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Più che sopravvissuta sono una guerriera. Una tra le tante

Cara Eretica, c’è stato un tempo in cui cercavo me stessa in ogni notizia di cronaca, quasi a dimostrare che quanto mi era accaduto fosse reale. Quasi a dimostrare quanto avessi ragione a sentirmi una vittima. Tante donne spezzate e con gli sguardi da sopravvissute, donne delle quali si descriveva l’aspetto, le abitudini sociali, sminuendo la faccenda. Il titolo faceva più o meno così: “Tragica morte a xxxxxxxx per gelosia” oppure “Delitto passionale a xxxxxxx”. Più rispetto si dimostrava soltanto nel caso in cui lei, la vittima, fosse una fervente cattolica, buona madre e buona moglie. In tal caso si parlava di inspiegabile raptus. Anch’io ero stata vittima di un quasi “delitto passionale”. Non capivo dove fosse la passione ma sopravvissi con qualche costola rotta, la trachea quasi a pezzi e il terrore che potesse accadere ancora.

Una delle cose che leggo raramente quando si scrive di questi temi è il fatto che una sopravvissuta soffrirà di un trauma che in caso dei soldati sopravvissuti ad una guerra si chiama disturbo da stress post traumatico. Il disturbo non viene diagnosticato e la società non sembra farsene carico. Se vuoi curarti devi pagare lo psicologo e se vai da uno psichiatra non so quanto sia sensibile alle conseguenze della violenza di genere.

Una donna traumatizzata può sviluppare diversi sintomi: la depressione, l’autolesionismo, i disturbi alimentari, l’insicurezza, l’agorafobia, l’incapacità a relazionarsi e la paranoia ossessiva che non le concede il lusso di intraprendere un nuovo rapporto per la paura che possa essere ferita, di nuovo. Una sopravvissuta può anche evolvere sul piano psicologico, venire fuori dalla vittimizzazione e dopo aver elaborato tutto può anche riappropriarsi di una vita ed un corpo che non sentiva più suoi.

Una vittima di violenza potrebbe responsabilizzare troppo un figlio o una figlia e farli crescere nella paura e tra mura domestiche caratterizzate dai suoi cambi d’umore. In questo caso a nessuno verrà mai in mente il fatto che si tratti ancora della conseguenza di quella violenza. Perché è come sentire di non essere sicura in nessun luogo e con nessuno. Può anche darsi che finga sicurezza all’esterno ed intimamente scelga di non mostrare la propria fragilità a nessuno. Si dice che le donne sopravvissute sono munite di una corazza. E’ possibile che sia così, non so se per tutte. Lo è stato per me e quella corazza ovviamente non poteva funzionare in una sola direzione. Se non permetti a nessuno di entrare allora non permetti alle tue emozioni di uscire.

C’è anche il fatto che tra le numerose colpevolizzazioni che la società ti impone vi sia quella che ti reputa, o almeno ti reputava, una sorta di fallita perché non sei stata in grado – tu e non lui, figuriamoci – di tenere “unita” la famiglia, quantomeno per il bene dei figli. Le donne di una volta, non si sa di quale volta, sopportavano in nome della famiglia, tanto si sa che sono le donne a portare i pantaloni e basta poco per raggirare un pover’uomo la cui responsabilità ricade sulla donna. Gira che ti rigira la colpa è sempre della donna. In quel caso – per il mondo intero – lo era. Perciò una sopravvissuta con figli rischia di non gestire bene le cose perché deve provare a se stessa e al mondo di farcela da sola. Hai voluto la bicicletta? Ora pedala. Facci vedere come fai senza un uomo.

Raramente mi è capitato di chiedere aiuto e quando l’ho chiesto mi sono sentita mortificata, priva di integrità, perché ancora tutto quel che succede in questi casi è colpa tua. Colpa mia. Temo che oggi la situazione per alcune sia perfino peggiorata. Ai “miei tempi” non c’era la minaccia di perdere i figli la cui custodia poteva essere richiesta da altri per dispetto e per vendetta. Intendiamoci: io sono d’accordo sul fatto che i figli devono essere gestiti da entrambi i genitori e dalle famiglie dei genitori. Ma non parlo di questo. Ci sono situazioni in cui le donne vogliono essere uniche proprietarie dei figli e ci sono invece quelle in cui devi dimostrare di essere perfetta per non perderli.

Dimostrare questo quando sei sopravvissuta alla violenza, quando ti stai facendo un mazzo così per sopravvivere economicamente e non puoi chiedere aiuto a nessuno per non ammettere che da sola non ce la fai, credo sia una fatica inimmaginabile. Già il peso degli sguardi su una madre interferisce quando ha un uomo accanto. Figuriamoci quanto sia grave doverlo sopportare quando quell’uomo l’hai lasciato, l’hai denunciato, l’hai semplicemente allontanato per non rischiare di morire. Di nuovo.

Si muore più volte perché per prima cosa muore il corpo ma anche la fiducia, l’innocenza, la convinzione di poter essere amate per quel che si è senza dover aspettarsi che la persona che dice di amarti ti faccia molto male. E’ quello che succede ai figli che subiscono violenza da parte dei genitori. Sentirsi traditi così spinge a farti diventare diffidente, chiusa, ostile, incapace di affidarti perché dal momento in cui la persona cui hai affidato te stessa ti tradisce ti rendi conto, appunto, che è meglio fare tutto da sola.

Io ho invidiato quelle donne che mostravano di essere felici per la scelta di stare con un uomo affidandogli tutto: la gestione dei soldi, il potere di scegliere se farti lavorare o meno fuori casa, per esempio. Ai miei tempi questo accadeva di frequente e le donne dicevano che l’amore era tutto ciò che era loro sufficiente, salvo poi vederle infelici quando dovevano chiedere prestiti alle vicine di casa per soddisfare qualche bisogno. Oggi cose di quel tipo sono riconosciute come discriminanti. Si chiamano “violenza economica” o “violenza psicologica” o entrambe le cose e molto altro ancora.

Per un periodo molto lungo ho pensato che nessuna donna in assoluto potesse essere felice, pensavo mentisse al riguardo o che non fosse consapevole. Ritenevo di doverle salvare o metterle a conoscenza dei rischi perché pensavo che tutti gli uomini fossero violenti e che a nessuna donna potesse piacere la vita di coppia, la maternità, il lavoro casalingo. Poi cominciai a guarire e ad ascoltare e mi resi conto del male che facevo a me stessa non distinguendo la mia storia da quella di altre donne. A me era successa quella brutta cosa, ad altre invece no. Ed ecco investirti la solitudine, o commenti di altre che stavano sulla difensiva o che sentivano di voler difendere davvero la propria scelta. Anche loro sbagliavano quando dicevano che “poi dipende da quello che fai per mantenere sana e unita la famiglia… io per esempio…” e così si apriva ancora di più il divario. Io ascolto le tue differenze ma tu per difenderle stai colpevolizzando me. E’ quello che ti hanno insegnato a fare. Una dichiarazione di autodeterminazione vale solo se la fai sulla pelle delle altre? Secondo me bisogna imparare un nuovo modo di comunicare. Sento che anch’io devo ancora colmare molte lacune e mi scuso per questo.

Comunque sia la solitudine aumenta ancora di più quando tenti di raccontare la tua storia e altre ti giudicano o si lasciano scappare un “ma tu che avevi fatto?” come fosse ovvio che chi ti picchia abbia una ragione solida per farlo. Di certo una vittima non è perfetta ed è un semplice essere umano che cerca di vivere e crescere al meglio. Dopo aver elaborato a vicenda può anche venirti in mente una sorta di responsabilità reciproca, non perché essa coincida con l’alibi fornito a chi ti picchia ma solo perché se non si distingue la propria responsabilità a farsi corrispondere uomini che per un motivo o per un altro ti fanno del male non sei mai sicura di saper riconoscere un violento nel tuo prossimo partner.

Sapere cosa sei, quale sia la tua storia e perché mai hai fatto così fatica a percepire la violenza, una violenza che di certo non è iniziata quando lui ha tentato di ucciderti, è forse più importante che puntare il dito su di lui. Il fatto è che siamo state educate a prenderci cura degli uomini anche quando sono dei futuri assassini. Il tempo sprecato a pensare cosa lo abbia spinto a fare così, giustificandolo per il contesto in cui è cresciuto, per lo stress accumulato, per il fatto di non aver saputo stargli vicino. E’ strano spostare finalmente lo sguardo verso voi stesse e tolto il senso di colpa restare a scoprire aspetti che non conoscevate neppure. Solo dopo tanta elaborazione a me è successo di scansare i violenti sapendo che non mi meritavano. Solo così o almeno questo è stato quello che è successo a me.

In fondo racconto tutto questo perché penso che investire la società di questo enorme carico sia necessario. Una società che si deresponsabilizza perché ritiene che la colpa sia del singolo, uomo o donna che sia, vittime o carnefice. Mettendo la vittima al centro di attenzioni e riconoscimenti, talvolta e molto più recentemente, è come conferirle una medaglia paternalista e tanto basta. Ma delle conseguenze di quella guerra non si fa carico nessuno. Eppure le donne sopravvissute sono delle combattenti, delle partigiane che resistono in casa a centinaia di attacchi personali e vigliacchi, ad armi impari. Eppure anch’io penso che oggi non ho più voglia di chiamarmi vittima e anche il termine “sopravvissuta” mi sta stretto. Quel che sono è contenuto nel significato di “resistenza”. Ho combattuto, sono stata ferita a sangue, ma alla fine ho vinto. Ho vinto io. Mi sono ripresa la mia vita e l’ho liberata da quello che mi opprimeva. Ho vinto io e l’ho fatto da sola. Oggi si può contare sull’aiuto delle altre donne ferite che non si vergognano di mostrarsi in pubblico. Ieri era decisamente più complicato. Nelle piazze, però, si ergono ancora statue in onore dei “caduti” o di “eroi”. Il nome delle vie è spesso, quasi sempre, dedicato a uomini, perfino quelli sconosciuti o che hanno significato qualcosa solo per il ceto – alto – di appartenenza.

Il nome delle tante eroine che resistono nelle case piene di violenza non è ricordato in nessun posto. Non parlo di commemorazione, triste e idiota, ma parlo del riconoscimento che è dovuto a queste guerriere. Guerriere come me. Guerriere come voi.

Il mio nome è Silvana e sono una guerriera. Una tra le tante.

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Comments

  1. Un articolo duro e commovente. da incorniciare. Ci sono donne guerriere a cui un monumento non serve, basterebbe la comprensione, una carezza silenziosa. Possiamo tutti fare qualcosa perché non ci sia più violenza su una donna, su un bambino, una violenza esplicita, una violenza sottile ed ugualmente feroce.
    Cominciamo noi maschi, padri, compagni. Ci siamo, e stiamo piano piano rivoluzionando la storia.

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