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Autoritarismi e analisi del microcosmo vissuto da monache di clausura

::Avviso Spoiler::

La scelta è un film strepitoso che concentra l’attenzione sui cambiamenti della chiesa dopo il concilio vaticano secondo. Meravigliosa l’interpretazione della madre superiora in clausura per quarant’anni prima che lo shock delle nuove disposizioni la colpisse come un fiume in piena.

Quello che si racconta è la vita monacale, dalle prime fasi, poi il noviziato e poi i voti. Una vita caratterizzata da rinunce, coercizione e autocensure, con una eccessiva intrusione del privato da parte della superiora e con una visione distorta del rapporto con Dio. Un Dio secondo il quale ogni errore doveva essere punito con il digiuno e l’autoflagellazione.

Nessun tipo di trasgressione poteva essere tollerato e per trasgressione intendiamo una risata, una parola sussurrata dopo l’ora del silenzio, e poi c’era il costume del porsi al centro, strisciando verso la madre superiora al fine di vedersi inflitta una punizione violenta che alleviasse delle presunte colpe.

Atmosfera da ricatto emotivo e affettivo, con una dinamica premio/punizione sorretta da un’autorità che viene sormontata solo dalle figure maschili al di sopra della madre superiora. Tutto avviene a sua discrezione e perciò, per non perdere alcun potere e non rimettere in discussione quei metodi medioevali la madre superiora nasconde la notizia – proveniente da decisioni del concilio vaticano secondo – dei richiami della chiesa a eliminare per esempio le punizioni corporali sino a che non riceve la minaccia di una possibile sostituzione.

Tra le norme da rispettare quelle che ponevano i preti a fare messe in lingua locale, non più in latino e con le spalle rivolte ai credenti. Poi la norma che rende più furiosa la madre superiore è quella che equipara le suore ad ogni altra persona credente. Nessun amore esclusivo verso le spose di Dio e l’illusione viene soppiantata dalla certezza di non poter contare su un sostegno economico da parte della Chiesa. In fondo il punto parrebbe essere stato quello. Le suore sono libere di vestire come gli pare e di andare dove vogliono purché si arrangiassero a campare da sole.

Da lì l’esodo massiccio di suore e arriviamo alla situazione attuale nella quale, se giusto leggete tra le news, le suore sono sempre meno e dato che ci si aspetterebbe da loro che lavino i panni e facciano da badanti ai preti talvolta queste suore si ribellano, scioperano e denunciano la condizione di schiavitù, servitù a basso costo per figure maschili cui spetterebbe tutto. Fare la messa, insegnare religione nelle scuole. Alle suore non è permesso avere alcun lavoro, a parte gratificazioni per opere di bene, e quel che pareva importante gli è stato tolto tirandole fuori da una situazione di oppressione patriarcale per lasciarle in balia di se stesse e senza alcun riconoscimento.

Vi risparmio la parte in cui le punizioni corporali saranno inflitte o autoinflitte Per punire perfino l’eccessiva passività, così malgiudicata, nel corso di uno stupro compiuto dal prete su una suora. Per punire il peccato di masturbazione o ricerca del rapporto sessuale con un’altra suora. Quando l’amore platonico per Dio non è più sufficiente e quel che si desidera è un contatto di pelle, più calore, una consolazione, come la chiama la protagonista del film.

Quello che questo film ci racconta è una parte della storia perché le suore si sono distinte spesso per tortura nei confronti di ragazze madri a loro affidate, di ragazze senza onore, come si diceva allora, e vale la pena ricordare la storia orrenda delle adolescenti schiavizzate nelle lavanderie gestite dalle suore irlandesi. La suora come figura gentile e serena con se stessa viene dunque problematizzata e umanizzata, per fortuna, per presentarci un quadro imperfetto di personalità che merita un’analisi più approfondita.

Non credo che tutte le suore siano costrette, rispetto la loro scelta e tra i vari ordini ce ne sono alcune, di ordini minori e a volte denigrati dalla chiesa, con le quali ho marciato in corteo per i diritti delle donne. Non posso parlare di una vocazione o di una fede che non mi appartengono. Posso però dire, parlando da osservatrice in chiave sociologica, che in quelle microsocietà si è realizzata costantemente la gerarchia fine a se stessa, con irrigidimenti e integralismi niente male, e che nulla di diverso dalle società esterne c’è a meno di non riconoscersi quali figure umane.

Ditemi che ne pensate, se volete.

 

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