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Di Franca Leosini e delle due intervistate Sabrina e Cosima Misseri

E niente. Ho visto la seconda parte dell’intervista di Franca Leosini a Sabrina e Cosima Misseri e continuo a pensare, come per la prima parte, che abbia commesso degli errori. Chiedere a Cosima Misseri se negli ultimi tempi avesse o meno rapporti sessuali non mi è sembrato non necessario. Come se nelle altre coppie dopo vent’anni e passa di matrimonio ci si incontrasse sempre con spudorata passione (provo a usare parole che potrebbero piacerle). Chiedere conferma del fatto che fossero le donne a governare in quella casa, come se governare significasse avere un’indole da assassina, anche questo non mi è sembrato necessario. Dire a Sabrina Misseri che “non era una libellula”, anche se con scuse allegate, mi è sembrato assolutamente inutile oltreché ingiusto.

Perché i riferimenti alla bellezza, al corpo, al peso? Non è già stata mortificata abbastanza quella donna dai media che hanno costruito la tesi della sua colpevolezza proprio sul fatto che lei fosse ritenuta “brutta” e dunque gelosa e invidiosa della cugina “bella”? Non è stata Cosima abbastanza mortificata con le dicerie sulla sua capacità di governare la famiglia?

Pur sapendo della sentenza di colpevolezza e ascoltando le parole di queste due donne secondo cui, come ha detto Sabrina, in carcere c’è più umanità rispetto a quel che manca fuori, mi viene in mente l’odio di quei giorni contro di loro. L’odio di persone che si servivano del delitto per avanzare pretese a discolpa degli uomini che compiono femminicidi. L’odio di donne pronte a far vincere il pettegolezzo rispetto alle prove.

Se poi le prove sono tutte quelle raccolte e raccontate da Leosini davvero non mi spiego come le abbiano condannate, sulla base di che. Sulla base di un pregiudizio e dello scarso credito attribuito alle due donne tra cui la madre, Cosima, che pronuncia parole di condanna verso l’uomo che definiva marito e che a volte era stato violento con lei come quel giorno in cui – così racconta – la minacciò con l’ascia in mano. Il fatto che avesse perso il senno, che si incazzasse per qualunque cosa, che diventasse “una bestia quando non partiva il trattore” (cit. Sabrina), non è stato considerato. Il fatto che lui stesso avesse parlato di molestie alla nipote non è stato forse approfondito.

Tutti l’hanno dipinto come un povero diavolo in balìa di due donne condannate all’ergastolo mentre a lui è toccata “solo” la condanna per ammucciamento di cadavere. Io non so cosa sia successo o se siano colpevoli o innocenti. So che la sentenza, inclusa quella di cassazione, le ha condannate e immagino che per farlo si siano basati, i giudici, su qualcosa di più che le dicerie, inclusa quella del fioraio che si è beccato una condanna a quasi tre anni ritrattando una sorta di testimonianza dicendo che la pressione mediatica forse aveva indotto un sogno. Il sogno in cui vedeva Cosima trascinare in macchina Sarah e sequestrarla.

Dove finisce il pettegolezzo e dove comincia la verità? Non si capisce. Unica cosa per la quale sono d’accordo con Leosini è quella per cui ascoltare l’intervista fa restare totalmente a disagio. Ci si sente a disagio credendo nella loro innocenza nonostante la sentenza e altrettanto disagio si prova pensando siano colpevoli nonostante si definiscano innocenti.

In questo senso non ho gradito che si dicesse a Sabrina Misseri che passati i venti anni avrebbe comunque diritto a dei benefici. Lei avrà comunque 45 anni e chissà quanti sua madre. Non c’è da stare allegri insomma e immagino che chi odia con la forca in mano, pront@ al linciaggio, per quanto sia stata riconosciuta colpevole, come accaduto per altri casi, considererà orrendo il fatto che possano fare, che so, lavoro fuori e domicilio notturno in carcere, la semilibertà insomma, quella che hanno riconosciuto perfino a uno come Izzo, uno dei mostri del Circeo, il quale in quel tempo ha ucciso altre due donne.

Quello che non dicevano i media colpevolisti è il fatto che Cosima Misseri prima di essere arrestata si spaccava la schiena in campagna, per anni, dall’alba al tramonto e che lavorava tanto quanto il marito anzi di più perché poi lavorava anche a casa. Non una santa ma una persona a tutto tondo. Perché violente non sarebbero comunque le persone mostruose ma quelle che vediamo tutti i giorni, tant’è che ogni volta che un uomo uccide una donna si dice sempre che era tanto un brav’uomo.

Sabrina ora, in carcere, cuce, dipinge, frequenta corsi e va a scuola e sta nella stessa cella con sua madre. Mi ricorda tanto la storia del film “In nome del padre” in cui padre e figlio stavano in galera, nella stessa cella, pur essendo innocenti, accusati di essere stati attentatori legati all’Ira. Non è affatto la stessa cosa ma la situazione mi ricorda umanamente quella.

Che dire di Leosini: se non stesse lì a seguire, leggere, il discorso fatto su misura, con parole auliche, forse potrebbe essermi un po’ più simpatica ma a ‘sto viaggio non l’ho proprio digerita.

 

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