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Storia di Aria: il disturbo da stress post traumatico

E’ il secondo capitolo della mia storia. Il primo lo trovate qui.

Sicuramente avrete sentito parlare di quello che succede ai soldati che tornano da guerre che li hanno traumatizzati. Vivere sempre nella paura, dormire con un solo occhio e con un’arma in mano, con l’idea che prima o poi qualcuno ti beccherà nel sonno e dovrai difenderti. Il terrore mentre senti il “nemico” avvicinarsi e parlo di terrore autentico, quello che ti fa salire l’ansia a mille e che ti causa un attacco di panico dopo l’altro. D’altro canto per me vivere con una persona violenta ha voluto dire anche avere un falso senso di sicurezza, pensare che avevo tutto sotto controllo. Se facevo quel che lui voleva sarebbe andato tutto bene. In realtà non andava bene nulla e quando lui mi picchiava, per quanto io cercassi di giustificarlo trovando una ragione che lo avesse reso violento, di motivi non ce n’erano. Erano sfoghi di ira, volontà di fare del male.

Perciò immaginate quello che si prova sapendo che da un momento all’altro lui potrebbe arrabbiarsi e picchiarti. Aver paura del suo respiro, restare rannicchiata dalla tua parte in un letto che non era abbastanza grande per contenerci entrambi. Non c’era un solo spazio in cui potessi difendermi. La parte più stridente era quella per cui a casa potevo concedermi la paura e fuori dovevo mostrare che tutto andasse bene. Non so se avete mai vissuto una situazione del genere ma forse posso descrivervela ricordando i racconti di soldati che in pubblico devono mostrare forza e in privato invece hanno incubi continui. La mia vita era diventata una somma di gesti involontari. Pararmi aspettando i suoi colpi quando alzava la voce. Vederlo sorridere e sfottermi perché “non c’è niente di cui aver paura”. Fare un salto sulla sedia ogni volta che me lo trovavo vicino. Reagire allo stesso modo quando chiunque si avvicinava a me senza che io me ne accorgessi.

La guerra è quella condizione che ti fa restare intrappolata nella tua stessa paura. Immobile, a occhi chiusi, con la costante paura di morire e con l’idea che la tua vita in ogni caso non vale niente. Sempre con un’arma in mano, pensando che prima o poi ne avrai proprio bisogno. Io, per esempio, negli ultimi tempi, quando avevo già detto che volevo separarmi e lui non voleva accettarlo, dormivo con un coltello sotto il cuscino. Non era mia intenzione usarlo e d’altro canto non sarei neppure riuscita a farlo. Lui era molto più forte di me e io non vivevo in un bel film in cui la protagonista di Kill Bill si trasferisce presso il mistico orientale scoprendo il modo di uccidere con il tocco di un solo mignolo. Probabilmente ad altre è stato utile fare corsi di autodifesa. Per me era impensabile conquistare un grammo di fiducia in me anche solo per iniziare a pensare di poter difendermi.

Quando sono uscita da quel brutto periodo non riuscivo comunque a restare tranquilla. Avevo paura che lui spuntasse da un momento all’altro. Se mi capitava di incontrarlo per caso mi cagavo addosso, letteralmente. Non avevo fiato e l’attacco di panico diventava così doloroso da sembrare un infarto. Poi immaginavo che andandoci a letto potessi avere il controllo su di lui. Ho detto controllo? Devo correggermi: parlo di potere. Lui ce lo aveva. Io invece no. Nel fase del “dopo” continuavo ad avere incubi e quello ricorrente mi vedeva inseguita, braccata, assediata. Io ovviamente ero incapace di rialzarmi da terra, non veniva fuori la voce per chiedere aiuto e alla fine l’angoscia era talmente tanta che mi svegliavo tremando come una foglia.

Il mio “dopo” significava dover convivere con le mie disabilità conseguenti alle sue botte e anche con le mie ferite interiori delle quali importava poco al mondo. Lui era finalmente assente ma questo non voleva dire che la violenza non fosse più presente nella mia vita. Non so quello che succede ad altre. A me è successo che cercando un aiuto psicologico ho trovato solo tanta incompetenza. Quando all’Asl trovavo una psicologa mi guardava con sospetto e quando trovavo uno psicologo empatizzava per via del paternalismo che lo induceva a voler proteggere e salvare la fanciulla in pericolo. Nessuno è stato in grado di aiutarmi a trovare forza per salvare me stessa dalla paura.

Sono andata avanti vergognandomi di essere fragile. Senza riuscire a dare un nome a quello che mi stava succedendo. Disturbi alimentari, ansia, attacchi di panico, depressione, agorafobia, discontinuità nelle mie azioni. Al lavoro mi accusavano di inaffidabilità quando non ero in grado di alzarmi dal letto per fare il mio dovere. Qualcosa mi teneva lì immobile, terrorizzata. Io pensavo fosse colpa mia. Nessuno pensa al dopo di una vittima di violenza. Come se fosse normale porre fine alla violenza e ricominciare da capo senza un momento per ricostruirsi, per costruire una sicurezza e un’autostima che non c’era mai stata. Ho perso due lavori per questo motivo e sono stata rinviata ad una psichiatra dal mio medico curante. Quando quello che ti succede viene tradotto in una malattia mentale, un difetto cronico, la tua stessa mancanza di volontà, l’autostima non sale di un millimetro. Finisce sottoterra. E ancora stai cercando di guarire da quella violenza subita anche se sono trascorsi anni dalla fine di quel rapporto sbagliato.

Quando iniziai a ferirmi, con un autolesionismo che mi rendeva agli occhi altrui come una debole potenziale suicida, a nessuno venne in mente di ascoltarmi e di capire che in realtà stavo cercando di sopravvivere, urlando con ogni fibra del mio corpo. Mi grattavo fino a scarnificare parti del mio corpo. Braccia, gambe, viso. Poi cominciai a usare un coltello per scarnificarmi meglio. Ero tutta una piaga e ancora non trovavo il modo per essere forte. Tutto quello che sto raccontando può sembrarvi un piagnisteo vittimista. In realtà stavo attraversando l’inferno, il mio inferno, per poter svegliarmi, un giorno, con un respiro nuovo. Imbottita di farmaci, senza alcuna strategia di sopravvivenza, in difficoltà economiche, senza soldi per poter pagare un affitto, costretta a tornare, da adulta, a vivere assieme ad una famiglia che era una tra le varie cause del mio male.

Nessuno che si mettesse mai in discussione. Mai un’incertezza da parte di mio padre o di mia madre. Loro avevano fatto del proprio meglio e in fondo sapevo che era stato così. Non puoi decapitare una famiglia se non riesci a decapitare le trappole che continuano a imprigionarti dentro la tua stessa pelle. A quel punto il problema ero solo io e a nessuno avrei potuto attribuire la responsabilità per le mie azioni in quel mio presente. Senza un grammo di fiducia in me stessa fu così che iniziai seriamente a pensare che sarebbe stato meglio se lui mi avesse uccisa. Non ero grata per la vita che mi era stata risparmiata. Pensai che avrei potuto porre rimedio a quella mancanza. Tentai il suicidio.

Qual è secondo voi il modo per dare fiducia ad una persona in quelle condizioni? Ancora psichiatria e farmaci. Nulla di traumatizzante, anzi. Brave persone che hanno fatto del proprio meglio per trattarmi con competenza ed empatia.

Erano passati circa dieci anni dalla fine della storia violenta. Allora perché io mi sentivo come se non fosse trascorso neanche un giorno?

Per oggi finisco qui le mie riflessioni.

Con affetto

Aria

Ps: Questo post è scritto da Aria. Per leggere la sua storia dall’inizio potete trovarla QUI.

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  1. Un abbraccio

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