’ di meno che con l’ausilio di un frutto proibito, alias la fica.

Affinché voi siate libere da ogni tipo di costrizione e violazione del vostro diritto al consenso e alla libera scelta, di tutto questo bisogna tenere conto, perché ogni vostra riflessione, ogni ricerca e approfondimento che parte da voi, per perseguire obiettivi che solo voi potete scegliere, sono parte concreta di una battaglia di liberazione. Voi siete fortissime, state combattendo una guerra infinita e mentre combattete, al chiuso, all’aperto, ovunque, sappiate di non essere sole. Rendere collettivo e dunque politico un pensiero che deriva dalla nostra esperienza personale è femminismo. Uscire dall’isolamento e recuperare forza dalla condivisione di esperienze è femminismo. Buona lotta a tutte e al prossimo capitolo.

Ps: uso il “voi” invece che il “noi” per la semplice ragione che non sono un’adolescente. Quello che ho scritto comunque mi riguarda perché in età adulta ancora combatto per liberarmi da tutte queste interferenze maligne. 🙂

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