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#Argentina: malata di cancro muore perché costretta a portare avanti la gravidanza

 

L’hanno lasciata morire in nome della morale.

Ana Acevedo aveva 19 anni e tre figli quando le diagnosticarono un cancro alla mandibola. Durante i 13 mesi di malattia, i medici dell’ospedale Iturraspe di Santa Fe (Argentina) non curarono il cancro per salvaguardare il feto. Ana infatti era incinta di due settimane.

La madre, Norma Cuevas, chiese un aborto terapeutico per salvare la figlia ma i medici glielo negarono: la loro morale gli impediva di mettere a rischio un feto ma erano unanimemente d’accordo nel lasciare agonizzare una giovane solo per mantenere le loro convinzioni. Dissero che Ana e il feto sarebbero sopravissut* ma mentirono.

La “figlia” è morta il giorno seguente e Ana una settimana dopo.

Nessuno è stato incarcerato né condannato, lo stato provinciale (l’Argentina è uno stato federale) ha solamente chiesto formalmente scusa alla famiglia. Il caso di Ana è stato un caso emblematico che ha permesso un cambiamento nelle norme in materia di aborto e ha fatto si che Santa Fe sia l’unica provincia dove oggi giorno nessuna donna muoia di aborto. Ma ormai il danno è fatto.

Tre figli senza madre e la certezza che Ana è morta perché povera e la violenza religiosa si è abbattuta su di lei senza pietà, come se fosse stata eletta per soffrire e morire in nome della morale e dei buoni costumi.

La Storia

Ana Maria Acevedo aveva 16 anni quando mise al mondo il primo dei suoi quattro figli. Lo chiamarono Aroldo Roman, come suo padre. Con il figlio, i suoi genitori e i suoi fratelli vivevano in un quartiere di case costruite vicino al cimitero di Vera, una località a 250 km al nord di Santa Fe. Ana Maria era la maggiore e si prendeva cura dei fratelli quando i genitori lavoravano: Aroldo era un venditore ambulante e Norma portinaia in una scuola. Non avevano il diploma, Ana Maria era riuscita a finire la primaria ma non poté proseguire. Nel frattempo aveva già partorito altri due figli: Cesar e Juan David. E il suo lavoro era pulire nelle case.

Ana Maria passò l’infanzia andando a cavallo, lavorando nell’orto familiare e accudendo le vacche che la famiglia aveva in giardino. Con il latte alimentava sette capretti. Quel che più le piaceva era cucinare tanto da perfezionarsi seguendo corsi di cucina.

Nel maggio del 2006 un forte dolore alla bocca la fece entrare al pronto soccorso di Vera dove le estrassero un molare e le diedero degli antibiotici. Ma il dolore tornò. Questa volta Ana andò all’ospedale Cullen a Santa Fe dove le diagnosticarono un sarcoma mascellare, un tipo di cancro che si origina in certi tessuti come le ossa e i muscoli. I medici le estrassero una parte del tumore e la mandarono al reparto di Oncologia dell’ospedale Iturraspe per seguire un trattamento di chemioterapia e raggi x.

Quando a novembre aveva finalmente iniziato il trattamento Ana era già incinta di due settimane. I medici si opposero quindi alla chemioterapia per preservare la salute del feto e la mandarono al reparto di Ginecologia dove rimase ricoverata a base di analgesici fino alla vigilia di Natale.

La gravidanza avanzava man mano che avanzava il sarcoma. Nel febbraio 2007 Ana tornò all’ospedale Iturraspe. Stava male ed era incinta da 13 settimane. I medici dissero che doveva essere ricoverata nel reparto di Oncologia dove le diedero degli antidolorifici non troppo forti per non pregiudicare il feto.

Il 22 febbraio il comitato di Bioetica dell’ospedale analizzò la situazione. Alla riunione presenziarono tre medici del servizio di oncologia, un assistente sociale e una psicologa, un medico del servizio di ostetricia, un medico radio terapeuta esterno all’ospedale e tre membri del comité.

“Si è mai pensato ad un aborto terapeutico?” Domandò il comité

“Per convizioni (personali), questioni religiose, culturali in questo ospedale (e a Santa Fe) no.” Rispose il responsabile del reparto di Oncologia.

Nell’atto è stata registrata la riunione in cui i medici riconobbero che il trattamento riservatole stava solo combattendo il dolore ma non la malattia.

Il corpo di Ana si trovava ad affrontare il dolore in viso e la pancia che cresceva di giorno in giorno. Sua madre Norma percorreva i corridoi in lungo e in largo chiedendo un aborto terapeutico per salvare la vita della figlia. I medici non le diedero mai ascolto. Non l’avevano ascoltata quando la figlia fu violentata a 14 anni e nemmeno quando dopo il parto del terzo figlio, chiese una chiusura delle tube (di Falloppio) dietro raccomandazione dell’ostetrica perché il sangue di Ana era incompatibile con quella del figlio.

“Conviveva col dolore. Chiesi ai medici che le facessero un raschiamento per iniziare il trattamento. Discutevo tutti i giorni ma il medico non faceva nulla, diceva di avere le mani legate fino a che non si fosse aggravata la situazione. Mia figlia stava per morire mentre aveva altri tre figli da crescere” raccontò Norma.

Ana tornò alla clinica. I genitori rinunciarono al lavoro cosi da poterla accompagnare durante tutti i mesi di ricovero e accudire i nipoti che avevano un’età compresa tra gli 1 e i 4 anni. “Ormai vivevamo più in ospedale che a casa. Era stata ricoverata sette mesi. Dormiva. Il dottore diceva che c’era tempo mentre lei sosteneva che sarebbe morta perché i dottori non facevano nulla”

Le infermiere e le monache dell’ospedale lasciarono santini della Vergine di Guadalupe nella camera di Ana. Lei, che a 12 anni si era tagliata i capelli per mantere una promessa che la madre fece alla Vergine di Itati, era diventata devota alla Vergine di Guadalupe che pregò ogni notte”.

Il 29 aprile Ana si sottomise a un cesareo programmado. Dopo 22 settimane di gravidanza partorì la sua prima figlia femmina: Maria Guadalupe dei Miracoli. Pesava 450 grammi e morì il giorno dopo. Ana non riuscì nemmeno a vederla.

La salute di Ana peggiorò. Otto giorni dopo l’intervento le fecero la prima sessione di chemioterapia. Segui una tracheotomia. Entrò in coma farmacologico e due settimane dopo morì.

“Mi dissero che mi avrebbero restituito entrambe vive invece erano entrambe morte. Lo sapevo. Per quale motivo avevano studiato? Non potevano lasciarla morire. Non le diedero un’opportunità” Racconta Norma.

Norma crede che la piccola sia ancora viva. Lei e suo marito la sognano e si afferrano a questa illusione.

La Legge

L’articolo 86 del Codice Penale stabilisce che l’aborto non è punibile in caso di pericolo per la madre o per il feto (N.B. L’aborto non è ancora legale, stanno discutendo la riforma in questi giorni). Pertanto ll caso di Ana è arrivato sul tavolo della magistratura. Nel luglio 2008 il giudice Eduardo Pocovi processò l’ex direttore dell’ospedale Iturrasoe, Andrés Ellena, e ad altri cinque medici ma nonostante questo nessuno arrivò al giudizio.

Otto anni dopo, lo Stato Provinciale riportò le sue scuse formalmente alla famiglia e firmò un contratto di risarcimento economico.

Dolor

Da quando le iniziò il dolore al dente, Ana soffrì, pregò e resistette per un anno e 9 giorni fino al giorno della sua morte. La causa dura ormai da dieci anni senza portare però a nessun risultato. Anzi, a novembre dell’anno passato Norma ricevette un’ingiunzione di chiusura della pratica.

“Non ho chiesto soldi. Chiedo giustizia. A mia figlia non la recupererò mai più. Voglio che mi dicano cosa sia successo, perché non le diedero l’opportunità di sopravvivere. Le negarono la chiusura delle tube e la obbligarono a continuare la gravidanza”

Giovedi 17 maggio saranno 11 anni che Ana è morta e la famiglia organizzerà una manifestazione a Vera e a Santa Fe. Sua madre sostiene di volersi incatenare davanti al tribunale fino ad ottenere giustizia.

La vita di tutte le donne

Norma continua a portare avanti la sua idea sulla depenalizzazione dell’aborto da Vera ma siccome non possiede un televisore, viene a sapere delle novità tramite i vicini.

Le sarebbe piaciuto che il tema si dibattesse precedentemente ma è contenta che sia arrivato al congresso. “A mia figlia la assassinarono, voglio che si sottoscriva una legge per tutte le donne”.

Norma adesso cresce i tre figli di Ana ricordandola tutti i giorni: “ Era tutto, molto disponibile ed amata” tanto che il figlio maggiore vuol diventare avvocato per riprendere in mano la causa e difendere la madre.

 

http://cosecharoja.org/la-dejaron-morir-en-nombre-de-la-moral/

Traduzione a cura di Margherita Gaia Conti

 

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