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Non sono monogama e dirlo è una liberazione

“Ci sono più cose tra il cielo e la terra, Orazio, di quante non ne comprenda la tua filosofia”
– William Shakespeare
“E del cielo infinito che sa dare il desiderio senza pregiudizi. E i miei amici, i miei buoni amici e il loro amore incondizionato”
– Bea Espejo

(Avvertenza: articolo scritto da una donna etero, da lì l’uso dei pronomi, senza intenzioni discriminatorie. Vi prego, adattate pure alla vostra esperienza.)

Non sono monogama. Dirlo in pubblico è una vera e propria liberazione, un coming out. Recentemente mi sono resa conto che lo nascondo in automatico, anche solo per omissione; mi sono adattata da sola allo schema mentale che considera la monogamia come l’unico comportamento accettabile e presentabile nella nostra società. Qualsiasi altra cosa è una malvagità, una perversione, un vizio censurabile.

Potrei definirmi poliamorosa, anche se il termine non mi convince del tutto. “Anarchica relazionale” sarebbe più preciso, ma suona piuttosto snob e persino accademicistico-pseudoerudito, orrore degli orrori… Vediamo se riesco a spiegarmi. In senso ampio, credo in Eros come forza motrice dell’universo, nell’amore multiforme e onnipotente.

Credo che sia necessario e urgente trasformarci in una società più amorevole, a partire dalle piccolezze: per esempio, aiutare qualcuno ogni volta che veniamo a sapere che questo qualcuno ha bisogno di aiuto e prestarglielo sia alla nostra portata. Credo nell’”esportare” l’amore (non solo e non tanto il sesso, bensì l’affetto, la considerazione, la cura…) oltre i confini corazzati della coppia e della famiglia consanguinea. Credo nel tessere reti di affinità, nel costruire ponti. Credo nell’amore come atteggiamento filosofico e come prassi, personale e politica. Credo nella libertà del desiderio sessuale ed emotivo. Credo che le persone non sono oggetti e pertanto non si possono possedere. Le poche coppie che conosco davvero monogame mi piacciono molto, credo che l’esclusività sessuale vada benissimo quando è un patto volontario e piacevole, me se è obbligatoria diventa una gabbia. Credo nello stringere relazioni significative e lasciarle discorrere nella loro irripetibile, indefinibile unicità, oltre le etichette e i binari prestabiliti, che sono pochi, inadeguati e, al di fuori della sacralizzata coppia/famiglia, spesso offensivi, deprimenti o du’palle.

Paradossalmente, non sono mai stata così monogama in vita mia come da quando ho deciso di assumere apertamente che non lo sono. Da una parte, finalmente mi è toccata l’immensa fortuna di incontrare un partner con cui condivido un patto di libertà reciproca. L’effetto migliore è una pace mentale prima sconosciuta, di cui la mia parte preferita è la vita senza gelosia. Ci sono inferni grandi e piccoli, e poi c’è quel convivere con la possibilità che ti controllino il cellulare. E c’è di peggio: il controllo psicopatico a cui ti sottomette qualcuno geloso di te non è niente paragonato a quanto è orribile essere geloso di qualcuno, lo stomaco che si contorce, il risentimento cocente, il morso di Lucifero. No, grazie, qui per la gelosia non c’è posto, mai più.

D’altra parte, mi sono resa conto che non mi interessa più il sesso, come dire, sgraziato? A vent’anni mi sono scopata senza pensarci anche le pietre con grande impeto ed entusiasmo, e a suo tempo andò bene così. Oggigiorno solo vecchi amici di assoluta fiducia, o sottopongo i nuovi candidati a casting severissimi, o mi godo semplicemente la tensione del desiderio senza sviluppi, che spesso risulta anche più piacevole. Ormai, a quarantadue anni, tollero poco la frustrazione, sia emotiva, sessuale o intellettuale. Cerco di non aggiungere personaggi alla collezione di aneddoti di coglioni, ne ho abbastanza da edificare le mie nipoti per anni a venire.

(“Signorina, definisca ‘coglione’”. “Qualcuno che agisce senza cura, senza considerazione e senza onestà, spesso in malafede”)

Mi mette proprio a disagio restringere l’idea di “fedeltà” a “esclusività sessuale”. Davvero? È questo la fedeltà, la lealtà? Ma che depressione. Mi rifiuto di accettarlo. Per me, essere fedele e leale a qualcuno è avere cura del suo benessere, fare tutto il possibile per farlo sentire amato e considerato. È fargli trovare un pasto pronto quando torna da un viaggio. È fargli regali che credo gli piaceranno. È provare interesse per la sua salute, averne cura, e desiderare che non gli succeda niente. È chiedersi sempre che cosa posso fare per fargli piacere o soddisfare qualche sua necessità. È anche, certamente, sentirmi oggetto di analoghe amorevoli attenzioni. Non ha niente a che fare, credo io, con la rinuncia ad avere tempo per sé o altre persone care, consegnando l’anima, le password di tutti i messaggi e le chiavi della cintura di castità.

Siamo persone: stringiamo accordi, ci accompagnamo, non possediamo gli altri perché nemmeno loro sono oggetti: non apparteniamo, né ci macchiamo, né ci consumiamo. Non voglio sacrificare desiderio alcuno, né voglio che il mio partner lo sacrifichi per me, su un sedicente altare della fedeltà coniugale, mettendomi oltretutto in una posizione orrenda, una specie di piccolo Sant’Uffizio interiore, incaricato della repressione. Oh dee, no, per favore, che nessuno mai mi immagini nella veste di un domenicano scorbutico, la morte del glamour!

Ragazze che la pensano come me, la questione per noi è complicata perché, sapete, per noi questa faccenda della pluralità del desiderio è sovversiva: implica la rottura con milleni di stereotipi per i quali noi donne non avevamo diritto al desiderio tout court, proprio nemmeno singolare. La donna che desidera è un mostro quando l’archetipo della donna buona è la madre vergine, vale a dire, abnegazione pura, sofferenza e basta, mai una gioia. Noi donne sopportiamo il sesso solo perché vogliamo protezione, maternità e un focolare, vero? Beh, quando avrete finito di ridere a squarciagola e recuperato il fiato, mucchio di adorabili svergognate, ricordiamoci che per noi tutto questo è sovversivo, ma per gli uomini non lo è affatto.

A loro la moltiplicità del desiderio è sempre stata permessa sottobanco, quando non alla luce del sole, e addirittura festeggiata; oggigiorno, per esempio, la doppia morale della monogamia di paccottiglia nel nostro mondo culturale è inflessibile nel condannarci in quanto [inserire qui insulto misogino a scelta], mentre per lorsignori funziona più o meno in termini di “e va beeeeehhh, dai, non dovrebbero farlo, è vero, ma poverini gli uomini, loro son fatti così, è l’istinto, non c’è niente da fare…”. Sicché, ci sono un paio di tipi che, per cura di noi stesse, sarebbe cosa buona e giusta che evitassimo. Uno, ecco, giustamente un monogamo di paccottiglia.

Avere a che fare con uno di questi qui, ragazze mie, gira e rigira, non va mica bene. Sottoscrive uno degli inganni fondatori del patriarcato, ingrassa i suoi peggiori stereotipi e, se ciò non fosse abbastanza, non potrà che riportare nella nostra vita, sotto forma di carico altrui, tutta la monnezza da Sant’Uffizio di cui pensavamo di esserci liberate: bugie, gelosie, colpe provate o presunte… Due, sarebbe da evitare anche il falso decostruito, per il quale il poliamore non è altro che la nuova versione dell’essere lo stesso stronzo di sempre, un remix del “sono così perché siam così”, con l’aggiunta di “e non dire che non ti avevo avvertito”. Uno di quelli incapaci di affetto, di considerazione, di attenzione e di cura, con una o con varie donne fa lo stesso, per quanto si possa incipriare di brillantina progressista.

Caterina Camastra

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Comments

  1. Si.

  2. Sono poliamoroso anch’io, anch’io manifesto, quindi non posso che apprezzare la tua scelta di dichiararti 🙂

    In bocca al lupo per la tua vita 🙂

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