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Ancora una storia di violenza sessuale dentro uno spazio occupato

Questa è la storia di una ragazza che ha subito una violenza all’interno di uno spazio occupato. Di nuovo si pone il problema: in uno spazio occupato si sceglie di non avviare una discussione antisessista e di isolare la vittima invece di supportarla. Con tanta solidarietà a lei pubblichiamo quanto ci ha scritto. Buona lettura!

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È la notte tra il 22 e il 23 giugno. Al di fuori dello spazio occupato nel quale sarei rimasta per fare i turni in difesa da un eventuale sgombero, scoppia una rissa tra due dei compagni che erano rimasti per il mio stesso motivo e altri tre individui con cui avevano passato la serata. La rissa si conclude nel giro di poco, i tre se ne vanno, uno perde sangue dalla bocca, forse un dente rotto. 

Insisto per ribarricare, la sento come una responsabilità prioritaria, ho già fatto l’errore di non barricarmi dentro una volta, non voglio ripeterlo, “già mi considerano un’incapace così”.

Uno dei compagni coinvolti nella rissa rimane nel piano inferiore perché deve uscire alle 7, altrx tre compagnx vanno a dormire. Sono le 6 del mattino.

Vengo baciata dal compagno con cui sono rimasta sveglia, inizialmente ci sto, quando mi dice che vuole andare oltre (insistendo su quanto siano belle le mie tette e su quanto sia bella io) mi fermo. Non ne ho voglia. Lui insiste, io cerco scuse, lui insiste, io esprimo il mio disagio, lui insiste, a un certo punto gli metto una mano al collo, senza esagerare con la stretta perché comunque non è mia intenzione provocare una reazione fisica, intimandogli di smetterla, ché mi sento a disagio con la sua insistenza. Improvvisamente da bellissima che ero, “non potevo aspettarmi nulla di meglio”, afferma che “allora mi piace essere violentata”, ricomincia con la storia delle tette (“almeno fammene vedere una”, io gli mostro la destra per qualche secondo, non certo perché stavo al gioco, come poi lui avrebbe sostenuto, ma in parte per paura, non ho a che fare con una persona pacifica né tantomeno lucida, in parte per rabbia, “se ti do una briciola la pianti di tachentarmi così?!”), afferma che “tanto lo so che domani mi dipingerai come lo stupratore di turno”. Io più volte, durante quest’ora, ho minacciato di salire al piano di sopra, di andarmene, ciò che mi ha impedito di farlo era la responsabilità che mi sentivo di proteggere la mia occupazione. Barricare non appena se ne fosse andato, di lì a poco (7 del mattino). Glielo chiarisco anche, nel momento in cui insinua che io sia rimasta perché evidentemente provo dell’interesse nei suoi confronti. Finalmente se ne va, per le 7 e un quarto circa, concludendo con un “almeno un pompino me lo fai?”. 

La mia decisione, rispetto a quest’episodio, è di non parlarne subito col collettivo dell’occupazione: non mi sento pronta per il polverone che si sarebbe scatenato, non mi piace l’idea di diventare un pettegolezzo, non mi va di dover giustificare le mie azioni e in parte mi sento in colpa e attaccabile per non aver reagito in maniera decisa, sento il peso del ricatto (“tanto lo so che domani mi dipingerai come lo stupratore di turno”) consapevole del fatto che dichiararmi antisessista mi pone in una situazione di minore credibilità, temo l’effetto tribunale, inoltre non sarei stata fisicamente presente, avevo intenzione di partire di lì a pochi giorni.

Tutto tace (almeno da parte mia), fino alla serata del 15 luglio: il collettivo antisessista che abbiamo fatto nascere da poco io e altrx compagnx ha organizzato una S.A.Z. (zona sessualmente autogestita), una festa queer che ha come primo obiettivo quello di essere uno spazio safe, nel quale qualsiasi tipo di violenza di genere o sessuale non sia tollerato. Il ragazzo di cui prima si presenta, appena arrivato mi si avvicina, comincia a darmi consigli su come fissare la ghirlanda luci con il nastro americano (tra l’altro, mansplaining: davvero pensi che non sia in grado di appendere una ghirlanda di luci?). Io non lo mando a fare in culo ma rimango fredda, sono rimasta scioccata dal fatto che sia venuto alla festa. Mi allontano, impugno una bottiglia di tequila, comincio a invitare amicx e compagnx con cui ho organizzato la festa a farne un giro, lui si inserisce nel cerchio, io lo ignoro. Tiro fuori i brillantini e comincio a metterli a tuttx, “che festa queer è senza i brillantini?”, lui si avvicina chiedendo che glieli metta, io lo ignoro per un po’, lui insiste, sperando di liberarmene gli faccio una svastica brillantinosa in fronte (non capisce la citazione implicita del film Bastardi senza gloria di Tarantino). Solo una compagna, inizialmente, sa della storia del 22 giugno, informo altre due compagne. La musica inizia, cominciamo tuttx a ballare, in particolare io e la mia compagna ci leviamo la maglietta, siamo sostenitrici del terrorismo visuale, vogliamo provocare un’idea (quella che ogni corpo è legittimo e che non è necessariamente a disposizione, anche se nudo) più che un’erezione. Mi accorgo che il tipo che mi ha molestata sta parlando con un “amico” con cui ho litigato proprio in materia di antisessismo, una persona che abbiamo invitato con riserva perché sostiene di stare iniziando delle riflessioni sull’argomento. Chiacchierano accennando con la testa a me, ridacchiando. Vado nel pallone, mi sento incastrata nella posizione di preda, mi chiudo, la tequila fa effetto. Non mi ricordo molto di ciò che è successo dopo, mi riferiscono che mi sono allontanata, ho cominciato a piangere disperatamente, le compagne che sapevano della molestia mi accudiscono (questo me lo ricordo) e mi dicono che vogliono intervenire, se glielo permetto. Acconsento. 

Lui viene cacciato dalla festa per ben 4 volte (3 volte è ritornato all’assalto), è un exploit. La prima volta sono le tre compagne che mi hanno chiesto di intervenire a cacciarlo, gli parlano soltanto, lui si mette a piangere (sembra mostrare del pentimento) e si allontana, per poi riavvicinarsi alla festa. Un compagno interviene per allontanarlo, il ragazzo che mi ha molestata dichiara di avere un coltello, lo estrae, chiuso, dalla tasca, alché gli viene levato di mano, scatta la rissa, la compagna con cui mi sono levata la maglietta, che era anche l’unica che sapeva dall’inizio tutta la storia, lo blocca, lo stringe per impedirgli di muoversi, mentre è bloccato il tipo dice “quello non sa di chi sono figlio, io l’ammazzo” (a posteriori salta fuori che è figlio di un mafioso legato a famiglie catanesi). Intervengono un certo numero di persone e alla fine alcunx amicx di questa persona lo portano via definitivamente.

Il giorno dopo, nel pomeriggio, vengo contattata dal mio ex (al quale avevo raccontato della molestia il giorno stesso in cui era avvenuta), che abita nell’occupazione di cui è ospite questo personaggio, chiedendomi se abbiamo trovato un telefono e un coltello. La stessa domanda viene rivolta alla compagna che riporta loro il frigo che ci hanno prestato per la festa.

In seguito il tipo che mi ha molestata sparge delle voci, mi diffama, racconta miriadi di versioni su come sono andate le serate del 22/06 e del 15/07, mi fa passare per una cazzofobica stronza femminazi che vuole rovinarlo, sostiene che gli ho scatenato contro le “arpie”. Vuole passare per vittima degli eventi.

L’altro coinvolto nella rissa del 22/06, amico del personaggio, sostiene di aver sentito tutto dalla stanza di sopra (ecco che subentra il testimone della difesa), che mi sono inventata la molestia, prima negando che sia avvenuta, poi sostenendo che stavo al gioco.

Nessuna delle poche persone facenti parte del collettivo che sa questa storia mi contatta (un paio di settimane dopo la festa il compagno che è stato minacciato, dietro mio consenso, si rivolge ad alcunx con cui in passato abbiamo organizzato altre taz -persone con cui ritenevo di avere un rapporto di confidenza o amicizia, tra cui il mio ex- e racconta i dettagli di ciò che è successo nelle due serate, anche per spiegare perché sia stato mandato via), né ne parla con coloro che non ne sanno nulla.

Il resto del collettivo dell’occupazione in cui ho vissuto la molestia viene vagamente a conoscenza dei fatti di entrambe le serate solo in agosto avanzato. Di questo collettivo solo tre compagnx si premurano di parlare direttamente con me, di sentire come mi sono vissuta l’esperienza e come sto. Nel frattempo la storia è montata, è diventata ingestibile. 

Tra le accuse a mio carico, oltre al dubbio che ci sia realmente stata molestia, il fatto di aver deciso di non parlare subito con il collettivo dell’occupazione, di aver permesso che girassero delle voci infamanti sul loro conto, cioè che si permette che accadano violenze di genere all’interno dello spazio. La mia esperienza, per come l’ho vissuta, è stata talvolta sminuita (addirittura “volontariamente, per essere più oggettivx”), tal altra ignorata, o considerata falsa, comunque non c’è stato verso di ottenere solidarietà e comprensione da parte del collettivo di cui facevo parte, nel quale avevo messo tempo e impegno. Solo x tre compagnx che mi hanno contattata mi hanno dato solidarietà attiva e hanno deciso di affrontare l’argomento, tra l’altro scatenando polemiche all’interno del collettivo.

Il percorso politico che già prima di questi fatti avevo iniziato mi hanno permesso di individuare tutta una serie di dinamiche di gruppo che sono dannose per x sopravvissutx in generale:

  1. una persona che ha vissuto un episodio di violenza di qualsiasi forma NON È TENUTA a mettere in piazza, prima di sentirsi pronta a farlo, la propria esperienza per salvaguardare la facciata del collettivo o dell’ambiente in cui accade, tanto meno se non si sente supportata e non si ritiene nelle condizioni di sopportare il giudizio di chi ha intorno (nel mio caso, è diventato argomento di dominio pubblico perché è stato necessario mandare via la persona che mi ha molestata da uno spazio safe, non perché mi sia sentita pronta a parlarne con tutta la comunità che gira per spazi anarchici della città)

  2. se all’interno di un collettivo/ambiente ci sono delle persone che, non coinvolte in episodi di violenza di genere, ne sono a conoscenza e non ritengono di discuterne con il resto del collettivo, considererei questa dinamica OMERTOSA e CONNIVENTE, non è necessario parlare di un episodio in particolare per affrontare questo tipo di tematiche, piuttosto il silenzio dimostra che il tipo di argomento viene sottovalutato o, talvolta, direttamente denigrato

  3. una volta che escono fuori episodi di violenza di genere all’interno di uno spazio occupato, è responsabilità del collettivo, se ne è interessato, intraprendere un percorso di sensibilizzazione rispetto a cosa significhi consenso, violenza di genere, etc, non del* sopravvissutx. Pretendere che la persona sopravvissuta si prenda carico della sensibilizzazione di un collettivo è irrispettoso nei suoi confronti, del fatto che vivere un’aggressione di qualsiasi tipo può far sentire la persona che ne ha esperienza indebolita e sola, se non sente di avere intorno un ambiente solidale, ed è a sua volta violento pretendere che questa si senta immediatamente forte abbastanza da prendersi la responsabilità di questo dibattito in qualità di mediat* o attribuirle una colpa se non lo fa

  4. all’interno di uno spazio occupato non dovrebbe essere prioritario cercare la verità assoluta: le esperienze devono giustamente essere riportate nel modo più oggettivo possibile (e in tutta onestà è quello che ho cercato di fare in questo documento), ma bisogna considerare che le persone coinvolte in un episodio del genere sono umane, provano delle emozioni, per cui descrivono l’episodio col filtro della propria percezione. Se volete la verità assoluta, fate come lo Stato di sicurezza e mettete le telecamere, gli sbirri e i tribunali. Il punto non dovrebbe essere giudicare se è vero o falso che una persona abbia vissuto una molestia, 

  5. nel momento in cui viene percepita una molestia, questa è avvenuta. All’interno di spazi che si definiscono liberati, presuppongo, evidentemente sbagliando, che la discussione voglia essere costruttiva, perché può capitare che chi perpetra violenza non ne sia consapevole (non in questo caso, “tanto lo so che domani mi dipingerai come lo stupratore di turno” , allora lo sai di stare violando il mio consenso e continui perché non rispetti il mio spazio individuale) ed è giusto che abbia modo di prendere coscienza delle proprie azioni e faccia un percorso che lo porti a prendersi le proprie responsabilità  piuttosto che essere etichettato come mostro, però non è da sottovalutare la dimostrazione di soliderietà reale che può essere lasciare degli spazi sicuri a chi è sopravvissutx a una violenza, che potrebbe significare che chi ha vissuto una violenza non voglia condividere lo spazio con chi l’ha aggreditx, ma non per questo dovrebbe essere esclusx o autoescludersi

Per quanto mi riguarda, quest’esperienza inizialmente mi ha lasciato l’amaro in bocca, ho perso agibilità politica e sociale in uno spazio in cui avevo investito tempo ed energie, oltre a tutte le amicizie che ho rivalutato e tutti i rapporti che ho chiuso, inoltre mi ha dimostrato come l’insicurezza possa diventare un’arma a mio svantaggio nelle mani di una persona aggressiva e per un attimo anche la mia integrità mentale ha vacillato, si sono ripresentati attacchi d’ansia e ho pensato che forse aveva ragione chi sostiene che io sia pazza o esagerata (sia chiaro, qualsiasi forma di strumentalizzazione di queste affermazioni è una forma di violenza. Ho deciso di scrivere come mi sono sentita per trasparenza e per cercare di far capire quali possono essere le conseguenze di un episodio del genere nella persona che lo vive, non per permettere a qualcunx di denigrare ulteriormente la mia esperienza facendomi passare per una persona psicologicamente fragile). Dopo lo smarrimento iniziale, si è rafforzata ulteriormente in me la convinzione che è ipocrita e intellettualmente disonesto scagliarsi contro un nemico esterno, che sia lo Stato piuttosto che l’Esercito piuttosto che TAV, TAP, MUOS o qualsiasi altro sia, se poi il nemico interno, il piccolo autoritario che è in noi, vive ben pasciuto, nutrito dall’arroganza di stabilire quali sono i limiti della persona con cui ti stai relazionando. Esistono dinamiche di potere all’interno delle relazioni umane, e penso che antiautoritarismo significhi non solo combattere un sistema esterno da noi, è anche impegnarsi a decostruire quella parte di te che ti spinge a sovradeterminare, calpestare, usare, giudicare la persona che hai di fronte.

NB: Ho deciso di non fare nomi né di dove è accaduto quest’episodio, né di chi è stato coinvolto, perché sarebbe potuto succedere ovunque e avrebbe potuto coinvolgere chiunque. Non è mia intenzione politica smerdare pubblicamente un luogo o una persona nello specifico, voglio piuttosto stimolare una riflessione su ciò che è accaduto e su un argomento che è troppo spesso trascurato o denigrato negli spazi sedicenti antiautoritari, la lotta antisessista. 

Il canone linguistico adottato (es. espressioni come “sopravvissutx alla violenza”, neutralizzazione di plurali e soggetti generici) adattato alla mia inclinazione (l’utilizzo della x per neutralizzare i sostantivi, invece che altre forme) è frutto di decisione precisa, ovvero nella lotta antisessista e, in particolare, nel dibattito sulle violenze di genere è stata preferita questa forma di linguaggio in seguito a riflessioni che condivido, considerarla pesante dal punto di vista stilistico solo perché si discosta dalla consuetudine denota superficialità e mancanza di competenza rispetto alla materia trattata. In tal caso, consiglio a chi manifesta queste lacune di farsi una formazione o, se non interessatx all’argomento, di lasciar perdere la lettura di questo documento. Non mi interessa né instillare una coscienza antisessista in qualcunx che non ne ha una propria, né ricevere giudizi inappropriati per quello che è il mio percorso politico, solo trovare un modo per poter esprimere liberamente ciò che mi è successo e le riflessioni che mi ha portato. 

A chi mi ha molestata e diffamata voglio dire che se ho voluto usare un linguaggio più distaccato possibile è perché penso che il disprezzo sia prezioso, e non vada sprecato. Se vi siete sentiti in grado di assumere simili comportamenti solo perché mi ritenevate una debole, sappiate che ora sono più consapevole della mia forza ed è grazie al fatto che ho dovuto reagire per difendermi e che ho avuto il sostegno e la solidarietà da parte di compagnx. A voi riservo solo la mia più grande indifferenza: potevo scrivere un documento usando i vostri nomi, descrivendo ciò che avete fatto, smerdandovi pubblicamente e incentrandomi sul fatto che siete degli stronzi e che spero che vi caschi il cazzo o vi venga la pellagra, invece ho trasformato quest’incubo in un’arma. Se dovessi per caso rincontrarvi e mi sentissi in vena prestarvi considerazione, vi manderò a stendere di persona, aggiungendo un altro paio di epiteti poco gentili. 

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Abbatto I Muri vive di lavoro volontario e tutto quello che vedete qui è gratis. Aggiornare e gestire questo spazio è un lavoro che costa tempo e fatica. Se mai vi passasse per la mente di esprimere la vostra gratitudine basta un obolo per un caffè (alla nocciola). :*

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Comments

  1. Brumaemiele says:

    Grazie per questo post. Una forza sana emerge dalle parole del documento ♡

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