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Quando l’aborto era clandestino: storie da non dimenticare

Lei scrive:

Quando ancora la gravidanza era vissuta come un obbligo, con la vergogna e lo stigma destinati solo alle donne, ogni rapporto sessuale per me era un incubo. Iniziavo senza problemi, lo ritenevo un mio diritto, una mia libera scelta, ma poi mi tornavano in mente tutte le ragioni che mi obbligavano a sentirmi in trappola. Usare la pillola era un po’ come dichiarare che io fossi una zoccola e sperare nella capacità dell’uomo di tenermi al sicuro era più un atto di fede che una certezza assoluta. Il tempo di cui vi parlo è relativamente recente. Pensate che l’aborto legale è un diritto solo da poco e che lo è diventato grazie alle tante donne che hanno macchiato di sangue e dolore il percorso di liberazione.

Quando chiedevo se lui avesse un preservativo in tasca mi rispondeva che non aveva voglia di usarlo perché limitava il (suo) piacere e poi, d’altro canto, il fatto di non usarlo doveva essere ritenuto come un complimento rivolto a me. Solo con le zoccole il preservativo era un obbligo, perché considerate sporche e malate. Ma io, ragazza per bene, non avevo quel genere di problemi e dunque il fatto che lui non usasse il preservativo diventava una sorta di lusinga, un riconoscimento per le mie virtù.

“Con quanti sei stata? E’ la prima volta?”. A queste domande rispondevo sempre allo stesso modo: ho solo avuto storie senza importanza e con loro non ho mai avuto un rapporto completo. Bugie che definivano me prima che loro. Bugie necessarie, secondo la mia mentalità dell’epoca, perché mi avevano insegnato che le donne avrebbero dovuto soltanto vergognarsi della propria sessualità e nella mia mente era ancora necessario dirmi vergine per pensare di meritare un partner che mi prendesse sul serio.

In quel momento non pensavo affatto al femminismo e quando si parlava di diritti delle donne e di parità intervenivo soltanto per dire che le donne potevano già contare su tanti diritti e che quelle femministe là non erano altro che delle fanatiche invidiose che nessun uomo avrebbe mai cercato. Poi, per l’appunto, rimasi incinta e fu come se il mondo intero mi crollasse addosso.

Andai in cerca di quella parità che pensavo raggiunta e ricevetti risposte infami da chi disse cose come “e io che ne so se è davvero mio figlio?”, “allora vuoi incastrarmi per farti sposare…”. Mi fu restituita soltanto una enorme solitudine. Non sapevo cosa fare. Non c’erano i consultori e non c’era nessuno a cui rivolgermi. Non volevo informare la mia famiglia perché avrebbe chiesto a me di sposarlo e mi avrebbe tacciata di troiaggine. Ciascuna di queste convinzioni era determinata da uno stereotipo sessista e se mai qualcuno mi avesse detto che sarei diventata femminista gli avrei riso in faccia.

Perché vedete: il femminismo non è una bella teoria ma è una chiave di lettura che ti permette di riappropriarti delle tue scelte liberandoti innanzitutto dal senso di colpa. Mia madre disse che sarebbe stato meglio non dire nulla a nessuno. Un figlio “illegittimo” non sarebbe stato utile a difendere il buon nome della famiglia. Questioni d’onore, si capisce. Essere una ragazza madre comportava tante ingiuste accuse e discriminazioni per me e per il futuro eventuale bambino. Dunque decisi di abortire. Pensai che le mie ragioni fossero più che sufficienti. Pensai di trovare persone che avrebbero capito. Invece no.

Chiesi informazioni al mio medico curante il quale rispose che quella era la conseguenza delle mie azioni e che non avrei potuto fare niente di niente. Lui, obiettore, santo padre di famiglia, lo disse a mia madre e a mio padre, per il mio bene. Mia madre lo sapeva già e mio padre reagì come mi aspettavo: voleva prendere a pugni il ragazzo e farmelo sposare. Gli dissi che comunque non avrei voluto sposarmi e che la scelta sarebbe spettata a me. Mio padre non era un uomo cattivo. Pensava di fare il mio bene e lo pensava senza chiedermi cosa io volessi davvero.

Quando mai alle donne si chiedeva cosa volessero per se stesse? Mia madre aveva vissuto sempre così e prima di lei mia nonna. Io ero una novità che scombussolava un sistema di cose rodato e definito. Solo dopo il mio tentato suicidio mio padre si convinse a non prendere in considerazione il matrimonio riparatore. Mi sentivo come una nuova Franca Viola, colei che si rifiutò di sposare il suo stupratore e che lo fece condannare invece che sposarlo. Non c’era di mezzo uno stupro e un processo ma sfidavo le convenzioni più radicate e questo costituiva un fatto del tutto nuovo nella mia famiglia e dalle mie parti.

Avevo sentito di molti matrimoni preparati in fretta e furia prima che fosse impossibile per le donne gravide poter indossare un abito bianco. Così la famiglia salvava la propria faccia e la reputazione della figlia. Quando mio padre capì che non era possibile per me concordare con quella scelta si trovò in un terreno tutto nuovo da esplorare e allora tornò dal medico per chiedergli il “favore” di farmi tornare pura. Stava cercando qualcuno che mi facesse abortire. Io non avevo ancora deciso cosa fare ma mi sembrò la strada migliore da percorrere.

Esisteva la possibilità di un aborto clandestino e mentre mio padre cercava un medico a pagamento dall’altro lato mia madre si rivolgeva a vicine di casa che la portavano da fattucchiere che ci liberassero del malocchio o da mammane disposte a farmi abortire a domicilio. Nel frattempo io sperimentavo l’autolesionismo, pugni in pancia e odio per me stessa, perché in fondo tutti dicevano che ero io ad essermi cacciata in quella situazione. Mia madre mi portò in chiesa affinché mi confessassi e il prete mi guardò come fossi stata il demonio in persona.

Il tempo scorreva e più la gravidanza andava avanti più sarebbe stato rischioso abortire. Una donna mi consigliò di preparare un intruglio a base di erbe e a parte un gran mal di pancia non accadde null’altro. Poi seppi che se anche avesse funzionato di certo io sarei stata a rischio. Chissà perché non pensavo a quell’eventualità, quella della mia morte dico. C’era un’altra signora, una specie di ostetrica, che si faceva pagare per far accomodare le donne sul suo tavolo da cucina e, con attrezzi decisamente sudici, le apriva ed estraeva l’embrione lasciando pezzi di placenta in corpo. Un paio delle sue pazienti erano morte di setticemia ed emorragia.

Ma era quello il prezzo della colpa. Mi intromisi nella sua operazione e le chiesi di far bollire un po’ d’acqua per disinfettare gli strumenti. Non c’era anestesia e non sapevo come avrei potuto sopportare il dolore. Temevo di morire e quella fu la giornata in cui decisi di essere una femminista. Sopravvissi per miracolo e quando mi informai, in seguito, sulle conseguenze dell’aborto clandestino seppi che moltissime donne crepavano nel tentativo di riuscirci. Gli uomini non subivano alcuna conseguenza. Non erano loro a rischiare la vita. Non erano loro a vedere distrutta la propria reputazione.

La battaglia per un aborto libero metteva in discussione ogni stereotipo che avevo subito, che tutte noi subivamo. Metteva fine al dominio oppressivo della cultura patriarcale, chiunque se ne facesse portatore. Senza quella battaglia le donne sarebbero ancora condannate alla vergogna, col senso di colpa e con l’idea che ogni conseguenza sarebbe giusta da sopportare. Lo dico alle ragazze di oggi, a quelle che pensano che tutto sia scontato e che i diritti siano arrivati spontaneamente. Sottrarre agli uomini il potere di gestire i nostri corpi e la nostra sessualità è stata la mossa più importante e più coraggiosa che le donne abbiano mai compiuto. E non fu l’unica. L’altra conquista fu il divorzio. Le donne potevano finalmente dire no. Queste battaglie sono ancora in corso. Basti pensare agli obiettori di coscienza negli ospedali, alla cultura dello stupro o al numero dei femminicidi commessi da uomini che non accettano che la ex moglie scelga di separarsi e divorziare.

Il potere oppressivo non smette da solo. Non dimenticate, per favore. Continuate a lottare per voi stesse e per quelle che verranno dopo di voi.

S.

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