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“Cosa dirà la gente”: storia di una ragazza, tra conflitti culturali e ricerca della libertà

Cosa dirà la gente è un film, distribuito da Lucky Red, che narra la storia realmente vissuta da Iram Haq, protagonista e regista di quest’opera.  Lei nasce da una famiglia pakistana – migrata in Norvegia – e vive una vita a metà. Rispetto per le tradizioni a casa e voglia di integrarsi a scuola, con gli amici, altrove. Quando il padre scopre che lei ha un amore adolescenziale la rapisce e la consegna ai parenti che vivono in Pakistan.

No, non è la solita storia islamofoba in cui l’occidentale descrive la schiavitù delle donne migranti parlando al posto loro. E’ lei stessa che mette insieme una visione complessa di quanto le è accaduto, senza comode semplificazioni, senza sentire il bisogno di fare una netta distinzione tra vittima e carnefici. Quello che Iram Haq racconta è una difficile storia d’amore. La storia di una famiglia lacerata tra la necessità di aderire alle convenzioni sociali e quella dettata dall’amore per questa figlia. La storia di un crescente amore che lei nutrirà per se stessa.

Assumere come proprio questo punto di vista richiama ad uno sforzo mentale necessario da parte di tutte le persone che non vivono una situazione del genere e vorrebbero praticare una comoda divisione tra bene e male. Il film ci aiuta a capire quanto sia duro, in special modo se adolescenti, separarsi dalla famiglia, rinunciare alla parte non violenta, quella rassicurante, rinunciare alla sensazione di appartenenza, al calore, agli abbracci, ai sorrisi. Non è affatto semplice operare una rimozione totale per liberarsi.

Ogni scelta di separazione dal nucleo familiare si concretizza mettendo in primo piano il proprio benessere, in un atto di egoismo sano che lascia strascichi in un contesto che si nutre di ricatti affettivi, di rifiuto nei tuoi confronti perché hai tradito alcune aspettative, hai tradito l’onore, sei sopravvissuta all’omertà. Il fatto è che quando assumi consapevolezza di quel che stai subendo sai bene che devi fare una scelta dolorosa, la tua liberazione viene vissuta dalla famiglia come un tradimento e c’è chi non capisce perché pensa che in fondo – attraverso la violenza – sta cercando solo di agire per il tuo bene. La ricerca di spazi di libertà ha un costo altissimo che chi non vive di conflitti culturali non può comprendere.

La violenza è violenza ma una liberazione passa per la propria crescita e per quella di tutte le persone cui sei affettivamente legata. C’è la violenza legata ai riti, all’oppressione patriarcale, interpretata anche dalle donne della famiglia, e poi c’è la violenza della separazione. Si tratta di un lutto, una perdita orribile. Avviene quando decidi che più che l’amore dei tuoi – da ottenere compiacendoli -dovrai imparare a far emergere l’amore per te stessa. Così si cresce.

Questo film insegna la sottomissione, la complicità, l’oppressione, l’ingiustizia, l’abuso. Ma ci insegna anche la forza, l’amore, la ribellione, la liberazione, il riscatto personale.

Vi consiglio fortemente di vederlo e applaudirlo. Non aspettatevi le bombe di Bush e la narrazione hollywoodiana in cui l’uomo forte libera la fanciulla indifesa. Preparatevi a seguire il percorso di una ragazza coraggiosa che si libera da sola.

Il 3 maggio potrete vedere il film al cinema in Italia. Spero che vi piaccia così come è piaciuto a me.

Da parte mia un grazie immenso a lei e a chi ha permesso che questo film arrivasse anche in Italia.

 

 

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