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Storia di Aria: la violenza subita e la vita archiviata

Da oggi comincia a scrivere per Abbatto I Muri una donna che parla della violenza subita e, soprattutto, del dopo che caratterizza la vita di una vittima. Non si tratta di una storia che riguarda tutte perché ciascuna vale per la persona che la vive. Dunque speriamo di non dover spiegare che non si tratta di generalizzazioni ma della condivisione di una esperienza. Chi firma è Aria.

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Non ho mai scritto su un blog e mi scuso fin da ora per eventuali errori o parole che potrebbero involontariamente offendervi. Parto dall’inizio.

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A 19 anni ho incontrato un ragazzo che in qualche modo mi ha conquistata. Forse perché somigliava molto a mio padre. Violento il mio genitore e violento il mio ragazzo. Può sembrare uno stereotipo ma per me non lo è stato. Il fatto di essere cresciuta in una famiglia in cui la violenza era il solo mezzo di comunicazione ha cancellato la mia sicurezza e la mia autostima. Pensavo di non valere niente ed è bastato che un ragazzo mi dicesse “ti amo” e mi sono sentita apprezzata. Più tardi ho capito che l’unica sicurezza che fa bene è quella che nasce da te stessa. Dipendere dal giudizio degli altri, incluso il tuo ragazzo, significa che quando ti picchierà perché “hai fatto una brutta cosa” tu penserai di meritarlo.

Io pensavo di meritarlo. Non era tutto brutto. La mia storia non è bianca o nera ma è stracolma di toni di grigio. Fino a quando consideravo tutto secondo la divisione tra bianco e nero, tra bene e male, non riuscivo a capirci nulla. Il mio papà era “male”? Ma certe volte era anche “bene”. Se è semplice separarsi da quel che indubbiamente è male non lo è invece quando vi sono delle contraddizioni. Mio padre: lo odio o lo amo? Il mio ragazzo è male o è anche bene?

Nessuno ci insegna a distinguere le caratteristiche umane a partire da noi, da quello che ci fa stare male o bene. Nessuno ci insegna che non siamo noi a dover aggiustarci per ricevere amore o che non è colpa nostra se non siamo mai riuscite a farlo diventare un perfetto fidanzato. Ci dicono tante stronzate su ognuno di questi argomenti. La brava donna è quella che fa venire fuori il buono che c’è in lui. Se lui esprime solo cattiveria la colpa è tua. Dietro un grande uomo c’è una grande donna. La bella tiene a bada la bestia e la trasforma in principe. E’ sempre lei quella che deve cambiare, farsi amare, calmare l’uomo, renderlo docile, qualcuna usa il termine addomesticare. Quando ripenso a quello che ho vissuto e a quante balle hanno interferito nella percezione degli eventi. Se non sai percepire la violenza non pensi che lo sia. Ad insegnarti la percezione della violenza deve essere una persona adulta.

Se tua madre ti picchia in testa dicendo che lo fa per il tuo bene e se tuo padre ti piglia a cinghiate per educarti meglio tutto quello che imparerai è che la violenza è una maniera di amare, più o meno. Se il tuo ragazzo ti dice che ti picchia perché ti ama troppo allora finirai per credergli e considererai la violenza l’unica forma di amore riconoscibile. Se un uomo non ti picchia non ti ama in definitiva.

Quando leggo commenti tipo “ma come ha fatto a restare con lui per tutto quel tempo? è colpa sua, io l’avrei lasciato subito…” mi sento offesa. Io sono rimasta con lui per diverso tempo, un po’ di anni, e se qualcuno mi diceva che lui si stava comportando male io consideravo questi pareri con un “fatti i cazzi tuoi”. Consigli non richiesti. Interferenze nella mia grande storia d’amore. Ho chiamato “invidiosa” un’amica che tentò di farmi capire che quello che stavo vivendo era un male per me. Ma lei cosa poteva saperne dell’amore? Avevo con me un ragazzo che mi amava talmente tanto da picchiarmi se solo un altro mi guardava per strada. La gelosia era un segno d’amore. La violenza lo era. Considerarmi una proprietà era una bella cosa. Io non pensavo ad altro che ad appartenergli, per sempre, finché la morte non ci avrebbe separati.

Non sto a raccontarvi della violenza psicologica. Vi dirò in seguito per rifletterci meglio. E’ stato comunque terribile dover vivere sotto l’occhio vigile e giudicante di un ragazzo che mi rimproverava per qualunque cosa. Come per mio padre io ero niente. Nulla. Zero.

Immagino che conoscerete la trafila nei momenti in cui le botte diventano ancora più feroci, quando senti il crac delle costole o quando si rompe un timpano. Mani che mi amavano e mani che mi ferivano. Quale delle due? L’ho lasciato e sono tornata con lui e poi lasciato e tornata ancora. Non si diventa consapevoli in un attimo e chi ti sta attorno dovrebbe capire e aspettare. Invece mio padre, che mi aveva picchiato altrettanto immotivatamente e altrettanto forte, diceva del mio ragazzo che era “una bestia”. La mia scelta consisteva tra l’uno e l’altro. Dove fuggire? Dove andare? Attorno a me era solo guerra e io volevo un territorio di pace. Nessuno me lo ha offerto. Alla fine me lo sono guadagnato, ma di questo vi parlerò nei prossimi capitoli.

Tutta questa premessa per portarvi oltre le ovvietà, al dopo, quando torni dalla guerra e soffri di disturbo da stress post traumatico che nessuno diagnosticherà mai. E’ quella fase della tua vita che nessuno sa spiegarti o comprendere. Un po’ come quando vedi il lieto fine in un film. E quello che c’è dopo? Uscire fuori da una situazione violenta. E poi? Mi sono salvata dalla violenza. Come salvarsi dal salvataggio?

Cercherò di capire assieme a voi come chiunque, istituzioni, persone, impieghino un attimo a dirti che tutto è archiviato. Dal fastidio se non parli da vittima, se non ti concedi alle grazie del tuo salvatore e vuoi solo capire e vederti riconosciuti alcuni diritti e dal fastidio anche se stai giù, stai male, piangi, ti disperi perché allora sei pigra, non vuoi uscirne, sei una pappamolla. Concludo qui il mio primo post. Spero di riuscire a scrivere con regolarità e spero di poter dialogare con voi se vorrete lasciarmi dei commenti. Ne sarei davvero felice.

Con affetto

Aria

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Comments

  1. Grazie

  2. Un racconto toccante e profondamente autentico. … Grazie

  3. Storia interessante e che fa riflettere, non credevo di rispondere in modo serio a qualcosa che pubblica questa pagina ma stavolta pure uno che di solito farebbe finta di nulla, finito per errore in una pagina di femministe è rimasto colpito. Mi hai fatto ricordare la mia adolescenza, sminuito psicologicamente da tutti quelli che di regola dovrebbero starti vicino… ma come da prassi gettato nell’indifferenza più assoluta.
    Se devo dirla tutta non è facile uscire ancora da quella lunga ed interminabile esperienza, l’unica vissuta…

  4. Spesso un genitore alza le mani sui figli con la scusante di dire “bisogna che io ti educhi”. Le botte, quelle che fanno male, umiliano ed avviliscono, alla fin fine possono portare a due risultati:

    1. chi li riceve si annichilisce così tanto da aver paura di reagire nel mondo. In questo caso si lascia scivolare addosso ogni tipo di situazione pur di evitare “il peggio”. Ed allora va bene il fidanzato violento, perché almeno si conosce la situazione e si presume di saperla gestire, ma anche perché si ha quella continua sensazione di non avere abbastanza coraggio per affermare se stesse.

    2. Il secondo risultato è quello peggiore. La persona che subisce violenza fin da piccolo crescerà a sua volta con la convinzione che la violenza governi la vita delle persone. Perché è così che si fa e non esistono alternative. Ed allora userà violenza con il prossimo in ogni occasione.

    Uno schiaffo, una cinghiata, un insulto pesante non solo fanno male. Umiliano. Ledono l’anima fino ad annientarla, fino ad erodere quel poco di forza interiore che una persona si ritrova.

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