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Raccontare il femminismo: stereotipi di genere e privilegi

Da oggi proverò a raccontare, un capitolo alla volta, cos’è il femminismo (nel nostro caso “intersezionale” ovvero quello che nelle lotte tiene conto dell’intersezione tra genere, razza, classe) come movimento di liberazione. Nei vari capitoli condividerò la mia esperienza e il mio sapere in relazione all’analisi del reale, al personal politico, alle strategie di lotta, alle varie forme di comunicazione, alla percezione della violenza di genere, alle forme di ascolto/aiuto e via così. Il femminismo non è una forma di oppressione, come dicono i maschilisti che negano la violenza di genere e vittimizzano il maschio violento. L’oppressione è costituita dalla cultura patriarcale la quale richiede il costituirsi di società in cui l’uomo decide per noi quali ruoli dobbiamo interpretare e in quali e quante forme dovremo essere assoggettate al suo volere. Parlo di uomini ma la cultura patriarcale è veicolata anche da donne che a proprio modo opprimono altre donne in vari modi che via via vi illustrerò. Per raccontare il femminismo e le varie maniere in cui questo pensiero filosofico di liberazione incide nelle nostre vite, quelle delle donne ma anche degli uomini, delle comunità lgbtqi, delle persone migranti, delle persone precarie, userò un’analisi progressiva, dall’infanzia alla fase adulta. Potete collaborare, se volete, richiedendo approfondimenti o partecipando alla nostra ricerca. Per qualunque cosa scrivete a abbattoimuri@gmail.com.

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1° capitolo

Stereotipi di genere e privilegi

 

Chiariamo subito una cosa: gli stereotipi non sono una tara genetica. Vengono in realtà imposti alla nascita sulla base del sesso biologico del neonato o della neonata. L’educazione in famiglia, a scuola, nella società, cambia a seconda di quel che hai in mezzo alle gambe, del tuo colore della pelle, della classe di appartenenza del tuo nucleo familiare. Nascere ricco, bianco, etero, maschio vuol dire essere portatori sani di privilegio. Privilegiate sono quelle persone che non devono temere discriminazioni e limitazioni in base al sesso, al genere, all’orientamento sessuale, alla razza, alla classe. Privilegiato è colui che a partire dalla propria collocazione è in grado di fare violenza a qualcun@ e, in più, non riconosce la violenza subita da chi sta vari gradini più in basso sulla scala del privilegio e delle oppressioni. Privilegiata è anche la donna bianca, etero, ricca, rispetto a donne di altri colori, orientamento sessuale, genere, classe. Ogni qual volta vi troverete ad osservare la realtà intorno a voi provate a capire, alla fine dei giochi, chi è la fascia sempre più discriminata e quel che vuol dire dividere le lotte contro le discriminazioni in ranghi strettamente connessi ad un solo genere, sesso, orientamento sessuale, razza, classe.

Vorrei aprire una parentesi sulle persone intersex: nascono con organi di entrambi i sessi e fin dalla nascita subiscono una discriminazione che equivale alla mutilazione di un sesso a discrezione del chirurgo e del suo contesto familiare. Crescere una persona intersex da donna o da uomo equivale alla negazione di quel che questa persona vorrà essere. Su questo rinvio al sito Interxezioni.

Quando parlo del difetto di divisione delle lotte non mi riferisco alla necessità di assumere coscienza di genere, razza, classe, che implica momenti separatisti in cui le rivendicazioni partono dal proprio personal politico per poi unirsi a rivendicazioni coralmente collettive. Il difetto di divisione delle lotte parte dal bisogno di mantenere aree di privilegio che vanno invece abbattute. Per esempio: se una donna bianca, etero, ricca, nega l’identità di donne nere, omosessuali, bisex, trans, precarie e produce rivendicazioni che tendono solamente a ottenere benefici per se stesse, allora lei sta lavorando per la divisione delle lotte al fine di favorire la propria area di privilegio. Andare in piazza contro la violenza sulle “donne” senza intersecare le lotte contro il razzismo e contro la precarietà significa essere escludenti. In poche parole si tratta di gruppi che si fanno solo i fatti propri e che invisibilizzano le lotte di integrazione e inclusione in favore delle persone di altre razze, culture e situazioni economiche.

Riguardo al privilegio è bene ricordare che quando parliamo di privilegio maschile si parla del fatto che qualunque sia il colore della pelle o la classe di certi uomini: a subire discriminazioni e violenze è spesso la donna o la persona omosessuale. Il colore della pelle, la classe di appartenenza, non valgono quando si parla di stereotipi di genere e di vittime di violenza domestica, di abusi sessuali e femminicidio.

Partendo da queste minime premesse arriviamo a quel che è lo stereotipo di genere, razza, classe. Lo stereotipo è una generalizzazione che rafforza i motivi in base ai quali una persona sarà discriminata. Per esempio:

  • Tutte le donne belle sono oche
  • Tutte le donne sono cattive guidatrici
  • Tutte le donne amano avere figli
  • Tutti gli uomini sono violenti
  • Gli uomini non piangono
  • L’uomo che piange è una femminuccia
  • Gli uomini neri sono tutti stupratori
  • Le donne nere amano fare le colf
  • Le donne precarie la danno solo ai ricchi
  • Tutte le donne inventano molestie

e così via. Aggiungete a piacere. Sicuramente vi verrà in mente uno stereotipo sessista, razzista, classista.

Molti stereotipi vengono attribuiti a persone che ancora neppure sono nate. Una donna incinta già diventa bersaglio di tante donne che pensano che tutte quante debbano condividere un solo modo di vivere la maternità. Esistono uomini paternalisti (coloro i quali pensano di dover educare le donne e di conoscere le vie del bene per ciascuna di esse) che aggrediscono quelle che non vogliono figli o che intendono abortire o che preferiscono metodi di educazione non stereotipata.

La prima cosa che spesso alcuni genitori vogliono conoscere è il sesso del nascituro. Se è maschio prepareranno il corredo di colore azzurro, penseranno di educarlo affinché diventi un uomo-uomo e non una “femminuccia”. Non saranno disposti ad attendere di scoprire quali saranno gli interessi del bambino perché il maschio, secondo cultura patriarcale, deve fare il maschio ovvero quello che non piange mai, che conta le femmine da conquista, che aspira al macchinone e ad una posizione sociale che gli permetta di avere ancora macchine e belle femmine. Questa cultura sarà rafforzata ulteriormente dall’ambiente esterno alla famiglia, da quello che viene trasmesso in tv, dagli spot pubblicitari e da qualunque forma di comunicazione che tende a rafforzare stereotipi che tendono alla conservazione.

Se il sesso del nascituro è femminile il corredo sarà di colore rosa, sarà destinata a ruoli di cura, a cullare bambole per prepararla ad una prossima maternità, a soddisfare retoriche che la riconosceranno in quanto donna solo se desidera avere figli e un marito. Di questa bambina già si dirà che dovrà essere gentile e sottomessa, mai arrogante, mai aggressiva, mai maschiaccio, mai diversa da come la società impone che lei sia. Contesti conservatori immaginano che ancora possa esistere l’educazione separata tra maschi e femmine e non vedono di buon occhio l’educazione al rispetto dei generi, ovvero un’educazione che apre le porte alla libertà di scelta, la libertà di essere chi vuoi tu, al punto da sostenere che un pericolo incombe sui “nostri figli” e quel presunto pericolo si chiamerebbe “il gender” che discende direttamente dall’influenza del demonio.

Basta solo vedere l’impegno di fanatici religiosi e benpensanti a interferire nell’educazione dei bambini per sapere che l’interesse a produrre tabù e discriminazione è diretto soprattutto alla prima infanzia. Educare i bambini al mantenimento di alcuni ruoli sociali, demonizzando ciò che non corrisponde a quella forma di condizionamento mentale, è il modo più efficace per creare sovrastrutture dalle quali diventa molto difficile liberarsi. Quelle sovrastrutture sono normative, fissano norme non scritte che diventeranno fonte di modelli che influenzeranno le vite di chiunque.

Quelle norme agiranno nelle relazioni tra bambini, legittimeranno varie forme di bullismo, diverranno etichette, stigmi terribili dai quali è difficile liberarsi. Una “femmina” che non segue quelle norme sarà detta anormale, dovrà vergognarsi di quel che vorrebbe essere, subirà violenze psicologiche continue e vivrà con milioni di sensi di colpa perché, ad esempio, non crede al concetto di famiglia “tradizionale” etero normata, perché ama persone del suo stesso sesso, perché pur essendo nata donna non ritiene di voler definirsi tale, perché non vuole figli o perché li vuole per costituire una famiglia omogenitoriale, perché non rispetta i sacri confini che secondo cultura patriarcale separano le donne perbene dalle donne per male, le sante dalle puttane, perché vuole vivere la sessualità così come desidera.

Tanti stereotipi influiscono sui pensieri diretti al controllo della vita di quella nuova persona. Si pensa che le bambine non debbano toccarsi, o che non dicano la verità quando denunciano un abuso sessuale o altre forme di maltrattamento. Si pensa che dovrà essere protetta dal concedere la verginità troppo presto o a chiunque. Si pensa che dovrà fare i lavori di casa, che dovrà accudire i genitori anziani e che dovrà essere ben preparata quando si dirà che non ha bisogno di studiare oltre la maturità perché presto sarà promessa in sposa e una sposa troppo colta diventa schiava del peccato e incline a criticare il maschio come essere superiore dalla cui costola dicono sia stata generata Eva.

Perché è importante liberare i bambini e le bambine da questi stereotipi? Perché diventeranno una prigione che li renderà infelici, perché ammazzeranno il diritto alla libertà di scelta che è un diritto fondamentale di ogni individuo. Perché si nasce persone e non maschi o femmine. Si nasce persone e non bianchi o neri. Persone e non ricchi o poveri. Perché grazie agli stereotipi le donne hanno avuto il diritto di voto solo l’altro ieri e le donne nere hanno potuto frequentare la scuola e godere del diritto all’istruzione solo poco tempo fa. Perché le donne povere non sono state legittimate a rivendicare il diritto ad un reddito, ad un lavoro, per lungo tempo e ancora oggi alla prima traccia di gravidanza o di sindrome mestruale, aggirando le norme anti-discriminazione sui sessi, sono licenziate, allontanate, costrette a firmare dimissioni in bianco e dunque rinviate a casa alle dipendenze, economiche e di ogni altro tipo, del marito. Perché le donne lesbiche, le persone trans e gli uomini gay fino a qualche decennio fa venivano considerati malati e rinchiusi nei manicomi.

Quando guardate pubblicità che mostrano una bambina felice di aiutare la mamma o un bambino che gioca ai videogame con il padre nullafacente, ciascuno di questi messaggi sono diretti a rafforzare gli stereotipi di genere. Quando guardate pubblicità in cui non si mostra mai un bambino di pelle nera o una bambina che non va in giro con i riccioli e con movenze erotizzate, sappiate che determinano anch’esse il futuro educativo dei vostri figli. Della bambina importerà l’immagine, un modello di bellezza standardizzata che favorirà il bullismo contro bambine in carne, di colore diverso, appartenenti ad una classe “inferiore”. La bambina sarà giudicata secondo stereotipi che le sono attribuiti dagli adulti:

  • le bambine povere hanno i pidocchi e puzzano
  • i bambini rom sono tutti ladri

e a forza di ripetere sempre gli stessi falsi concetti i bambini saranno educati a discriminare a propria volta.

Per ultimo vorrei descrivere gli stereotipi che puntano a fare in modo che i bambini e le bambine non percepiscano la violenza subita ma, anzi, la banalizzino e la neghino.

Dire cose come:

  • quella bambina fa la smorfiosetta
  • mio figlio è un grande seduttore
  • quella bambina è violenta
  • quel bambino non si sa difendere

evidentemente vuol dire che si manifestano stereotipi che stigmatizzano questi bambini in negativo. Se una bimba viene definita smorfiosa (“fa la smorfiosa, è una civetta”) riceverà lo stigma della puttana fin dall’infanzia e tale stigma la mostrerà come colpevole quando dirà di aver subito una molestia. Il “se l’è cercata” l’accompagnerà per tutta la vita e lei stessa sarà educata a non percepire una violenza e a non preoccuparsene quando la stessa violenza sarà subita da altre. Se un bambino viene definito un “seduttore”, ovvero colui che ha mille fidanzatine e dunque ricalca il modello maschile del virile padre (tanto per dire), sarà educato a dire che se una donna fa sesso con molte persone è una troia e se invece l’uomo fa lo stesso è un gran figo. Se del bimbo si dirà che “non si sa difendere”, indebolendo la sua autostima, imponendogli una cultura machista che vuole che faccia a pugni altrimenti sarà chiamato “finocchio”, crescerà con una profonda insicurezza e una grande frustrazione perché nessuno gli ha mai insegnato che per essere un uomo non si deve per forza fare a botte.

Se della bambina si dice che è “violenta” si stabilisce un confine all’aggressività che quella bambina può mostrare. Il bimbo deve essere violento altrimenti è un “finocchio” e la bambina non deve manifestare aggressività perché se lo fa è un maschiaccio. Una bambina limitata nelle manifestazioni aggressive per tenere fede allo stereotipo sessista che vuole le donne mansuete e gentili, semmai in attesa del salvatore e mai educata a difendersi da sola, sarà educata a produrre forme di aggressività indiretta. Bullismi conditi di pettegolezzi e sfottò. Modi per demolire altr* bimb* senza prenderl* a pugni. Una bambina la cui aggressività viene censurata non imparerà a misurarne la potenza e l’efficacia, non ne apprezzerà e non ne saprà usare l’intendo autodifensivo perché una bimba “violenta”, e torniamo ancora a questo, qualunque cosa accada, se l’è sempre cercata. Si ripropone ancora la divisione di ruoli: lei moglie, madre, regina del focolare e lui guerriero che sfida la sorte per ottenere un ruolo sociale più ambito.

Se quella bambina subirà sempre e comunque il controllo delle proprie capacità di percezione della violenza, quella che lei pratica o che lei subisce, non saprà distinguere un abuso da un “segreto” condiviso da un adulto. Non saprà difendersi da un ricatto sessuale perché varrà di più la reputazione altrimenti rovinata perché “lei se l’è cercata”. Non saprà reagire alle botte del padre perché l’obbedienza al padre per alcuni è legge. Non potrà percepire la violenza della madre perché lei le dirà cose come:

  • vedi cosa mi hai fatto fare?
  • sei sempre la solita
  • smettila di fare questo o quello
  • comportati da signorinella
  • non ti permettere di…

E si tratta sempre di giustificazioni che attribuiscono la ragione di quella violenza al comportamento della vittima. Bambine e bambini cresciuti in ambienti violenti da grandi non saranno difficilmente in grado di percepire la violenza al primo schiaffo. Perciò, quando qualcuno si chiede perché le donne non lasciano il marito violento, sarebbe utile riflettere sul fatto che in realtà il problema è che a quella bambina, poi diventata donna, non è stata insegnata la differenza tra amore e violenza. Quale danno sociale deriva dunque da tutti quelli che negano la violenza di genere e demonizzano l’educazione al rispetto dei generi? Chiediamocelo.

Alla prossima per ulteriori approfondimenti.

 

Update: eccovi il secondo capitolo su Cultura dello stupro Vs Consenso e QUI il terzo che parla di Lotta contro omertà e ricatto sessuale.

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Comments

  1. Grazie!!!

  2. Ti seguo da tanto tempo e mi sono sempre ritrovata a pensarla come te solo che a 15 anni non sapevo di essere femminista, sapevo solo che tutti gli stereotipi mi infastidivano. Da quando sono fidanzata, mi sono accorta di essere capitata in una famiglia di catto-maschilisti, dove mi è stato consigliato di avere un maschio perché le femmine sono difficili, smorfiose e danno problemi. Tutto perché si parlava di una quattordicenne definitiva tr.. (parola che detesto) perché va in giro di sera con la gonna corta e provoca l’uomo cacciatore (stendiamo un velo pietoso). Sto quasi rinunciando ad avere un figlio. Speriamo che qualcosa cambi e soprattutto che, se rimarrò incinta sia femmina!

  3. Condivido tutto, anche se devo ammettere di starmi dis-innamorando di una forma di intersezionalitá presente soprattutto all’estero, e in grande parte di esportazione americana temo (gli americani sono fuori di melone. Ok, non tutti). È una cosa che noto soprattutto nel movimento transgender adesso (ma non solo), anche nei circoli che frequento qui. Ho visto gente insinuare che fosse transfobico non volere andare a letto con una persona trans se a uno non piace quel tipo di genitali, altri che buttano il sesso biologico sotto al treno e dicono che le donne trans hanno il ciclo perché anche loro hanno fluttuazioni ormonali (???), altri ancora che se la prendono se uno vuole parlare di discriminazione sessuale e non solo di genere. Sono due cose diverse, e apprezzo molto che voi qui abbiate parlato di sesso e genere come di due cose distinte. Naturalmente non tutti gli attivisti sono così, ma ci sono alcuni che sembrano fare a gara a chi la spara più grossa per potersi definire più progressivo degli altri, e spesso sono le persone che “urlano di più” e che quindi acquistano un ruolo di maggiore rilievo, mentre chi ha posizioni più moderate o ha dubbi riguardo all’ideologia dominante resta più nell’ombra.
    Insomma a me l’intersezionalità piace molto in teoria ma in pratica non so se stia funzionando troppo bene, anche se per ora in Italia sembra che vada molto meglio, forse anche dovuto al fatto che purtroppo in Italia i movimenti femministi e LGTB sono ancora di nicchia e non hanno molto spazio nei media, da quel che mi sembra.
    Vedremo come andrà, per ora grazie per questo post.

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